Qualche settimana fa si consumava la tragedia sportiva per ogni napoletano sportivo e amante della pallacanestro.

No, nessuna sconfitta, semplicemente la contemporaneità tra Lazio-Napoli di calcio e Virtus Bologna – GeVi Napoli.

Rinunciare all’una o all’altra o armarsi di doppi monitor, schermi divisi e qualsiasi altra alchimia l’umano intelletto potesse escogitare.

F., nome di fantasia, è a casa con i parenti, calciofili, da cui non è riuscito a staccarsi perchè la sua nuova casa non è ancora pronta per entrare.

Allora avvisa, “scusate ma c’è anche Virtus-GeVi e la vorrei vedere”; risposte piccate, “ma che ce ne importa del basket, ci dobbiamo vedere Lazio-Napoli”.

Una lotta impari contro chi ancora ha i paraocchi, con chi pensa che lo sport cittadino sia solo quello della palla al piede.

  1. prova a protestare, il Napoli sta deludendo le aspettative, la GeVi affronta una squadra da Eurolega, niente da fare.

Allora si arma di cellulare, sacramenta la connessione ballerina ma, intanto, il parquet della Virtus Segafredo Arena è lì sullo schermo. Stringe gli occhi per mettere a fuoco le 5 canotte nere e le altre 5 biancoblu, se non fosse per le venature d’azzurro sembrerebbe quasi un derby di Basket City.

Nel frattempo, gli altri presenti quasi cadono in un sonno dirotto per la noia del match dell’Olimpico in cui le emozioni brillano per la loro assenza, qualcuno sobbalza quando F. menziona entità ultraterrene ad un canestro sbagliato sul 46 pari. Lo guarda confuso, non capisce.

Napoli, la GeVi, perderà quella partita, pur uscendo a testa alta dal parquet felsineo. L’altra gara si trascinerà scialba sullo 0-0, immobile come suggerisce il cognome del centravanti laziale.

  1. sospira, ha l’impressione che quella sia la sentenza definitiva sulle speranze di riaccendere la passione che il basket napoletano meriterebbe.

Non sa che il destino ha qualcosa in serbo, per lui e per la città.

 

Poche settimane dopo, un treno per Torino.

“Ma si, andiamo a divertirci, è già tanto esserci, ricordi due anni fa? Sembrava fatta e poi…”

  1. arriva all’Inalpi Arena con la testa libera, Brescia è troppo forte, in campionato aveva fatto ciò che voleva contro una GeVi troppo brutta per essere vera.

Però stavolta è diverso. Stavolta sono i ragazzi di Milicic a mettere la freccia, ad andare avanti anche in doppia cifra, ad incassare il parziale e restituirlo.

È un’altra GeVi. Vince. Affronterà Reggio Emilia che, a sorpresa, ha eliminato la Virtus.

  1. fatica a crederci.

Passa il giorno di riposo e la tensione è altissima, F. non sa se crederci o meno, una parte fantastica, l’altra rispolvera il suo proverbiale pessimismo cosmico forgiato da anni di proclami su progetti di squadra e ricostruzioni di palasport puntualmente disattesi.

La seconda pare prendere il sopravvento dopo un primo quarto in cui l’UnaHotels sembra fare ciò che vuole in campo. La GeVi incassa, si aggiusta in difesa, chiude l’area e rientra in partita di prepotenza fino ad essere di nuovo in equilibrio.

Ma bisogna rimontarla due volte, la seconda ancora più ardua della prima.

La tripla di Sokolowski vale il pareggio dopo essere rientrati in pochi minuti dal -12 con un parziale di 16-4.

È supplementare, Reggio Emilia ha sia Chillo che Faye, due terzi del proprio pacchetto lunghi, fuori per falli. F. ci crede, la tripla del +5 di Jacob Pullen rende tutto maledettamente reale.

È gioia, Napoli in una finale di Coppa Italia dopo 18 anni. Contro l’Olimpia Milano.

Una gioia che si spezza quasi subito, F. deve ripartire perchè il lunedì attacca presto a lavoro. Dovrà vederla da casa, da quella città che, crede, della pallacanestro in gran parte se ne frega.

Non sa che le cose, all’improvviso, stanno cambiando mentre sale sul treno con una smorfia di amarezza.

Domenica, ore 17.45.

La tv stavolta è sua. F. non vuole sentire ragioni.

Non ci crede, ma vivere quel momento vale al di là del risultato.

Non sa che, come il suo, tanti televisori sono sintonizzati sullo stesso canale, tanti da battere il record di ascolti della finale dello scorso anno.

Napoli subisce il primo assalto dell’Olimpia, poi comincia a giocare.

E come gioca, Napoli! Attenta in difesa, annulla Shields, limita Napier, “si concede” Melli e Mirotic perchè una squadra come le Scarpette Rosse non puoi fermarla tutta se non hai il suo stesso livello.

E mette il naso avanti. E lo mantiene. F. comincia a chiedersi se non stia sognando, più passa il tempo con la GeVi in vantaggio, più si convince che quella della durata di 40’ sia una convenzione superflua e la partita potrebbe benissimo finire subito che a lui starebbe più che bene.

2 minuti alla fine, Napoli a +8 (62-70), F. stavolta comincia a crederci sul serio. Non ci aveva mai messo il pensiero su quella coppa, ma adesso…adesso è difficile non guardarla con desiderio, con la sensazione di essersela meritata.

Tripla, tripla, tripla.

Le ultime due di Shields.

“Lo sapevo, era troppo bello per durare, prima o poi era chiaro che si sarebbe svegl…MAMMA MIA PULLEEEEEN!”, le ultime tre parole le urla ma non sono l’unico suono umano che sente.

“Vuoi vedere che…”, si chiede, poi lascia andare il pensiero, si sarà fatto prendere dall’immaginazione, chi vuoi che la guardi.

Eppure quei suoni si ripetono poco dopo quando gli arbitri, dopo una chiamata al challenge di Milicic, assegnano una rimessa decisiva.

  1. si dà un pizzicotto, non sta sognando.

Quando suona l’ultima sirena F. piange, ripercorre quegli anni di traversata nel deserto, poi sente che altri nel palazzo stanno festeggiando. Stavolta non c’è dubbio.

È tutto vero, è vero Giovanni De Nicolao che alza la coppa, è vera la gioia intorno a sé, sono vere, calde, saline, le lacrime di gioia, lacrime dolci che rimpiazzano anni di pianti amari.

E anche internet esplode. La Napoli dei canestri entra di prepotenza anche in quei portali dedicati al calcio, anche lì dove sembrava che solo il calcio esistesse.

La GeVi ha compiuto un’impresa doppia.

Ha battuto una squadra come l’Olimpia, ha riconquistato una città che, ora, riapre gli occhi e abbraccia dei ragazzi straordinari ed il loro allenatore. Una città che, finalmente, riscopre quel basket capace di riempire gli oltre 10.000 posti del fu Mario Argento, a cui il PalaBarbuto comincia davvero a stare stretto.

La rivincita di chi non si è rassegnato ad una monopolizzazione calcistica ma ha creduto di poter rivivere i bei tempi in cui dallo Stadio si andava a piedi al Palasport, i tempi in cui Diego Armando Maradona andava al Mario Argento per contribuire da tifoso ad una promozione in A1 o tentava di tirare contro i 2,20m di Tonino Fuss nelle partite di beneficenza. Sorride. Ora in tanti parleranno, magari diranno di aver sempre seguito, anche se non è vero. Ora tanti, in caso di contemporaneità, non rinunceranno ad Ennis e compagni, li vedranno a metà schermo con Kvaratskhelia e Osimhen. Almeno.

Ma cosa importa? Anche se più stretti, su questo carro si starà comodi tutti.

 

Elio De Falco