Se guardassimo le sfide tra le due grandi polisportive della Liga Endesa senza sapere di che stagione si tratti, potremmo addirittura convincerci che quelle dell’annata 2021/22 appartengano a due edizioni diverse.

Una stagione a due facce che ha visto ribaltare i rapporti tra le due squadre in appena poche settimane, non solo dal punto di vista tecnico, anche da quello psicologico. Il punto d’inflessione è la semifinale di Eurolega, vinta dai blancos contro ogni pronostico.

Partiamo dai neocampioni.

REAL MADRID: stagione costellata da infortuni, se ce n’è una. Partiti già con l’idea di recuperare gli infortunati di lungo corso come Randolph e Taylor, Llull e compagni hanno dovuto presto fare i conti con l’infermeria che, più che svuotarsi, ha sempre trovato nuovi clienti. Per Randolph, poi, la gioia del ritorno in campo è durata poco, fino a gara 1 di finale in cui il ginocchio è saltato. Se poi pensiamo di essere stati ad un passo dal perdere Pablo Laso, il titolo nazionale ha davvero un valore aggiunto. Questa è una squadra che, ormai, si è abituata a convivere con l’emergenza, da lì ha tirato fuori il meglio di sè.

TOP:

EDI TAVARES: Vero, non è stata una stagione al livello della scorsa, ma va detto anche che le cifre sono state influenzate da una maggior ripartizione dei minuti con il compagno di reparto. In finale il dominio sotto il ferro è stato insindacabile, anche il neo milanese Brandon Davies ha dovuto cedere il passo.

FABIEN CAUSEUR: In&out il francese, tante volte considerato un peso per il contratto in essere, non al livello dei grandi senatori. Nella parte decisiva della stagione il transalpino sale di colpi ancora una volta e diventa l’anima offensiva per la squadra capitolina. Certo, il gesto di imitare il taglio della gola dopo la tripla che è valsa il titolo se lo sarebbe potuto risparmiare, ma resta un neo in una serie dura in cui si è fatto vedere quando più contava.

GUERSCHON YABUSELE: Atletismo, olio su tela. E non solo. L’ex Boston Celtics era arrivato a Madrid come diamante da sgrezzare dopo l’ottima impressione fatta con l’Asvel ed in poco tempo si è preso lo spot di ala forte con il suo fisico compatto, le sue qualità atletiche ed il tiro pesante più che affidabile diventando un idolo per il WiZink Center. L’inchiodata con la mano dietro la testa, arrivata dopo aver fulminato Sanli sul primo passo, è la foto del primo anno tra i grandi d’Europa.

 

FLOP:

NIGEL WILLIAMS-GOSS: doveva essere il depositario delle chiavi della squadra, ha deluso le aspettative in primis del proprio allenatore. La sua presenza in campo è andata via via diminuendo e sfocandosi, fino all’infortunio che gli ha precluso i playoff. Ci aspettavamo sicuramente di più.

THOMAS HEURTEL: Il Real l’aveva preso letteralmente dall’aeroporto di Istambul dove il Barça l’aveva lasciato. Pentendosene, forse, amaramente. Alla fine anche nella Capitale la sua avventura sembra giunta prematuramente ai titoli di coda. Messo fuori squadra, ha provato a ricucire i rapporti ma non è più rientrato nel referto di Laso, prima, e Chus Mateo, poi. È emblematico pensare che il Real abbia vinto senza playmaker di ruolo in campo.

THOMPKINS: Il logorìo della vita moderna, direbbe una famosa pubblicità. In questo caso è quello di una storia andata avanti troppo a lungo. Spesso ai box per infortunio, quando ha avuto la possibilità di esprimersi sul parquet ha convinto pochissime volte; ciliegina sulla torta è stata l’esclusione dalla squadra, in maniera analoga ed allo stesso tempo di quella di Heurtel.

 

BARCELLONA: Analisi di un fallimento, perchè di questo si tratta. Non serve CSI per comprendere l’evoluzione dell’annata blaugrana, ma nemmeno ci si può limitare a riportare quello che il parquet ha testimoniato. C’è di più nella stagione degli uomini di Jasikevicius, un di più che parla d’insofferenza verso un club che ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità e da più di qualche mese ha ripetutamente chiesto ai giocatori di stringere la cinghia. E loro l’hanno fatto più volte, prima di manifestare un briciolo di disappunto (Mirotic su tutti).

TOP:

NIKOLA MIROTIC: Lo scorso anno aveva al proprio fianco la miglior versione di Cory Higgins a togliere le castagne dal fuoco; stavolta ha dovuto caricarsi la squadra sulle spalle e l’ha fatto in più di un’occasione. Quando è in giornata, la differenza tra lui ed i pari ruolo è come quella tra un adulto ed un bambino, ma Jasikevicius deve per forza dosarlo per averlo nelle due competizioni.

NICOLAS LAPROVITTOLA: Arrivato come mera soluzione per sparigliare le carte dalla panchina, l’argentino ha fatto un ulteriore step nella propria metà campo, prendendosi di peso minuti e considerazione da parte di Jasikevicius. Vero, viene meno nella gara decisiva, ma per tante altre, anche nella serie contro il Real, era stato tra quelli più positivi.

SARAS JASIKEVICIUS: Non sorprendetevi se mettiamo tra i top l’allenatore, anche in una stagione rivelatasi fallimentare per gli obiettivi prefissati. Negli ultimi tempi il tecnico lituano ha fatto saltare il tappo cercando di tradurre in incitamento, anche con toni forti, una frustrazione che ha origini lontane dal campo. In due anni ha dovuto badare innanzitutto a tenere lontano i suoi giocatori dalle beghe societarie, ma poco può fare quando, ancora una volta, si chiedono sacrifici alla sezione basket mentre quella calcistica spende e spande senza risultati. Non essere scoppiati prima e chiudere comunque con una Copa del Rey in bacheca può essere considerato un successo.

 

FLOP:

IL CLUB: Per vincere serve l’apporto di tutti, dai giocatori al coach, dal magazziniere…alla dirigenza. E invece Can Barça si è trasformata in un ricettacolo di ostacoli su ostacoli al rendimento ottimale della squadra. Se la situazione economica impedisce di allestire rose e roster di livello, la cosa più saggia è accettarlo e regolarsi di conseguenza fino alla risoluzione dei problemi, non firmare contratti faraonici per poi bussare alla porta dei giocatori con il cappello in mano più volte in stagione. Puntare sui giovani ed un progetto a lungo termine è l’unica strada, per ora.

NIGEL HAYES: Nemmeno è finita la stagione e già siamo ai saluti. Da lui ci si attendeva sicuramente qualcosa in più del mero rendimento difensivo, venuto meno anch’esso nel finale di stagione. In attacco è sempre più vicino alla virgola che alla doppia cifra, o quasi. Per competere a certi livelli è necessario essere efficaci su ambo i lati del campo.

CORY HIGGINS: A lungo ai box per infortunio, al ritorno in campo è l’ombra sbiadita di sè stesso. È sparito il giocatore clutch che aveva portato il Barça in finale di Eurolega, sul parquet deambula un guscio vuoto, talvolta incaponito nel cercare di mettersi in ritmo con risultati anche risibili. È l’uomo che è mancato a Jasikevicius.

 

Elio De Falco