Alec Peters racconta la scelta di sposare il progetto dell’Olimpia Milano. Il nuovo giocatore biancorosso ha spiegato come l’interesse verso il club milanese nascesse già da tempo, anche grazie ai racconti di ex giocatori dell’Olimpia incontrati durante la sua carriera europea. Dopo le esperienze con CSKA Mosca, Efes, Baskonia e Olympiacos, Peters arriva a Milano con l’obiettivo di assumere un ruolo importante e contribuire alla crescita di una squadra che, nelle sue parole, ha tutte le potenzialità per tornare ai massimi livelli.

Di seguito l’approfondimento pubblicato dall’EA7 Emporio Armani Milano:

Alec Peters ha giocato e vissuto a Mosca, Istanbul, Atene. Metropoli a confronto con le quali persino Milano potrebbe sembrare piccola. Ma Alec Peters viene da un piccolo centro nella cintura di Peoria nell’Illinois. E’ un ragazzo di provincia: “Lo sono e lo sarò sempre. La semplicità con cui facciamo le cose nella mia famiglia riflette le nostre origini” dice. Quando la sua città venne colpita da un tremendo tornado e lui era al college, nell’Indiana, anche se la sua famiglia non riportò danni, si precipitò a casa per aiutare l’avvio immediato della ricostruzione. “Ogni estate sono felice di tornare a casa e rivivere ancora con i miei”, ammette.

Alec Peters non è neanche nato giocatore di basket. “Sono sicuro che chi mi ha visto quand’ero un ragazzino pensa ancora oggi che lo sport in cui ero migliore era il football americano. Giocavo quarterback. Chi conosce questo sport sa cosa significhi essere il quarterback. Credo mi abbia aiutato a sviluppare quella leadership, la capacità di assumermi responsabilità che ho portato sul campo di basket”. Ancora nella stagione 2009-10 era nel roster della squadra di football. “Ma poi sono cresciuto di statura e sono maturato fisicamente al punto che ho cominciato a vedere un futuro per me nel basket. E poi c’era un aspetto del football che non mi piaceva ed era il tempo trascorso in panchina ad aspettare che tornassimo in possesso di palla e potessi tornare in campo. Le dinamiche del basket dove sei sempre in campo sono più divertenti”.

Da un piccolo centro ad un altro: Alec Peters andò a giocare a Valparaiso, scuola piccola, città piccola. “Valparaiso è una piccola comunità nella quale vedo tanto aspetti comuni con il posto da cui provengo. Sono comunità che mi hanno permesso di diventare quello che sono oggi”. Giocò però talmente bene che avrebbe facilmente potuto trasferirsi e godere di visibilità in un college del più alto livello. “Ci ho pensato, ho riflettuto. Oggi con tutto quello che esiste attorno al basket universitario sarebbe inevitabile. Ma in quel momento non era così, contavano le persone con cui giocavi. I miei compagni erano gli stessi di quando avevo cominciato, sono amici, lo sono anche oggi. Semplicemente rimanere era la cosa giusta da fare e poi la lealtà è un concetto di cui adesso si è perso un po’ il senso ma per me rappresenta un valore da custodire il più possibile”. E poi non aveva bisogno di esposizione. Nel mezzo della sua ultima stagione a Valparaiso (“Detengo tanti record della scuola ma Valpo è una scuola piccola quindi tutto va contestualizzato. Per come vanno le cose oggi, difficile che qualcuno si fermi abbastanza a lungo da battere questo tipo di record. Non so quanto dureranno ma è bello detenerli”) era considerato un giocatore da primo giro del draft. Dopo aver segnato 25 punti e catturato 12 rimbalzi contro Kentucky, numero 1 del ranking, John Calipari disse che quando incontri Peters “devi andare in Chiesa, accendere una candela e non dire parolacce. Lui è uno di quei giocatori che puoi raddoppiare ma usa il suo fade away e non cambia nulla. Letteralmente”.

Il tiro già allora era la sua caratteristica principale. Alec considera decisivo quello che ha fatto da bambino, allenato dal padre e poi da Bryce Drew a Valparaiso: “Mio padre mi ha fatto piangere in palestra quando avevo 10, 11, 12 anni. Aveva chiamato un ragazzo delle nostre parti che in passato aveva lavorato con ragazzi che poi erano andati a giocare al college, ed era della vecchia scuola. Mi faceva fare esercizi che non credo sarebbero consentiti oggi. Mio padre non me l’ha mai detto ma la cosa migliore che ho fatto in quel periodo è stata non mollare. Non ho mai pensato di smettere di andare in palestra. Non ho mai smesso di continuare ad allenarmi, cercare di perfezionarmi. Le fondamenta sono state create allora. Poi, quando sono andato al college, ho giocato per Bryce Drew. Ha giocato nella NBA, ha giocato per i Bulls e anche in Italia. Ora è l’allenatore della Grand Canyon University. Lui è stato un grande tiratore e mi ha aiutato. Mi ha detto: “Ehi, le fondamenta le hai, ora facciamo in modo che il tuo sia veramente un tiro di altissimo livello”. Abbiamo lavorato perché fossi più veloce, consistente, quasi perfetto. E così abbiamo costruito quello che sono adesso. Quello che va sottolineato dei tiratori è che non smettono mai di lavorare sul tiro. Da tiratore non smetti mai di analizzarti, di farti domande: “Ehi, come ti sembra questo? Come ti sembra quello? Cosa possiamo migliorare?”. La perfezione non la raggiungi mai. Devi continuare a lavorarci”.

Fu una frattura da stress al piede a cambiare il corso della sua vita. “Per un periodo abbiamo solo pensato a come riuscire a giocare. Poi quando abbiamo scoperto che in realtà si trattava di una cosa seria avevo due strade percorribili: continuare a giocare e rischiare di compromettere il futuro o fermarsi subito per essere pronto per l’inizio della mia stagione da rookie”. Scelse la strada più prudente e intelligente. “Fermarmi era la cosa giusta da fare ma non è stata una decisione facile: in quattro anni a Valpo avevo giocato tutte le partite e tutte da starter. E mi sono fermato proprio alla fine, quando c’era da giocare un Torneo NCAA in cui sono certo che avremmo potuto vivere la classica esperienza della Cenerentola”. Ma le chance di essere una prima scelta erano compromesse. “Un infortunio ha cambiato la traiettoria della mia vita. Ce lo diciamo spesso con mia moglie. In un attimo sono passato dal primo giro del draft, con quello che significa, a dover attendere tutta la sera per sentire il mio nome. E finii nella peggior squadra della Lega, un’esperienza orribile, con un contratto two-way e alla fine la disponibilità a venire in Europa”, ricorda.

Fu Phoenix a selezionarlo al secondo giro destinandolo ad una stagione ambulante tra i Suns e la G-League. Fino all’ultima gara della stagione. Ininfluente, con tante riserve in campo, a Dallas, in cui comunque segnò 36 punti. Qualunque cosa si possa pensare sono sempre 36 punti in una partita NBA. “Non dico che avessi bisogno di sentirmi dire che ero bravo ma quella è stata la partita in cui non potevano fermarmi e mi sono detto che ero uno dei migliori tiratori del mondo e potevo giocare nella NBA. Non era importante che fosse l’ultima partita della mia carriera NBA – ha reso tutto più poetico -; se c’erano in campo due squadre mediocri e tanti giocatori assenti. La notte il mio cellulare è esploso di notifiche ma poi alle due di notte guardando la tv sul divano, mangiando pop-corn, mi sono detto che alla fine ero sempre lo stesso di prima. Dovevo continuare a costruire, senza aggrapparmi a quella partita. E così sono finito a Mosca”.

Era il 2018 e nel giro di qualche mese avrebbe giocato e vinto le Final Four di Vitoria. Da americano alla prima esperienza nel vecchio continente non aveva l’esatta percezione di cosa significasse. “Vincere al primo anno mi ha viziato – ammette -. È stata una di quelle situazioni in cui guardandomi intorno vedevo quanto fossero emozionati gli altri ma non ne avevo la comprensione totale. Ero solo felice. Pensavo: “È bellissimo, è fantastico. Abbiamo vinto. Tutti stanno festeggiando”. Ma io non avevo nemmeno la mia famiglia lì, il che è assurdo ma non sapevo davvero cosa aspettarmi. Nessuno della mia famiglia era con me, gli altri giocatori avevano tutti attorno. In quel momento ho capito quanto significasse quella vittoria. E credo mi abbia motivato perché da quel momento ho pensato solo che avrei voluto rivivere quell’esperienza per provare le stesse sensazioni dei miei compagni. Ci sono grandi giocatori che hanno lavorato tutta la loro carriera per arrivare lì e non ci sono mai riusciti. E io, al mio primo anno, ho avuto la possibilità di far parte della squadra migliore d’Europa. Ma a quel punto e fino alla scorsa stagione, per i successivi sette anni non sono mai riuscito a vincere. Ci siamo andati vicini un paio di volte, ma non ci siamo riusciti ed è la cosa più realistica che ti possa capitare. Quando finalmente ho vinto ancora con l’Olympiacos ho provato esattamente quello che avevo avvertito da parte dei miei compagni quel primo anno al CSKA”.

Ma c’è un altro aspetto che va sottolineato: Peters ha giocato subito con grandi maestri che gli hanno trasmesso l’importanza della competizione e come una carriera europea possa essere appagante esattamente come una carriera americana. “Ho avuto la fortuna di conoscere subito leader incredibili, grandi veterani che mi hanno preparato per il resto della mia carriera. Kyle Hines, persino adesso lo considero un fratello maggiore, un veterano, o una leggenda. Per me, è il massimo, è il giocatore che ho in un certo senso seguito da quando sono in Europa. Sapevo che ha vinto quattro titoli, che è stato il miglior giocatore americano o il più decorato che abbia mai giocato in EuroLeague. Se esistesse una Hall of Fame per gli americani, Kyle Hines sarebbe il primo a entrare. È una persona che ammiro: i suoi consigli e le sue parole mi ispirano ancora oggi. E poi ho avuto con me Chacho Rodriguez, Nando DeColo, e Will Clyburn stava cominciando a emergere. Avevamo Cory Higgins, avevamo Danny Hackett, insomma, era una squadra piena di giocatori che dovevo solo osservare per imparare. Tutto questo mi ha preparato per la stagione successiva, e per quella dopo, e per quella dopo ancora. Ci sono valori che mi ispirano ancora adesso”.

Se vincere al primo anno l’ha viziato cosa sarebbe successo se avesse vinto anche nel suo secondo anno quando dal CSKA Mosca si trasferì all’Efes? Quando la stagione venne interrotta causa Covid, l’Efes era primo con un record di 22 vinte e quattro perse. Aveva conquistato nove delle ultime dieci partite giocate. “Non c’era nessuno che potesse fermarci quell’anno – ricorda Alec -. Chiunque parli della stagione 2019-20 direbbe che eravamo primi, i migliori e che Shane Larkin stava disputando, a mio parere, la migliore stagione individuale di sempre in EuroLeague. E poi tutto questo si è interrotto a causa del Covid. Alla fine, qualunque fossero le ragioni è stato difficile per me perché, mentre io poi avrei lasciato l’Efes, loro hanno vinto due titoli di fila. Ora ho la sensazione che avrei dovuto vincere l’EuroLeague almeno tre volte. Almeno”. Invece andò a Vitoria con un ruolo diverso. Giocava 16.3 minuti a partita a Mosca; 13.4 a Istanbul. A Vitoria, passò a 23.5 con 11.5 punti per gara. “Dopo Istanbul, avevo due possibilità: continuare a cercare di trovare il mio spazio in squadre del livello più alto e magari giocare qualche partita, magari no, oppure andare dove avrei avuto maggiore spazio. Al Baskonia, con Coach Ivanovic, e so che tutti hanno molto da dire sul suo stile e tutto il resto, ho apprezzato molto l’opportunità che mi ha dato. E mi ha insegnato molto. Mi ha insegnato cosa significasse essere davvero in forma. Mi ha insegnato cosa significasse allenarsi duramente. E capiva perfettamente cosa servisse per tirare fuori il meglio da me in campo. Mi permetteva di sbagliare tiri, di commettere errori e di continuare a giocare. Baskonia non è la migliore squadra in cui abbia giocato ovviamente, ma lavoravamo duramente. E sapevo che la squadra dipendeva molto da me, dalla mia produttività. Sapevo che vincere o perdere le partite dipendeva da come avrei giocato. E avevo bisogno di sperimentare questa responsabilità. I due anni a Vitoria, a parte il periodo che ho perso a causa di un piccolo infortunio, sono stati ciò di cui avevo bisogno in quel momento, anche se significava fare un passo indietro rispetto a squadre come CSKA o Efes che erano al top”.

La fiducia che ha sviluppato a Vitoria gli ha dato la possibilità di tornare al top, all’Olympiacos con uno spirito differente. “Quei due anni mi hanno preparato per capire cosa significasse essere un giocatore chiave, un elemento fondamentale della squadra. Sentivo di aver provato tutto, al punto da poter entrare in campo e occupare qualsiasi ruolo. E penso che l’Olympiacos all’epoca stesse costruendo qualcosa che, come abbiamo visto negli ultimi quattro anni, è stato costantemente di alto livello. Mi piaceva lo stile di gioco, la filosofia, l’allenatore, il sistema e tutto il resto, l’atmosfera che si stava creando nel club. Volevo farne parte. Non pensavo di rimanere quattro anni; pensavo di fare un anno e vedere come sarebbe andata, se mi fosse piaciuto il ruolo oppure no. Alla fine, si è rivelata la decisione più importante della mia vita, nel basket, per la mia famiglia, per tutto”.

Nel suo secondo anno al Pireo, Peters ha potuto sperimentare un ruolo ancora diverso. La partenza di Sasha Vezenkov, l’MVP, per i Sacramento Kings gli offrì la possibilità di giocare da starter in una squadra di vertice. Aveva le responsabilità di Vitoria ma in una squadra ambiziosa, che avrebbe raggiunto le Final Four. “In realtà, non c’erano grandi aspettative perché oltre a Vezenkov andò via anche Sloukas. Ma ero pronto e in quel momento sapevo che nel mio ruolo non c’erano tanti giocatori migliori. Arrivare alle Final Four è stato un altro passo fondamentale per la mia carriera. Ho pensato che non avrei più avuto nulla da dimostrare. Ero io ed ero arrivato al punto di poter andare in campo pronto a realizzare qualunque cosa”. L’anno seguente Vezenkov è tornato, e Peters – che nel 2023-24 aveva giocato 40 partite su 40 da starter con 25.4 minuti di impiego medio e 13.1 punti di media – scese di nuovo a 16.4 minuti, quattro presenze in quintetto, e 8.1 punti a partita. Cifre simili a quelle della stagione scorsa in cui è stato però ancora più chirurgico, tirando con il 67% da due, con il 41.8% da tre e finendo per giocare una Final Four immacolata per efficacia e precisione. Sarebbe stato un legittimo MVP. “Quando ho vinto con il CSKA, ero felice e vedevo gli altri stappare lo champagne e abbracciare le loro famiglie, vidi le lacrime e tutto il resto. Ma quando abbiamo vinto l’anno scorso, ero io, ero dentro la vittoria. C’era mia madre, c’era mia sorella, c’era mia moglie, c’era mia figlia. È stato un momento euforico, emozionante. Mi ha colpito dentro e lasciato senza parole come avevo visto che era successo al CSKA. Non è una gioia che puoi descrivere a parole. E poi c’è stata la festa, ed eravamo ad Atene, una situazione che non si può ricreare. Sì, è stato speciale: c’erano giocatori che avevano lavorato quattro o cinque anni per raggiungere quell’obiettivo e riuscirci ad Oaka, di tutti i posti, ad Atene. È stato incredibile”, ricorda con un pizzico di emozione.

E adesso è a Milano, una scelta che ha sorpreso tanti ma ricorda scelte simili eseguite a suo tempo da Kyle Hines, Sergio Rodriguez, Gigi Datome, Nikola Mirotic, Marko Guduric. “Il mio arrivo a Milano era in cantiere da molto più tempo di quanto la gente creda – racconta -. Avevo notato quanti giocatori che rispetto avevano giocato qui. Kyle, per esempio, Chacho Rodriguez, Bryant Dunston, un mio grande amico con cui ho giocato a Istanbul. Capita tra giocatori di parlare di altri club, altre città, di chi è in crescita, di cosa stanno facendo. E quando parlavo con loro di Milano o quando ho giocato contro Milano, ho intravisto potenziale. Mi sono visto venire qui, crescere e avere successo. Che si trattasse dell’allenatore, del club, della città, c’erano certe situazioni in cui, dopo aver giocato qui per così tanti anni, consideravo ideali. Parlando con il mio agente e con un contratto che stava per scadere, avevo deciso di esplorare qualcosa di diverso, un ruolo più importante. Allora ho guardato in giro, come se fossi su una carta geografica e Milano continuava a venir fuori. Allora ho detto: “Ehi, vediamo se c’è una possibilità o no”. Alla fine, questo interesse si è rivelato reciproco. Vogliamo migliorare, crescere insieme. Volevo venire qui ed essere parte della costruzione di un progetto, parte del processo di crescita, portando dietro tutta la mia esperienza, costruita in buone squadre e vincendo molto, ma in un luogo dove in passato hanno fatto vedere grandi cose. Io so che l’Olimpia può essere una squadra del livello più alto e far parte di questo processo, è molto stimolante, penso ne valga la pena. Certo, riuscirci è più difficile che unirsi a una grande squadra già vincente, con un roster fatto in cui è sufficiente adattarsi. Ma volevo qualcosa che, mentalmente, fisicamente e in generale, rappresentasse il passo più importante della mia carriera”.