Non è soltanto una sconfitta. Quella maturata al PalaDozza contro Parigi ha il sapore amaro di un’occasione mancata e, soprattutto, di un segnale che non può essere ignorato. Perché se è vero che le partite si possono perdere, è altrettanto vero che il modo in cui arrivano certe sconfitte racconta molto di più del semplice risultato.
La Virtus Bologna vista contro i francesi è sembrata l’esatto opposto di ciò che ci si poteva attendere dopo uno scossone forte come l’esonero di Dusko Ivanovic e la promozione di Nenad Jakovljevic. Un cambio in panchina che, nelle intenzioni della società, doveva portare energia nuova, responsabilità diffusa e una reazione immediata del gruppo. Nulla di tutto questo si è visto.
Sarebbe però troppo facile – oltre che profondamente ingiusto – puntare il dito contro il giovane tecnico serbo. Jakovljevic si è trovato a gestire una situazione complessa, ereditata e improvvisamente ribaltata, con pochissimo tempo per incidere davvero. Le sue parole nel post partita, lucide e dirette, hanno centrato il punto: il problema è prima di tutto mentale.
Quello che preoccupa, infatti, è l’atteggiamento.
La Virtus ha concesso 103 punti, segnale evidente di una difesa fragile, disattenta, spesso in ritardo. Ma è in attacco che si è vista la crepa più profonda: possessi confusi, iniziative individuali estemporanee, pochissima circolazione di palla e zero costruzione collettiva. Una squadra che ha smesso presto di giocare insieme, affidandosi a soluzioni improvvisate e, spesso, inefficaci.
Un altro aspetto da sottolineare riguarda le scelte di rotazione. Contro Parigi, Nenad Jakovljevic ha optato per una gestione più corta, asciugando le rotazioni e riducendo il numero degli uomini realmente coinvolti. Una decisione che va letta nella ricerca immediata di gerarchie più definite e di maggiore responsabilità per i giocatori chiave, ma che, allo stesso tempo, non ha prodotto gli effetti sperati. Anzi, nei momenti di difficoltà la squadra è sembrata ancora più priva di energie e soluzioni, senza trovare risposte né dalla panchina né dai quintetti utilizzati.
Ancora più allarmante è stata la reazione alle difficoltà. O meglio, la sua assenza. Alla prima vera spallata di Parigi, la Virtus si è sciolta. Nessun controparziale, nessun cambio di inerzia, nessun segnale emotivo capace di rimettere in piedi la partita. Solo frustrazione, tradotta anche in proteste eccessive verso la terna arbitrale.
In questo contesto, anche chi era chiamato a dare risposte importanti ha finito per perdersi. Carsen Edwards, ad esempio, dopo un avvio in cui aveva provato a coinvolgere i compagni con qualche buona lettura, è progressivamente uscito dalla partita. Cinque punti in fila a inizio terzo quarto avevano illuso su una possibile svolta, ma è stato solo un lampo: errori, forzature e troppe energie spese a discutere con gli arbitri, invece che a incidere sul gioco.
Eppure, proprio questa era la serata in cui serviva una risposta collettiva. Anche Parigi arrivava da una situazione simile, reduce dall’esonero di Francesco Tabellini e con il giovane Julius Thomas promosso head coach. La differenza? I francesi hanno reagito, la Virtus no. Ed è questo il dato che più deve far riflettere.
Non si tratta di colpe individuali, né di processi sommari. È una questione di identità smarrita.
Per mesi la Virtus aveva costruito la propria forza su compattezza, solidità e spirito di squadra. Contro Parigi, tutto questo è improvvisamente scomparso. E allora il compito che attende ora Jakovljevic – come lui stesso ha ammesso – è tanto delicato quanto fondamentale: lavorare sulle teste prima ancora che sui giochi.
Servirà tempo, ma servirà soprattutto disponibilità da parte del gruppo. Chiudersi in palestra, abbassare la testa, togliere il rumore esterno e ritrovare quelle certezze che avevano reso la Virtus una squadra vera.
Perché perdere può capitare. Ma smarrirsi così, senza reagire, è un lusso che questa Virtus non può permettersi.

Eugenio Petrillo 

Nell’immagine Nenad Jakovljevic in un timeout, foto Ciamillo-Castoria