Negli ultimi dieci anni la tecnologia ha assunto un ruolo sempre più predominante nella comunità globale, non solo per quanto riguarda la vita di tutti i giorni, ma anche nel modo di intendere lo sport: l’utilizzo delle cosiddette statistiche avanzate per esempio ha avuto un impatto enorme sulla pallacanestro, polarizzando nel tempo le opinioni di chi la guarda. Se da una parte i nostalgici sostengono che il gioco di oggi sia troppo monotono a causa della quasi totale scomparsa del post basso, i giovani appassionati sono sempre più attratti dai numeri e dall’efficienza tradotta in formule di un determinato giocatore o di una determinata filosofia cestistica: quel che sappiamo di certo che il basket cambia e continuerà a cambiare senza smettere di suscitare interesse. Il primo a tracciare una linea netta fra prima e dopo è stato il GM degli Oakland Athletics Billy Beane, divenuto celebre grazie al film di culto Moneyball ha mostrato per la prima volta come l’approccio analitico potesse portare ai Playoff anche la squadra col budget più basso della MLB. Trasferendoci sul parquet, i primi ad aprire la strada sono stati i Phoenix Suns del 7 seconds or less di stampo dantoniano cui prima Mark Jackson e poi soprattutto Steve Kerr hanno dato un seguito, trasformando una squadra di scelte passate sotto traccia al Draft in una corazzata imbattibile come i Golden State Warriors dei tempi moderni. L’estremizzazione totale del concetto di efficienza ha trovato però casa a Houston, dove Daryl Morey ha creato un sistema a tavolino passato alla storia – giocando col cognome del GM dei Rockets e il titolo del famoso film – come Moreyball, tradotto sul campo ancora una volta dal genio di Mike D’Antoni. La finale della Western Conference del 2018 fra Warriors e Rockets ha messo di fronte forse le due squadre più efficienti di sempre, mostrando due modi di giocare completamente diversi ma che si fondano su un principio comune, ovvero l’eliminazione del tiro dalla media distanza, considerato meno sicuro di un tiro al ferro ma al tempo stesso meno proficuo di un tiro da tre punti. Al giorno d’oggi la maggior parte delle conclusioni avviene o fuori dall’arco o nei pressi del canestro, in nome di quella efficienza di cui si parlava e strettamente legata al concetto di spacing ovvero alla volontà di allargare il campo per creare il tiro migliore possibile, facendo al contempo faticare di più la difesa. Questa tendenza parzialmente ha attecchito anche in Europa, e più spazio e distanza vengono esasperati, più il bisogno di avere un giocatore in grado di sparigliare le carte in tavola, di maneggiare quella zona grigia si fa preponderante: sono pochi quelli in grado di essere letali con un palleggio, arresto e tiro dal midrange con continuità, e chi ci riesce è destinato a fare la differenza anche ai piani alti dell’Eurolega. Nell’A|X Armani Exchange Milano c’è un uomo che risponde perfettamente a questa caratteristica e che nella passata stagione si è affermato come una delle migliori ali d’Europa: il soggetto in questione è ovviamente Shavon Shields, uno che ha portato l’evoluzione tecnica ai massimi livelli, aggiungendo sempre un pezzo in più al proprio infinito arsenale. Uscito da Nebraska come 4 tattico con grande propensione ad attaccare il ferro, oggi il figlio dell’ hall of famer NFL Will è diventato un rebus irrisolvibile per qualsiasi difensore grazie alla sua etica del lavoro e, tutto sommato, e una fortuna per il basket che non abbia seguito le orme del padre.

 

DIAMANTE GREZZO

La carriera professionistica di Shavon Shields inizia nel 2016 in Germania, agli Skyliners di Francoforte, ma già verso la fine di quella stagione arriva in Italia a Trento agli ordini di coach Buscaglia, dove ci mette poco a mettersi in mostra: l’allenatore umbro, fenomenale nel plasmare giovani talenti, si accorge di avere per le mani un diamante grezzo dotato di un primo passo devastante e di una fisicità strabordante, l’elemento perfetto per una squadra abituata a lottare su ogni pallone e ad aggredire l’avversario come la sorprendente Dolomiti Energia di quel periodo. Insieme a Beto, Hogue e Sutton forma una frontline tanto imprevedibile quanto assortita, fatta di muscoli, velocità, movimento senza palla ma soprattutto un’elevata capacità di attaccare il ferro. I trentini si dimostrano ben più di una Cenerentola, riuscendo a raggiungere la finale Scudetto dopo aver realizzato un clamoroso upset battendo per 4-1 proprio l’Olimpia in semifinale. Shields nelle 14 partite di Playoff produce 10.1 punti di media che arrivano principalmente negli ultimi metri di campo, ma è nella stagione successiva che il suo talento esplode in maniera definitiva: Trento conquista nuovamente la finale, ancora una volta contro Milano, squadra evidentemente nel destino del ragazzo del Kansas. Nonostante l’ultimo atto del campionato arridere ai meneghini, Shields gioca sei partite sensazionali, coronate dall’exploit di gara 5 in cui realizza 27 punti con quattro tiri pesanti a segno su sei tentativi. A dimostrazione dei miglioramenti al tiro nella off season del 2017, rispetto ai precedenti Playoff tira quasi il doppio delle triple (da 2.1 a 3.6 tentativi di media) convertendo con un più che discreto 34%: è  ancora principalmente un tiratore sugli scarichi, ma già in questo periodo si cominciano ad intravedere interessanti brani di palleggio arresto e tiro dai 5 metri. Alle evidenti abilità tecniche, Shields accompagna un QI ben sopra la media che gli è valso per due volte l’Academic All-American, premio riservato agli studenti che eccellono nello studio tanto quanto nello sport. La sua straordinaria intelligenza è una delle prerogative che gli permetterà in futuro di migliorare ulteriormente il suo gioco.

COMPLETEZZA TECNICA

Le due fantastiche stagioni a Trento valgono a Shields la chiamata del Baskonia, passaggio obbligato da oltre vent’anni per la maggior parte delle future star europee. Nel 18/19 sulla panchina c’è Velimir Perasovic, già allenatore di quel Tau protagonista in Europa a metà degli anni duemila e proprio sotto la sua egida avviene il suo esordio in Eurolega: i rossoblu non si qualificano per i playoff, ma Shields gioca minuti sostanziosi in un contesto in cui il principio si fonda proprio su uno spacing accentuato, sul poco utilizzo del pick and roll e sulla capacità di giocare uno contro uno e sui blocchi lontano dalla palla.  In questo periodo che comincia a giocare stabilmente nel ruolo di 2-3 e inizia a costruire il suo marchio di fabbrica, lo step back, sia dalla media che dalla lunga distanza; saper sfruttare tutto lo spazio del campo diventerà la sua dote principale per trovare il tiro più efficiente possibile. Il gioco di un atleta totale però non si più basare esclusivamente su una metà campo, la sua velocità di piedi e la sua dimensione fisica gli permettono di cambiare su qualsiasi blocco e di tenere sia un esterno che parte frontalmente o un lungo che riceve spalle a canestro. È durante il secondo anno a Vitoria che i maggiori club europei cominciano ad appuntarsi il suo nome sul taccuino, l’arrivo di Dusko Ivanovic lo responsabilizza ulteriormente e Shields diventa uno dei perni della squadra che nella bolla di Valencia conquista addirittura il titolo ACB del 2020 in finale contro il Barcellona. Le sue caratteristiche tecniche vengono sviluppate in maniera ancor più evidente e per il diretto marcatore è praticamente impossibile sapere quale tipo di soluzione adotterà palla in mano: i blocchi orizzontali su cui si basa la pallacanestro del montenegrino sono fondamentali per liberare il quarto di campo e permettere al nazionale danese di sfruttare al meglio le sue capacità. L’ala sinistra è sicuramente la zona in cui preferisce ricevere il pallone e la capacità di lettura della situazione è di alto livello: se di fronte c’è un pari ruolo più lento allora la penetrazione in area è la soluzione più adeguata, se a marcarlo è un difensore veloce ma più piccolo i suoi 201cm gli tornano utili per sfruttare un palleggio, arresto e tiro a quote a cui quasi nessuno può arrivare a contestarlo. Spacing, letture, rapidità nel decision making: tre qualità che Shields impara a gestire come pochi anche ad alto livello.

 

SAPER SCEGLIERE

Subito dopo il titolo spagnolo la gara ad accaparrarsi il nazionale danese si fa affollata, ma è Ettore Messina ad arrivare prima di ogni altro per farne il faro offensivo di un’A|X Armani Exchange estremamente ambiziosa e vogliosa di tornare ai Playoff di Eurolega. Non è più solo una questione tecnica, ma anche mentale: il coach ex Lakers mette da subito Shavon Shields al centro del suo sistema, fidandosi totalmente della sua capacità di scelta in entrambe le fasi del gioco, facendone il leader tecnico insieme ai due veterani Chacho Rodriguez e Kyle Hines. Il riconoscimento immediato del suo status si traduce sin da subito sul parquet: Shields non è più solo un giocatore talentuoso in rampa di lancio, ma diventa uno dei principali dominatori europei. Nella prima stagione milanese si afferma come la miglior ala piccola in circolazione – probabilmente al pari del solo Will Clyburn  e produce 13.8 punti in Eurolega e 14.2 punti di media in Serie A con una percentuale vicina al 40% da tre punti su quasi 4 tentativi per partita. La sua tripla minaccia offensiva viene palesata anche dai numeri: la shooting percentage è del 62.5%, la migliore in carriera, a cui si aggiungono i 2.6 assist ad allacciata di scarpe che dimostrano come, una volta creato il vantaggio, Shields sia in grado di capitalizzarlo anche senza segnare un canestro. Un altro dato rilevante è quello dei rimbalzi, oltre tre e mezzo a gara: una volta catturata la palla sotto il proprio ferro è fenomenale nell’andare coast to coast in pochi secondi all’altra estremità del campo. Il sistema messiniano si regge però da sempre su una difesa efficace e che un attaccante del livello di Shields sia anche un difensore di primo livello è roba rara. Nei finali di partita della scorsa stagione il quintetto con Hines da 5 e LeDay da 4 ha permesso a Milano di cambiare sempre, in qualsiasi situazione e di mettere forte pressione sulla palla: in questo ha aiutato tantissimo anche la difesa del nativo di Overland Park che proprio come al Baskonia non ha avuto paura di prendersi la responsabilità di tenere faccia a faccia anche il miglior attaccante avversario. La straordinaria cavalcata di Milano non solo l’ ha portata alla conquista della posta season, ma addirittura alle Final Four, ad un solo tiro dalla finale contro l’Efes: il miracolo di Higgins quasi sulla sirena non ha cancellato la straordinaria stagione di Shields, dominatore assoluto della decisiva gara 5 contro il Bayern Monaco e autore di 13 punti nella semifinale contro il Barcellona. In Italia è invece arrivata la terza finale in altrettante apparizioni, ma il primo tricolore deve essere ancora alzato per un giocatore che prima dell’ infortunio contro il Real Madrid in questa stagione stava mantenendo livelli di eccellenza: 11.1 punti di media in 9 partite di LBA e 12.6 nelle prime 16 di Eurolega con il 38% complessivo da tre punti. Il suo decision making è ulteriormente migliorato, consentendogli di uscire dagli schemi quando il contesto lo richiede e nonostante tutto prendendo la giusta decisione: studio e gioco ancora una volta fanno parte di un unico atomo indivisibile della sua carriera. Ciò che colpisce però quest’anno è l’ulteriore step difensivo di Shields in Europa infatti il suo defensive rating dice 99.8, un dato folle per uno dei migliori attaccanti del panorama continentale: la difesa produce transizione, la transizione produce canestri facili e nessuno meglio della coppia Chacho-Shields è in grado di interpretare questo aspetto della pallacanestro. La crescita dal punto di vista della fiducia in queste due ultime stagioni è stata incalcolabile e la capacità di fare canestro con ogni tipo di soluzione ha reso il suo midrange ancora più determinante, dimostrando come quella zona intermedia, se utilizzata al meglio, possa produrre un ottimo tiro. Saper allargare il campo per sfruttare ogni centimetro della Terra di mezzo, è questa la chiave: nessuno più di Shavon Shields è in grado di governarla

 

Fonte: legabasket.it