L’Italia cede sotto il profilo fisico e mentale subendo una pesante lezione di basket. Mai in partita, ha prodotto una nuova fallimentare prova nel tiro da tre. Da salvare solo Fontecchio, Tonut e Melli, un autentico leone. Delude Edwards, Bridges e Haliburton le punte di diamante, discreta prova di Banchero

 

A SCUOLA DAI MAESTRI

 

A scuola dai maestri, anche se non proprio i migliori ma comunque in grado di darci una grande lezione di basket. Prevedibile, ma, sinceramente, non in questi termini. L’Italia è crollata sul più bello, quando si trattava di verificare se era giunto il momento di quel salto di qualità che, in fondo, tutti attendiamo e sul quale per il Mondiale disputato fin qui era lecito confidare. E invece la Nazionale si è sfaldata sul piano fisico e mentale di fronte all’aggressività degli americani ai quali la lezione subìta dalla Lituania è evidentemente servita ricorrendo ai ripari con una difesa degna di questo nome. Dopo i 110 punti subiti dai baltici (che stamattina non sono andati oltre i 67 punti contro una Serbia che si è fatta trovare puntuale all’appuntamento che conta), ne ha lasciati appena 63 agli azzurri, solo venti nella prima metà gara.

Non è che ci sia molto da aggiungere su una partita che, dopo il primo vantaggio dell’Italia (8-7 al 5’) è viaggiata su un binario unico. Fermato – dalla difesa azzurra o da sé stesso – l’uomo considerato più pericoloso, e cioè Anthony Edwards rimasto a soli 3 punti dopo i 35 di domenica scorsa, si sono scatenate le altre bocche da fuoco: Brunson, Bridges, poi anche Haliburton, trovando 51 punti dall’arco pur tirando senza percentuali altissime (7/19 nel primo tempo), ma sufficienti per scavare subito un solco (46-24) evidentemente incolmabile per una squadra che una volta di più in questa World Cup ha risposto con un misero 2/19 nelle triple, non trovando soluzioni nemmeno vicino al canestro.

Nella ripresa gli Usa hanno calibrato ancora meglio i tiri pesanti (10/17) per scavare un divario addirittura umiliante per la nostra Nazionale che nelle triple ha infine chiuso con il 18% di realizzazione (7/38). In termini numerici questo spiega il -37 con cui l’Italia ha chiuso la partita: peggio di così solo a Città del Messico (61-100, nel 1968), ricordando anche il 54-88 di Roma ’60, negli incontri ufficiali con gli americani, battuti al Mondiale nel 1970 e nel 1978 quando a disputare l’evento veniva chiamata una sorta di compagnia di giro.

Steve Kerr a Manila ha invece portato una squadra che non sarà un Dream Team, ma che è composta da giocatori di ottimo livello che, a chiamata del loro coach, hanno saputo rispondere anche con una difesa che ha concesso assai poco agli avversari, limitando Fontecchio, serrandosi sotto canestro, giocando in velocità, trovando spesso dall’altra parte un’Italia assai meno reattiva e pronta a chiudere i varchi rispetto alle precedenti partite.

Ne è venuta fuori una lezione di gioco, di mentalità, di personalità, spesso anche di spettacolarità di fronte alla quale siamo troppo spesso rimasti a guardare. E c’è ben poco stavolta da salvare, visto che anche i giocatori simbolo di un’Italia capace di soffrire e lottare su ogni pallone (Pajola, Ricci, lo stesso Datome) hanno dato una risposta assai blanda. Se Polonara è stato una volta di più ininfluente, Melli è stato un leone dando e ricevendo botte, Tonutha cercato di rispondere con iniziative individuali.

Simone Fontecchio merita un discorso a parte: cinque rimbalzi, due recuperi e 18 punti, ha avuto un avvìo molto difficile, si è preso orgogliosamente la scena in apertura del terzo tempo con dieci punti consecutivi per rispondere al martellamento degli avversari, ma ha pagato con un quinto fallo forse inutile, subito dopo il suo diciottesimo punto, l’impegno in difesa chiudendo anzi tempo la partita proprio quando stava dando l’impressione di poter almeno far valere il suo valore di fronte ai compagni d’avventura nella Nba, tra i quali il più atteso era Paolo Banchero, il protagonista del gran rifiuto. 25 minuti in campo, 8 punti (4/8) e cinque rimbalzi per una prova comunque positiva.

Ne usciamo indubbiamente male. Può aver pesato la stanchezza della sesta partita in undici giorni, ma anche gli obiettivi limiti atletici, la mancanza di centri di ruolo (51 rimbalzi concessi contro i 33 conquistati), il rango e la personalità degli avversari, la scarsa convinzione di poter far fronte ad un passivo che aumentava in progressione geometrica. L’Italia ha ceduto sotto l’aspetto mentale, non ha trovato i meccanismi e le geometrie di gruppo che altre volte le hanno consentito di superare gap anche pesanti, si è arresa troppo presto deludendo chi sognava un’impresa storica.

Ma attenzione, il Mondiale non è finito. Ci sono ancora due partite da giocare, e bene ha fatto Pozzecco a dare minuti preziosi a Procida, Diouf e infine anche a Spagnolo, oltre che a Severini, perché nei prossimi giorni servirà il contributo di tutti. Domani sapremo chi, tra Germania e Lettonia, ci troveremo di fronte giovedì per la semifinale per il 5°-8° posto. Vincendola affronteremmo chi passerà tra Lituania e la perdente di Slovenia-Canada.

Andare avanti fino in fondo non è banale. Siamo tornati tra le prime otto al mondo dopo venticinque anni, siamo tra le sei migliori squadre europee, possiamo ancora arricchire il nostro ranking sia mondiale sia continentale arrivando il più in alto possibile. Bisogna ricaricare le pile, ripartire dall’impresa con la Serbia che tanto scarsa evidentemente non è se si è ritagliata la possibilità sia del podio sia della qualificazione diretta per i Giochi di Parigi, già in tasca se il Canada domani batterà la Slovenia.

Si è trovata la strada spianata dal successo della Lituania sugli Usa (chi ipotizza che gli americani han perso per affrontare l’Italia non ne conosce la mentalità che non prevede sconfitte, nemmeno tattiche), ma ha dimostrato di essere una grande squadra guidata da un grande coach, Pesic, e condotta da un grande giocatore, Bogdanovic.

 

Mario Arceri