di Maurizio Roveri
Come dentro un dipinto di Caravaggio. Nel chiaroscuro della scena, la luce dell’azione è un fascio diagonale forte che attraversa il racconto e i suoi personaggi. Andando ad esaltare il pathos d’una sfida fra le più intense e suggestive di questa Euroleague, sicuramente una sostanziosa prestazione di qualità, concreta, coraggiosa, oserei dire “eroica” da parte d’una Virtus Segafredo che con quasi mezza squadra indisponibile (V nera priva di Hackett, Ojeleye, Cordinier, oltre a Abass e Menalo) disarciona lo squadrone turco costruito per salire sul tetto d’Europa. Quel Fenerbahce Beko, che ha primeggiato a lungo in questo girone d’andata. E che ha perso il comando della classifica proprio sui legni d’una “Segafredo Arena” gonfia di passioni, allegra e possente nei colori vividi del tifo di 7600 sostenitori.
Tenebre e luce. Sofferenza e pazienza, costanza e fierezza, emotività e coinvolgimento, e infine il piacere. Immagini energiche, sensazioni forti. Quelle che ci ha fatto vivere questo partitone di Euroleague.
Gli occhi, le facce, le espressioni. Tutto in dinamico movimento nella scena caravaggesca. Dove l’impatto visivo mette a fuoco, principalmente, le mani.
Mani che si muovono, si alzano, si abbassano, s’intrecciano in un balletto artistico e frenetico.
Sono le mani di Marco Belinelli, graffianti nel lasciare il segno della sua classe e del suo tempismo, con quei 14 punti nell’ultimo quarto, perfide sciabolate che hanno gonfiato il canestro dei turchi con le ritrovate tipiche “esecuzioni alla Belinelli” in uscita dai blocchi, portando via il tempo ai difensori. Quanto controllo mentale in quei due tiri liberi messi a segno, magistralmente, sul 90-88 a 5 secondi dal termine. Lì, il Beli ha dato il colpo di grazia alle ultime speranze del Fenerbahce, che s’era pericolosamente riavvicinato dopo essersi trovato sul -10 quando mancavano tre minuti ancora. Micidiale Belinelli. Ha recuperato i suoi movimenti, i suoi canestri, le sue certezze. Un grande squillo, dopo avere assaporato e accettato – con l’umiltà dei campioni veri – tre mesi di purgatorio. Lavorando in semplicità, con passione e professionalità. E tantissima convinzione. Sapendo che sarebbe tornato un giorno di gloria anche sulla scena dell’Euroleague. Sì, è arrivato “il rinascimento” del trentaseienne campione di San Giovanni in Persiceto. Autore d’una partita formidabile, contro una “grande” d’Europa, e nel momento del bisogno più assoluto d’una Virtus Segafredo in situazione d’emergenza. Una prestazione di personalità, da capitano autentico, quella di Belinelli: 18 punti in altrettanti minuti, l’80% nel tiro da due, il 50% nelle triple, il 100% nei tiri liberi, 5 falli subìti, 23 di PIR e +8 di plus/minus. Immenso. Roba da Player of the Game.
Le mani. Quelle di Alessandro Pajola, piccolo grande eroe che combatte sul dolore, con infiltrazioni alla spalla ammaccata, e lotta duro, difende con l’intensità che tutto il mondo dei canestri ha imparato ad apprezzare, trasmette il suo spirito ai compagni di squadra. Pajo, nonostante il problema alla spalla che sta portandosi dietro dalla serataccia maledetta del Pireo il 9 dicembre, non esita a tuffarsi per recuperare una preziosissima palla, poco oltre la metà dell’ultimo periodo. Soprattutto, a 20”5 dal termine, con il Fenerbahce pronto a distendersi in contropiede per il canestro del pareggio o addirittura del sorpasso, sbuca dal niente la manina dell’Arsenio Lupin dei giorni nostri e… zac, palla rubata, per la disperazione di coach Dimitris Itoudis. Il Fener commette fallo. Pajola in lunetta. Ha 22 anni e una responsabilità schiacciante sulle spalle (correggo: su una spalla). Nel ventre dell’Arena il silenzio totale. Perché il fiato dei 7600 è fermo in gola. Sotto pressione, Alessandro Pajola dimostra una saldezza di nervi straordinaria. Due tiri liberi perfetti. E sul 90-86 ci si sente più liberi. Sospirone di sollievo. Sono stati i soli 2 punti di Pajo, ma di fondamentale importanza.
La spalla è ammaccata. Le mani sono sempre quelle reattive del playmaker n. 6 di casacca della V nera. Mani che, in una partita così dura e complessa, disegnano la bellezza di 10 assist.
Mani attive, mani più sicure di prima sulla scena dell’Euroleague. Sono le mani di Mam Jaiteh. Finalmente in versione aggressiva. Efficacissimo in dimensione offensiva, ricevendo buoni palloni e attaccando il ferro (7 su 9). Con personalità. In difesa ha lavorato tanto, allungandosi sugli aiuti, nelle coperture. Il piano gara prevedeva di chiudere la strada ai tiratori. E Jaiteh ha dato buona mano agli esterni. Il piano di Sergio Scariolo ha funzionato, poiché il Fener non ha trovato spazi per essere pericoloso nelle conclusioni da 3 punti. L’8 su 25 (32%) indica che il lavoro difensivo del gruppo bianconero sui tiratori del team turco ha funzionato egregiamente. Chiaramente, questo  sostanzioso lavoro di “aiuti” per limitare la pericolosità degli esterni del Fenerbahce, ha di tanto in tanto lasciato aperto spazi interni dentro i quali ha cavalcato un ruggente Johnathan Motley: 26 punti (con 11 su 14 nelle conclusioni in area) e 30 di PIR. Ma ad un Motley imperioso hanno fatto da contrasto coloro che nella squadra di coach Itoudis hanno prodotto poco o niente sul piano dell’incisività offensiva: ad esempio Hayes-Davis, Dyshawn Pierre, Devin Booker (che però ha lavorato forte ai rimbalzi d’attacco), anche Kostas Antetokounmpo: il fratello di Giannis era partito con quattro schiaccioni e poi s’è fermato lì. Benino e niente di più Guduric e Wilbekin. Nick Calathes con tanta sublime classe, tuttavia la difesa organizzatissima della Virtus Segafredo lo ha costretto ad una partita impegnativa e complessa. E dunque il regista del Fenerbahce, nonché migliore assistman nella storia dell’Euroleague, non ha fatto la differenza in questa sfida bolognese.
Teodosic meglio di Calathes. Sì. Forse non appare dai “numeri”, ma… le stats non vanno sempre prese per oro colato. Ho guardato l’atteggiamento. Ne ho valutato la personalità. Milos era carico, stimolantissimo, ispiratissimo. C’era da mettere immediatamente la partita sulla strada giusta, afferrare l’iniziativa o comunque non subirla. Non fare scappar via il Fenerbahce. Tenerlo lì, sotto controllo. Da sfidare faccia a faccia, punto a punto. Teodosic, entrato in campo sull’11-11, quasi al sesto minuto del primo quarto, ha preso le redini della Virtus. Le sue mani, guidate da un’intelligenza superiore, hanno trasmesso sicurezza. Fabbricando 9 punti, e 7 di PIR, in 4’01”.
Dopo, si è dedicato agli assist. Mandando a canestro compagni di squadra. Quella sciabolata no look, palla battuta a terra passata in mezzo al traffico e arrivata con precisione millimetrica nelle mani di Jaiteh, con tale scelta di tempo e immaginazione da sorprendere tutta la difesa del Fenerbahce, ecco… una prodezza così la può fare solo lui: Milos Teodosic. E si è molto applicato anche in difesa. Utilizzato in maniera molto saggia da coach Scariolo.
Mani forti, mani da guerriero. Quelle di Toko Shengelia. Mani per battagliare nella foresta dei giganti. E gambe per scivolar via in 1c1, attaccando il ferro sulla linea di fondo. Il georgiano, partita dopo partita, recupera il ritmo dopo il lungo stop. L’autonomia è ancora limitata, però Toko compensa con la solidità fisica e il grande orgoglio da guerriero.
Sulla tela di quest’ultima grande scena dell’anno è esplosa con un’intensità tipicamente caravaggesca l’urlo di Nico Mannion e di Kyle Weems.
Nico, al quale Scariolo ha concesso lo starting five, ha saputo afferrare questa opportunità e il suo primo quarto è stato fiammeggiante. Adesso che è in forma e ha più minuti, e ha aggiunto maturità, il tiro in sospensione di Mannion – per rapidità di esecuzione e per eleganza – è una delizia per gli occhi. Una perla quel pulitissimo arresto e tiro per il 59-56 poco oltre la metà del terzo periodo.
E provvidenziali sono state anche le mani di Kyle Weems, a costruire “tiri pesanti” (4 su 5, percentuale dell’80%) e attente difese. Facendo capire al Fenerbahce che la Virtus Segafredo stava facendo maledettamente sul serio.
Positivo il rientro di Jordan Mickey, 11 punti in 18’58” in campo. E una “presenza”. Anche una tripla per un giocatore che abbina bene fisicità e tecnica.
Tutto bene? No. Iffe Lundberg. Il suo piatto è rimasto vuoto. Si è spremuto in difesa, tuttavia da un giocatore della sua esperienza non è ammissibile che sia rimasto a zero in attacco. Soprattutto che non abbia tentato neppure un tiro. Zero anche nei liberi e nei rimbalzi. C’è qualcosa che non va?
La Virtus Segafredo ha vinto perché ha giocato molto bene di squadra. Passandosi la palla. Aiutandosi. Comunicando. Difendendo. Portando avanti con concentrazione e lucidità il piano-partita. I 26 assist confezionati ne sono la bella conferma. Sei giocatori in doppia cifra nei punti, addirittura sette nella Performance Index Rating.
Il Fenerbahce ha avuto una grande individualità, Motley, 26 punti. Tra lui e gli altri c’è stata una forbice troppo ampia.
Perché la Virtus nell’ultimo quarto ha prevalso? Per Belinelli, principalmente. E anche perché Motley, arrivato a 21 punti a 2’53” dal termine del terzo quarto, si è poi arenato. La difesa della Virtus negli ultimi tredici minuti, gli ha concesso soltanto 5 punti…
Se c’era ancora qualche dubbio, questa performance (realizzata senza Ojeleye, Cordinier e Hackett) dimostra che la Virtus Segafredo è squadra che vale. E che, soprattutto, è squadra da Euroloega. Nel senso che possiede l’atteggiamento, la qualità, lo spirito, la mentalità e il giusto orgoglio per far bene (o più che dignitosamente) il proprio percorso nella più competitiva e dura Euroleague di tutti i tempi.
La V nera di Bologna merita di rimanere in Euroleague, con o senza i playoff.