La sconfitta del Taliercio contro Venezia ha messo il punto finale alla stagione della Virtus Bologna. Un epilogo amaro, arrivato in semifinale playoff, che certifica un dato destinato a pesare: per la prima volta dopo cinque anni le Vu Nere chiudono un’annata senza alzare alcun trofeo.
Una conclusione che inevitabilmente porta con sé delusione e amarezza, ma che non può essere analizzata limitandosi alle ultime quattro partite della serie contro la Reyer. Quella della Virtus è stata infatti una stagione lunghissima, logorante, piena di cambiamenti, imprevisti e situazioni che ne hanno profondamente condizionato il percorso.
Dopo lo scudetto conquistato la scorsa estate si era chiuso un ciclo e se ne era aperto un altro. La società aveva scelto di ripartire ancora da Dusko Ivanovic in panchina, ma con un roster profondamente rinnovato e ringiovanito. Sono usciti di scena leader e colonne portanti come Tornike Shengelia, Marco Belinelli, Ante Zizic e Will Clyburn, mentre il volto nuovo della squadra è stato affidato a giocatori come Carsen Edwards, Luca Vildoza, Alen Smailagic, Derrick Alston Jr., Saliou Niang e Aliou Diarra.
Una rivoluzione tecnica e anagrafica che, almeno inizialmente, sembrava aver dato risultati persino superiori alle aspettative.
La prima parte di stagione è stata infatti esaltante. Il PalaDozza si era trasformato in un fortino praticamente inespugnabile, la squadra giocava una pallacanestro brillante e in EuroLeague erano arrivate vittorie di assoluto prestigio. Fino a dicembre gli infortuni avevano inciso poco e la Virtus era riuscita a costruire una propria identità, facendo nuovamente innamorare il pubblico bianconero.
Il vero turning point della stagione può essere individuato nella trasferta di Montecarlo il 30 gennaio. Una vittoria straordinaria ottenuta in emergenza contro il Monaco, arrivata al termine di una partita risolta da una delle tante giocate decisive di Luca Vildoza. Una serata che sembrava poter rappresentare una consacrazione definitiva e che invece, paradossalmente, ha segnato l’inizio della fase discendente.
Da quel momento la Virtus ha iniziato a perdere brillantezza. Sono arrivate le sconfitte casalinghe contro Trento e Asvel, quindi i pesantissimi tonfi europei contro Olympiacos, Efes, Olimpia Milano e Hapoel Tel Aviv. In mezzo anche una Coppa Italia estremamente deludente, conclusa con la sconfitta in semifinale contro Tortona.
Parallelamente ai risultati negativi hanno iniziato ad accumularsi gli infortuni. In un primo momento la squadra era riuscita a sopperire alle assenze, trovando energie e soluzioni alternative. Col passare delle settimane, però, il peso delle defezioni è diventato insostenibile.

 

In questo contesto si è progressivamente deteriorato anche il rapporto tra Dusko Ivanovic e parte dello spogliatoio. Una situazione culminata dopo la trasferta di EuroLeague al Forum contro Milano e sfociata nell’esonero del tecnico montenegrino.
Una decisione che, con ogni probabilità, ha anticipato tempi che sembravano già destinati a maturare in futuro. La società ha scelto di promuovere Nenad Jakovljevic da assistente a capo allenatore, una soluzione interna che appariva inevitabile ma che, col senno di poi, non ha prodotto i risultati sperati.
Tra marzo e aprile è arrivata una lunga serie di sconfitte consecutive che ha accompagnato l’uscita di scena dalla EuroLeague. Eppure, nonostante tutto, la Virtus è riuscita a conservare una notevole solidità nel campionato italiano, conquistando per il secondo anno consecutivo il primo posto al termine della regular season.
Nel frattempo il club era intervenuto sul mercato portando a Bologna Yago Dos Santos per sopperire alle difficoltà nel reparto playmaker. Un’operazione che però non ha avuto l’impatto sperato. Il brasiliano non è riuscito a fornire quella scossa che un anno prima aveva garantito Brandon Taylor e il suo contributo è rimasto inferiore alle aspettative.
Poi sono arrivati i playoff.
E anche qui il percorso si è rivelato estremamente complicato. Nei quarti di finale contro Trento la Virtus ha avuto bisogno di cinque partite per passare il turno. Una serie durissima, nella quale l’Aquila ha addirittura avuto due match point per completare l’upset contro la testa di serie numero uno.
Superato lo scoglio trentino, la semifinale contro Venezia ha rappresentato il definitivo capolinea. Dopo il tonfo di gara1 in Arena era arrivata la reazione in gara2, ma le due sconfitte consecutive del Taliercio hanno chiuso la stagione bianconera.
Ed è proprio nella gestione di queste serie che sono emersi i principali interrogativi legati a Nenad Jakovljevic.
Il tecnico serbo ha inevitabilmente pagato la propria inesperienza, aggravata da un roster ridotto ai minimi termini dagli infortuni. Tuttavia, rispetto a quanto riusciva a fare Ivanovic nelle situazioni d’emergenza, è mancata la capacità di esaltare i singoli e di trovare soluzioni alternative.
Le riflessioni tecniche sono molteplici e riguardano soprattutto la fase difensiva, la gestione delle rotazioni e quella delle partite stesse. A Jakovljevic vengono contestate una scarsa reattività nella chiamata dei timeout, alcune uscite dai timeout quantomeno discutibili, oltre a scelte non sempre convincenti nella gestione degli uomini.
Emblematico il caso di Francesco Ferrari, arrivato a gennaio da Cividale e utilizzato a singhiozzo, oppure quello di Nicola Akele, praticamente mai coinvolto. Senza dimenticare la continua ricerca dei cambi sistematici sui blocchi e altre situazioni tattiche che hanno lasciato perplessi.
Valutazioni che inevitabilmente andranno approfondite a bocce ferme, ma che fanno parte del bilancio di una stagione conclusa al di sotto delle aspettative.
Perché se è vero che gli infortuni hanno avuto un peso enorme, non possono rappresentare un alibi assoluto.
Alessandro Pajola, di fatto, è stato assente negli ultimi cinque mesi per i problemi ad entrambe le ginocchia. Derrick Alston Jr., probabilmente la miglior intuizione del mercato estivo insieme a Diarra, si è fermato per l’infortunio alla mano in gara1 contro Trento, saltando tutta la fase decisiva della stagione. Luca Vildoza non ha potuto giocare le gare del Taliercio. Assenze pesantissime che hanno inevitabilmente ridotto le possibilità della squadra.
Sul fronte individuale il giudizio resta articolato.
Carsen Edwards ha assunto il ruolo di leader offensivo. Lo ha fatto alternando prestazioni straordinarie ad altre completamente incolori, ma questa è esattamente la natura del giocatore. Alla fine non è su di lui che possono essere concentrate le principali

recriminazioni.
Molto positiva invece la definitiva esplosione di Matt Morgan, autore di una crescita costante nel corso dell’anno. Segnali incoraggianti sono arrivati anche da Saliou Niang e Momo Diouf, protagonisti di un percorso di crescita fatto di alti e bassi ma comunque significativo.
La vera rivelazione è stata però Aliou Diarra. Arrivato dal sottobosco del basket internazionale e quasi sconosciuto ai più, il lungo africano si è trasformato in un elemento imprescindibile nelle rotazioni bianconere, diventando una delle sorprese più piacevoli dell’intera stagione.
Tra le delusioni spiccano invece, in parte, Luca Vildoza e soprattutto Alen Smailagic. Il lungo serbo rappresenta probabilmente il maggiore vulnus della stagione virtussina, soprattutto se si considera il rapporto tra investimento economico e rendimento offerto sul parquet.
Resta quindi una stagione che si chiude in maniera negativa. Una stagione che fino a gennaio sembrava poter raccontare una storia completamente diversa e che invece si è improvvisamente complicata a febbraio, trascinando la Virtus in una spirale dalla quale non è più riuscita a uscire.
Il primo posto in regular season, le vittorie prestigiose in EuroLeague e la crescita di alcuni giovani rappresentano elementi che meritano di essere sottolineati. Ma nel bilancio finale pesano inevitabilmente l’assenza di trofei, l’eliminazione in semifinale playoff e la sensazione di una squadra che, nel momento decisivo dell’anno, al netto dei pesantissimi infortuni, non sia riuscita a trovare le risorse necessarie per reagire.
Adesso si aprirà inevitabilmente una nuova fase. Una nuova gestione tecnica, nuove scelte e nuove valutazioni sul roster. Sarà il tempo delle decisioni e delle ripartenze.
Per le analisi sul futuro però ci sarà modo di tornare. 

Eugenio Petrillo 

Foto Ciamillo-Castoria