53 anni, un’eternità che si pronuncia in pochi secondi.
Ma in quei 53 anni il tifoso dei New York Knicks ha messo un’infinità di vite diverse, di sentimenti, di sogni, di illusioni e delusioni, di onori delle armi come di pubblico ludibrio.
Come le spieghi 4 ore di fila per una parata dei campioni NBA, altrimenti?
Semplicemente non le spieghi.
Il terzo titolo NBA dei Knicks è forse l’immagine di un qualcosa che covava da tanto, troppo tempo, di una speranza mai morta, al massimo lasciata ad ardere sotto una coltre di cenere.
Perché, chi legge ci perdonerà la ripetitività, c’è davvero di tutto in poco più di mezzo secolo, in un tempo che somiglia ad ere geologiche, con il rischio che Walter “Clyde” Frazier non arrivasse in tempo per passare il testimone.
Ci erano andati vicino Pat Ewing, Charles Oakley e John Starks, forse il vero undrafted più forte della storia NBA passato dalla cassa di un supermercato alla Mecca del basket. Sfortuna volle che, in quell’epoca, l’Est fosse territorio di un certo signore con la numero 23. E quando il 23, al secolo Michael Jeffrey Jordan, aveva temporaneamente salutato la compagnia, il sogno bluarancio si era infranto su una tripla al ferro al cospetto di Hakeem “The Dream” Olajuwon e dei suoi Rockets.
Ci era andato vicino, contro ogni pronostico, quel manipolo di splendidi folli che, a Ewing, affiancava Charlie Ward, Allan Houston, Marcus Camby, Larry Johnson e quel Latrell Spreewell che di quel magnifico intruglio di genio e sregolatezza era l’effigie. L’infortunio del lungo formato a Georgetown e quello di Johnson lasciarono la strada spianata agli Spurs dell’Ammiraglio Robinson e di un giovane Tim Duncan di cui si sarebbe sentito parlare.
In quella squadra, dalla panchina, usciva un certo Rick Brunson, proprio il padre di Jalen.
4-1 fu il verdetto, caso vuole che sia lo stesso di quest’anno, ma a parti invertite.
Ma per capire davvero cosa ci fosse dentro quest’attesa, bisogna andare a fondo nei momenti bui, in quegli anni in cui il front office alternava all in spregiudicati a firme buone solo per il botteghino ma che lasciavano la franchigia in un limbo insopportabile, troppo scarsa per ambire ai playoff, troppo forte per un serio tanking che aumentasse le opzioni per una scelta alta al draft.
Questi erano i Knicks prima dell’arrivo nel front office di Leon Rose, un continuo giorno della marmotta.
L’ultimo simulacro di grandezza arriva nella stagione 2012-13, quando a Carmelo Anthony e Amar’e Stoudemire vengono aggiunti Jason Kidd e Rasheed Wallace, poi il vuoto.
Un vuoto tale che fa pensare alla nuova proprietà dei New Jersey Nets che, sì, magari nel mercato della Grande Mela c’è posto per una seconda squadra.
E invece no. Non c’è Brooklyn che tenga, sull’Hudson, per i tifosi e per i media, la squadra resta una sola, anche se i nuovi arrivati portano con sé i vari Harden, Irving e Kevin Durant. Niente da fare, il newyorkese non cambia colori, resta lì, dentro e fuori il Madison Square Garden, preferisce parlare e imprecare su Lou Amundson e Langston Galloway, avere uno slancio d’entusiasmo con Jeremy Lin e la Linsanity, ingoiare il fallimento del progetto fondato su coach Fizdale che prometteva di portare con sé il “Grit and grind” che aveva riscritto la storia dei Memphis Grizzlies.
Per non parlare delle stagioni in cui si era arrivati a sperare di perdere al grido di “tank for” nella speranza di assicurarsi un talento generazionale al draft.
Se con tutto questo trascorso, una città di 8,3 milioni di abitanti continua ad essere fedele ad una sola squadra, allora cominci a spiegarti tutto.
Anche gli eccessi. Perché è un eccesso deprecabile la violenza su un tifoso dei San Antonio Spurs volta a togliergli la maglia, è un eccesso, invece, sublime una città intera per strada, davanti ai maxischermi, la gioia e la speranza che monta come panna turno dopo turno, specialmente quando gli addetti ai lavori davano per spacciati Brunson e compagni.
New York, la franchigia NBA con la tifoseria più europea di tutte.
Critica, a tratti fatalista, inguaribilmente ottimista (sì, le contraddizioni ci sono tutte), pronta a dare ai propri beniamini qualcosa di irripetibile altrove.
Non è un caso che queste Finals siano state epiche, decise sul filo dei dettagli, anzi, del dettaglio che i polpastrelli di OG Anunoby tracciano sfiorando la palla ad 1″2 dalla sirena di gara 4 dopo la maggior rimonta della storia dell’atto conclusivo dell’NBA, dal -29 al +1.
Ripetersi sarà difficilissimo, specialmente in una Lega come l’NBA, orgogliosa di aver espresso 8 diverse vincitrici negli ultimi 8 anni e con le contenders pronte a rinforzarsi, da Boston e Miami che puntano Giannis Antetokounmpo a OKC che è pronta a far valere la valanga di scelte che sono ancora nelle mani del loro GM Sam Presti.
Ma una cosa è certa, chi vorrà sollevare il Larry O’ Brien Trophy nel 2027 dovrà fare i conti con la prima squadra ad aver conseguito l’accoppiata NBA Cup – NBA, con Jalen Brunson – colui che per gli addetti ai lavori non era abbastanza alto, abbastanza rapido, abbastanza bravo -, Josh Hart, Mikal Bridges, Karl-Anthony Towns, OG Anunoby, Mitchell Robinson, José Alvarado, Jordan Clarkson e tutto il resto della truppa agli ordini di Mike Brown.
Ah, dimenticavamo. Dovranno vedersela con una città intera.