Andrea Bargnani, con un testo pubblicato su Internet, è intervenuto, come hanno fatto tanti campioni di altri sport, sulle parole pronunciate da Gabriele Gravina, presidente della Federcalcio, pochi minuti dopo la sconfitta di Zenica contro la Bosnia, costata all’Italia la terza consecutiva esclusione dai mondiali. Una sentenza durissima per lo sport nazionale che fotografa purtroppo lo stato generale del nostro calcio che, anche e soprattutto a livello di club, sta prendendo sberle dappertutto. Abbastanza inevitabile se la squadra del momento, il Como, va in campo con undici stranieri.
I migliori esponenti del nostro sport hanno ritenuto umiliante l’intervento di Gravina quando ha sottolineato la differenza del professionismo del calcio rispetto al dilettantismo degli altri sport, provocando la reazione di tanti atleti che hanno ritenuto messa in dubbio la loro professionalità. Lo stesso Bargnani, sottolineando come nello sport la sconfitta va messa in conto (“Anch’io ho vissuto delusioni simili”), ha scritto che professionismo è di chi dalla pratica ottiene compensi milionari, ma anche di chi per 2000 euro al mese fatica ogni giorno a tempo pieno per inseguire (e ottenere) risultati importanti. Irma Testa, bronzo a Tokyo, dopo aver commentato che da giocatori milionari arrivano brutte figure, precisa che “i veri professionisti siamo noi che gareggiamo per la maglia” guadagnando meno dei loro cuochi e o delle loro tate.
Tommaso Giacomel, che ai recenti Giochi invernali ha conquistato un argento nel bob, è andato sull’ironia: “Se il calcio è professionismo, allora Sinner è un amatore”. E lo stesso ha fatto Gianmarco Tamberi pubblicando una foto della Nazionale, ma cambiando i volti dei giocatori. da Sinner a Kimi Antonelli, Bezzecchi, Jacobs tra gli altri. Mattia Furlani, lunghista bronzo olimpico e oro mondiale, ha pubblicato sui social un lungo testo scrivendo tra l’altro: “Ciò che Gravina ha detto ammazza i valori dello sport ed è un insulto al calcio, ma anche allo sport italiano”.
Sulla stessa falsariga Gregorio Paltrinieri: “Perdere fa parte dello sport, e quando perdo faccio un’analisi di quello che ho sbagliato, senza buttare in mezzo altri”. E poi Iliass Aouani, oro europeo e bronzo mondiale di maratona: “Essere professionisti non è un titolo ma un’attitudine”, rilevando tra l’altro la sproporzione degli spazi che i media danno al calcio rispetto agli altri sport.
Il tema è importante, per due motivi. L’Italia è fuori dal mondiale con un gravissimo colpo di immagine ed economico, ma l’analisi la deve fare al suo interno: l’Italia Under 21, poche ore prima della “tragedia” di Zenica, aveva travolto 4-0 la Svezia a Boras, poche ore dopo l’Italia dei grandi (?) veniva eliminata dal mondiale mentre la Svezia a Solna batteva la Polonia di Lewandoski (e non la Bosnia del 40enne Dzeko che ci ha preso a pallate, 30 tiri contro nove) e andrà a giugno in America. Un motivo c’è se con i giovani andiamo forte, mentre poi con i grandi non tocchiamo più palla dal 2006. Male comune, peraltro, anche del basket, privo di medaglie da 23 anni, anche se a un’Olimpiade e a due Mondiali nel frattempo siamo arrivati (e ci stiamo giocando la partecipazione al terzo consecutivo). Quindi il problema è tecnico, di programmazione, di assistenza alla transizione dopo le giovanili. Gravina in parte sbaglia tirando in campo anche la politica (che infatti con Abodi ha subito invocato le sue dimissioni), provando comunque e maldestramente a spiegare che il professionismo impone legami che il dilettantismo non ha, aggiungendo gli appelli disattesi al mondo politico, altro autogol.
Quello che Bargnani ha soltanto sfiorato è l’altro tema: strutturale, normativo, organizzativo. Citando la Nba, e ricordando che il “professionismo” del calcio ha prodotto nell’ultima stagione un rosso di 500 milioni, nessuno come lui ha la competenza per ricordare che il professionismo americano ha regole auree: tecniche come il meccanismo delle scelte (difficile se non impossibile da attuarsi), ma soprattutto economiche come il salary cap che pone un tetto alle spese per ingaggi garantendo (più o meno) la sostenibilità del movimento. Idee ed esempi che potrebbero essere utili per garantire almeno un decente fair play finanziario.
Gli atleti in tutto questo c’entrano poco: loro giustamente pretendono il massimo che offre il mercato: i tre o quattro milioni (in Europa) del basket, i 2000 euro mensili che spuntano (in Italia) dagli enti militari negli sport “dilettantistici”). E magari, visto che a tutti i campioni si richiede un impegno esclusivo, professionale ancorché più o meno remunerato, sarebbe il caso di pensare all’abolizione di una distinzione ipocrita e ormai datata visto che perfino ai Giochi è stata tolta fin dal 1992 e che sopravvive, forse, in pochi altri Stati, sostituendola con pratica di élite ed amatoriale. La normativa che differenzia professionismo e dilettantismo prevede obblighi e regole ben diversi e assai meno onerosi nel secondo caso, tant’è vero che la Fipav si è finora ben guardata dal passare tra i pro – come invece ha fatto la Fip nel 1995 – anche se il livello dei compensi ha sicuramente superato quello del basket.
Insomma, forse sarebbe giunto il momento di fare chiarezza nel mondo dello sport, che richiede professionalità totale ma garanzie economiche abissalmente diverse. Per non poter nuovamente dire: “Allora Sinner è un amatore”…