Dal 14 fino al 29 di dicembre la Sala Borsa di Bologna, luogo storico per la cultura della città, ma anche per la palla a spicchi, ospita “Una storia con la Effe maiuscola”. Un’esposizione che ripercorre dagli albori fino ai nostri giorni la storia della Fortitudo Bologna. Una storia raccontata con l’ausilio di cimeli storici, canotte da gioco, poster e fotografie.

Un percorso, quello della mostra, che ripercorre tutte le epoche, rievocando anche le numerose figure che hanno scritto pagine importanti di storia dell’aquila, partendo da Gary Schull, passando per Davide Lamma, Beppe Lamberti, Teo Alibegovic, Carlton Myers e tanti altri.

La mostra è organizzata dall’Associazione Museo Fortitudo, nata nell’estate del 2021 dall’idea di 4 tifosi che hanno voluto raccontare la storia del club biancoblù. Proprio nel 2021 la mostra aveva visto la luce per la prima volta, ospitata da Spazio Carbonesi, e già in quell’occasione aveva riscosso un discreto successo nonostante il covid fosse ancora presente e imponesse diversi limiti.

Per l’edizione di quest’anno abbiamo ripercorso insieme a Filippo Venturi, membro dell’AMF e collezionista, tutti i passi che hanno riportato la mostra agli occhi del grande pubblico. 

Cosa vi ha spinto a ripartire quest’anno con la mostra, e come mai lo scorso anno invece non è stato possibile organizzarla?

“Il consiglio direttivo dell’associazione è formato da quattro tifosi che chiaramente fanno tutt’altro nella vita e questa iniziativa presuppone uno sforzo molto grande, sia in termini economici che in termini di tempo da dedicare. Quindi l’abbiamo fatta nel 2021, ed è stato un buon successo, nonostante le normative Covid fossero ancora presenti. Infatti la prima edizione è stata abbastanza contingentata. Quindi era rimasta la voglia di proporla, poi nel frattempo siamo entrati in contatto con altri collezionisti privati, i quali ci avevano messo a disposizione moltissime maglie degli anni 70 e anche 60 che nella prima esposizione non erano presenti, e quindi abbiamo deciso comunque di riproporla, pensando appunto alla Sala Borsa, che è una location molto prestigiosa, palcoscenico della pallacanestro bolognese, prima della costruzione del Paladozza”.

Com’è arrivata l’opportunità di allestire la mostra in Sala Borsa?

“Semplicemente abbiamo fatto richiesta all’assessore allo sport, Roberta Li Calzi, la quale ci ha concesso lo spazio, e quindi la ringraziamo nuovamente pubblicamente”. 

Il lavoro di raccolta dei cimeli, avendo un precedente alle spalle, è stato più semplice rispetto alla scorsa edizione?

La storia della Fortitudo è quella, quindi non è che ogni volta puoi raccontarne una diversa. Noi cerchiamo attraverso parole, immagini, oggetti, di raccontarla. Vogliamo tramandare una storia importante, prestigiosa, gloriosa, che riguarda una squadra di basket, profondamente radicata nel territorio, seguita, amata, venerata, e quindi un racconto che coinvolge la città prima ancora che una parte di essa. Se è stato più facile? Direi di no, come ti ho detto prima, aggiungendo alcuni pezzi importantissimi, tra cui una maglia del barone Schull, annata nel 72-73, ma non solo quella, ci sono tanti altri oggetti nuovi, però probabilmente il racconto è stato più semplice da ricostruire dato che l’avevamo già fatto. L’allestimento in sé per sé della sala è stato difficilissimo, perché comunque per l’organizzazione della Sala Borsa non è semplice. Abbiamo avuto pochissimo tempo, e ti devo dire che c’è stato un momento in cui ho pensato a non ce l’avremmo mai fatta, e invece eccoci qua”. 

Quali sono stati i cimeli più complicati da trovare?

“Più vai indietro nella storia, più è difficile trovare cose. Questo un po’ perché il tempo passa, un po’ perché fino agli anni Ottanta, e anche una parte dei Novanta, non c’era un vero e proprio merchandising. Quindi, al di là del fatto che le nostre canotte sono tutte indossate, comunque se ne facevano poche, e quelle poche venivano poi riciclate l’anno successivo. Le maglie di serie A per esempio venivano date l’anno successivo ai giovani, quindi chiaramente diventa un’impresa impossibile riuscire a recuperarle. In più bisogna tener conto che sono ricordi preziosi per tante persone, le quali diffidano spesso di aprire i loro armadi e consegnartele. Credo però che proprio questa sia stata la nostra grande vittoria, nel senso che la prima esposizione ci ha dato una credibilità. E quindi, l’obiettivo nostro di restituire questo grande patrimonio alla città è stato recepito da tanti collezionisti privati, che si sono fidati, ci hanno dato i loro cimeli, le loro maglie, e noi quando disallestiamo la mostra, le ridiamo indietro”.

Oltre ai cimeli, avete chiesto anche un aiuto economico ai tifosi? 

“Abbiamo aperto una campagna di crowdfunding, con la quale abbiamo chiesto sostanzialmente un aiuto per sostenere questo progetto, ed eventualmente anche progetti futuri dell’associazione. La raccolta fondi funziona in modo molto semplice, c’è una piattaforma che si chiama Eppela, il cui link è tracciabile sui social dell’associazione Museo Fortitudo. Basta cliccare sul link e entri sulla piattaforma, ti registri e poi doni quello che vuoi. Qualsiasi cifra è un aiuto per noi, che comunque; al di là dei nostri partner, che ci hanno sostenuto anche in questa occasione, e devo dire anche Fortitudo Pallacanestro, ci ha dato una mano; è un’iniziativa che parte da noi, in tutto e per tutto, anche per quanto riguarda i costi. Ricordo comunque che l’ingresso alla mostra è gratuito”. 

Avete avuto ospite alla presentazione a Carlton Myers, cosa ha voluto dire per voi avere un testimonial così importante?

“Carlton Myers, a parte che ci ha reso disponibile la sua maglia di gara 4 di Treviso, della famosa finale del primo scudetto, ma è stato come un timbro, lui probabilmente è il personaggio vivente più importante della storia della Fortitudo. Interpreta un po’ il grande percorso che questa squadra, questa società ha fatto negli anni 90, partendo dal nulla e arrivando a toccare una vetta sulla montagna, passando per vie impervie. Abbiamo perso tante battaglie, lui è stato sconfitto in ripetuti momenti, però non ha mollato mai ed è stato un esempio di sport, traendo forza dalle sconfitte. Oltre ad essere personaggio anche fuori dal rettangolo di gioco importante, insomma è stato portabandiera olimpico. Il fatto che lui abbia dedicato tempo a noi, al nostro progetto, sta a significare che comunque siamo credibili, questo termine per noi è veramente importante”. 

Gli obiettivi che vi eravate posti sono stati raggiunti?

“Basta venire qua alla mostra e capisci che sono stati raggiunti. L’obiettivo rimane quello di restituire alla città il patrimonio storico di una società. È quello di far sospirare, emozionare le persone che questa storia l’hanno vissuta, ma l’obiettivo è anche, se non soprattutto, quello di raccontare la storia a chi non l’ha vissuta, ossia alle ultime generazioni. Quindi non me ne voglia nessuno, ma quando entra un ragazzino qui, per me vale doppio. Ad esempio, l’altro giorno c’era un ragazzo che avrà avuto 18 anni, che si è fermato davanti al pannello di Beppe Lamberti per leggerlo, in quel momento ho pensato, per me possiamo togliere tutto. So che c’è una persona in più oggi al mondo, che sa chi era, Beppe Lamberti. Se parliamo invece di obiettivo finale, il sogno è quello di avere questa mostra permanente. Ma non dipende solo da noi, anzi, noi non siamo in grado, da soli, di sostenere un progetto del genere”. 

La mostra per il momento come sta andando?

“Non abbiamo dati di affluenza numerici, ma il dato è visivo. Qui c’è sempre gente. Stringiamo mani, raccontiamo storie, ricordiamo. È un bel momento, ce lo stiamo godendo appieno. Purtroppo non riusciamo a tenerla in piedi per più tempo, perché comunque il costo quotidiano non si sostiene più a lungo”. 

 

In foto la mostra in Sala Borsa (Facebook)

Alessandro di Bari