La Virtus Bologna che vince a Cremona non è soltanto una Virtus solida, profonda e capace di adattarsi alle assenze. È anche, e sempre di più, una Virtus che manda un messaggio chiaro al sistema: i giovani italiani non sono una concessione, ma una risorsa. Un concetto ribadito con forza nel post partita del PalaRadi, prima dalle parole di Dusko Ivanovic e poi da quelle di Paolo Ronci, due voci diverse per ruolo e sensibilità, ma perfettamente allineate nella visione.
Ivanovic, come spesso accade, va dritto al punto. Nessuna distinzione generazionale, nessun trattamento di favore: conta solo il valore del giocatore e il lavoro quotidiano. Il messaggio è semplice e allo stesso tempo potentissimo: se sei bravo, giochi. Se lavori bene, competi. Se reggi il livello, resti in campo. Che tu abbia vent’anni o trenta. Le parole del coach montenegrino diventano così lo spunto per un discorso più ampio, che riguarda non solo la partita di Cremona, ma una tendenza ormai strutturale della Virtus Bologna.
Paolo Ronci lo declina con uno sguardo dirigenziale e identitario. La soddisfazione più grande, oltre alla vittoria, è averla costruita dando spazio a ragazzi italiani giovani, alcuni giovanissimi, dimostrando che anche indossando una maglia pesante come quella bianconera si può stare in campo, incidere e vincere. Serve pazienza, serve coraggio. E serve, soprattutto, un allenatore che non guardi la carta d’identità ma ciò che accade ogni giorno in palestra. Il sunto è chiaro: il progetto c’è, ed è sostenuto dall’alto verso il basso.
Dentro questo contesto si inserisce l’utilizzo crescente – e sempre più decisivo – dei giovani italiani nella rotazione della Virtus. Alessandro Pajola è ormai percepito come un veterano, una colonna, un riferimento emotivo e tecnico. Eppure è un classe 1999, ancora pienamente dentro una parabola di maturazione che lo ha portato a diventare leader difensivo, collante del gruppo e giocatore di totale affidabilità. Alle sue spalle – o forse accanto, perché la gerarchia è sempre più orizzontale – c’è una generazione che sta trovando spazio reale.
Momo Diouf, classe 2001, è il caso più emblematico. Da cambio energico a centro titolare, il suo percorso di crescita è costante e misurabile, iniziato nella seconda parte della scorsa stagione e proseguito con continuità. Oggi è un riferimento nel pitturato, sempre più coinvolto, sempre più dentro il gioco. I minuti raccontano la fiducia: circa 19 di media in EuroLeague e 20 in LBA. Non una comparsa, ma un protagonista.
Saliou Niang, 2004, è ormai imprescindibile. Energia, fisicità, presenza a rimbalzo, capacità di incidere su entrambi i lati del campo. Ma soprattutto continuità, quella che forse mancava e che ora sembra definitivamente acquisita. I numeri parlano chiaro: oltre 21 minuti di media in campionato e 20 in EuroLeague. Non è più una sorpresa, è una certezza all’interno del sistema Virtus.
Poi ci sono Francesco Ferrari, classe 2005, che proprio a Cremona ha trovato i suoi primi punti in maglia bianconera, vivendo una serata simbolica anche in termini di fiducia, e Matteo Accorsi, 2007, il più giovane di tutti. Accorsi è un profilo che Ivanovic ha sempre guardato con attenzione, già la scorsa stagione fino al punto di tesserarlo per l’EuroLeague. In questa annata viene utilizzato a sprazzi, ma sempre con riscontri positivi. A Cremona addirittura in quintetto, subito propositivo, senza timori. Il tutto accompagnato da un lavoro eccellente con l’Under 19, che certifica un percorso coerente e non improvvisato.
La distribuzione dei minuti nella gara contro la Vanoli è quasi una fotografia del momento: Niang 28, Diouf 20, Pajola 20, Ferrari 17, Accorsi 8. Numeri che raccontano una scelta precisa, non episodica, ma integrata nella gestione complessiva della squadra.
In tutto questo il ruolo di Dusko Ivanovic è centrale. Allenatore di vecchio stampo, poche parole e pochissime concessioni, ma un rapporto vero, diretto, concreto con i giocatori. Niente pacche sulle spalle gratuite, solo lavoro duro, chiarezza e meritocrazia. È proprio questa filosofia a rendere credibile l’utilizzo dei giovani: nessuno è in campo per fare esperienza, tutti sono lì perché se lo meritano. E questo, per ragazzi così giovani, è probabilmente la forma più alta di responsabilizzazione.
C’è però un ultimo elemento che rende questo percorso ancora più solido: la forza del gruppo. Si vede, si percepisce, si respira. Questi ragazzi stanno bene insieme. Si divertono, competono, si sostengono. L’affiatamento non nasce per caso, ma è il frutto di settimane di lavoro condiviso, a partire dal ritiro estivo di Asolo. È lì che si è costruita un’identità di squadra che oggi appare evidente anche nei momenti di difficoltà. Una Virtus che funziona come una famiglia, dove i giovani non sono corpi estranei ma parte integrante del nucleo.
Guardando al futuro, non è un segreto che anche il mercato seguirà questo solco. Continuare a valorizzare giovani italiani, inserirli in un contesto competitivo di alto livello, farli crescere senza bruciarli. La Virtus Bologna ha scelto una strada chiara: vincere oggi, costruendo anche il domani. E, a giudicare dai segnali, è una strada che sta già dando risposte concrete.
Eugenio Petrillo
Nell’immagine Ferrari, Niang, Accorsi e Diouf, foto Virtus Pallacanestro Bologna