La prima apparizione dell’Italbasket donne in un Mondiale si rivelò un misto di speranze, avversità e illusioni. Tutto poi avvolto, alla fine, da un velo di moderata soddisfazione, per la proficua esperienza comunque vissuta in un esordio così prestigioso. Il tempo ne avrebbe poi reso sempre più vivo il ricordo, grazie a un primato ancora imbattuto.

Era il mese di aprile del 1967, si era già alla quinta edizione del torneo intercontinentale, e per non rischiare di perdere ancora questo treno era stato deciso che la chiusura del massimo campionato avvenisse con largo anticipo. Il 30 marzo, infatti, Recoaro Vicenza e Fiat Torino – giunte a pari punti al termine della stagione regolare – spareggiarono a Milano per l’assegnazione del titolo. Per la cronaca, ebbe la meglio la squadra veneta, portando così a tre la serie di scudetti consecutivi (poi allungata a cinque). All’indomani, sette giocatrici di quella sfida si ritrovarono accomunate dalla maglia azzurra.

La Cecoslovacchia apriva nuovamente le porte dell’Europa alla manifestazione, dove era andata in scena una sola volta, nel 1959 a Mosca; il Sud America l’aveva ospitata per tre edizioni: in Cile quella di esordio nel ’53, in Brasile nel ’57, in Perù nel ’64. La formula era ancora in una fase di continui cambiamenti. Stavolta dodici le squadre partecipanti, suddivise in tre gironi di qualificazione, con altrettante sedi: Brno, Bratislava e Gottwaldov; nella capitale Praga la disputa delle due fasi finali: quello per l’assegnazione delle medaglie, a cui accedevano le prime due di ogni girone, e quello di consolazione per i posti dal settimo in poi.

L’era del dominio sovietico si era già imposta, e tutto lasciava presagire che fosse destinato a durare a lungo. Praticamente senza rivali in ambito europeo – otto medaglie d’oro nelle nove precedenti partecipazioni al torneo continentale – le cestiste dell’URSS avevano cominciato a dettare legge anche a livello mondiale, aggiudicandosi le ultime due edizioni. Nei gradini sotto, il podio era stato recentemente terreno di conquista delle “sorelle” Bulgaria e Cecoslovacchia, mentre alle loro spalle cercavano gloria le rappresentative degli altri continenti; compresi gli Stati Uniti, che dopo aver vinto i primi due ori si erano dovuti assoggettare alla legge dell’Est Europa.

Su questo ampio panorama la Nazionale italiana si affacciava per la prima volta; con tanto entusiasmo e altrettanta umiltà. Diversamente non poteva essere, visto che la sua assidua frequentazione del campionato europeo non aveva portato, fino ad allora, risultati entusiasmanti (se si eccettua l’oro nell’edizione dell’anteguerra del ’38 a Roma, con solo cinque squadre; altra epoca, e forse anche altra pallacanestro). All’Europeo in Romania, appena l’anno prima, le azzurre avevano rimediato un decimo posto, con due vittorie su sette gare, non certo edificante come biglietto da visita. L’atmosfera del debutto mondiale, tuttavia, sembrava aver portato una ventata di ottimismo e di coraggio.

Il commissario tecnico era Giancarlo Primo. Romano, 43 anni; abbandonata la carriera di cestista (in maglia azzurra due Europei e le Olimpiadi del ’48), si era da tempo dedicato a quella di allenatore, come aiuto di Nello Paratore nella Nazionale maschile, oltre a rivestire il ruolo di responsabile di quella femminile e di selezioni giovanili. Al suo fianco, il quasi coetaneo Carlo Cerioni, che con Primo aveva praticamente condiviso lo stesso percorso da giocatore, partendo dalla Ginnastica Roma e approdando anch’egli in Nazionale.

Nel segno della continuità, furono convocate nove giocatrici che avevano già partecipato a uno o più Europei: Nidia Pausich, Nicoletta Persi e Marisa Gentilin (Vicenza); Silvana Grisotto, Teresina Cirio e Marianna Del Mestre (Fiat Torino); Marisa Geroni e Licia Toriser (Treviso), Gianna Ghirri (Milano). Tre i nuovi ingressi: Luigina Agostinelli (Vicenza), Viviana Corsini (Bologna), Maria Amedea Pelle (GEAS).

Nel girone di Bratislava (la città che nel 1993 sarebbe diventata capitale della Slovacchia, in seguito alla scissione con la Cechia), l’Italia doveva vedersela proprio con le padrone di casa, vicecampionesse in carica. Stando ai pronostici, le chance di qualificazione si limitavano agli incontri con le altre due avversarie: Corea del Sud e Cuba. Sennonché, la rinuncia di quest’ultima a scendere in campo, in segno di protesta politica per la presenza della rappresentativa asiatica, sembrò alleggerire il compito.

La partita di esordio delle azzurre, contro la Corea del Sud, avrebbe quindi potuto essere decisiva per approdare nel girone delle prime sei. Speranza presto svanita, sotto i colpi delle piccole e sguscianti asiatiche (quasi tutte al di sotto dell’1.70), in virtù del loro asfissiante pressing ma anche di doti tecniche, se è vero che una di loro, tale Park Shin-Ja, venne eletta alla fine la miglior giocatrice del torneo. A entrare nella storia, tuttavia, non sarebbero stati i venti punti di scarto rimediati alla fine (56 a 76), ma piuttosto i 38 realizzati dalla pivot Gianna Ghirri, ancora oggi record di realizzazione in una gara, iscritto nell’archivio della Nazionale femminile. La bresciana in forza a Milano aveva saputo sfruttare sotto canestro la sua statura di 1.86, ma anche la sua buona mano nei tiri liberi; in questa specifica graduatoria risultò anche la prima del torneo.

A quel punto, toccava vedersela con la favorita Cecoslovacchia, appena il giorno dopo. E fu qui che si materializzarono sfortuna e illusione. Noncuranti del tifo casalingo, le azzurre erano riuscite ad imbrigliare per tutto il primo tempo le giocate delle avversarie, grazie a una zona 1-3-1, specialità di casa-Primo, che sulla difesa avrebbe sempre impostato la sua filosofia di gioco e non pochi dei futuri successi della Nazionale maschile. Tutto bene se allo scadere dei primi venti minuti una distorsione alla caviglia non avesse messo fuori gioco Nidia Pausich, una delle azzurre di maggiore esperienza. Psicologicamente un duro colpo, eppure la squadra fu in grado di reagire, riuscendo a mantenere alto il livello della propria determinazione e affidandosi alle iniziative di Marisa Geroni e Silvana Grisotto. Stava per scapparci l’impresa, che alla fine mancò per un solo canestro (41 a 39), con un possesso finale di palla imprigionato dalla paura di tirare.

Illusione e disillusione nel giro di pochi secondi. Era sfuggita di mano la grande occasione di una vittoria da titoloni, ma soprattutto di poter conquistare una qualificazione che a quel punto avrebbe avuto del clamoroso. La successiva sconfitta per un punto della Cecoslovacchia ad opera della Corea del Sud non fece altro che aumentare il rammarico in casa azzurra; restavano solo i tanti complimenti ricevuti dal tecnico Giancarlo Primo, da parte di colleghi e giornalisti.

Trasferimento a Praga, quindi, ma solo per cercare un discreto piazzamento nel girone delle eliminate. Partite disputate allo “Sport Hall” del Parco Julius Fucik, intitolato a un giovane eroe della resistenza antinazista. Col morale ancora giù, le azzurre incapparono subito in altre due sconfitte: la prima per mano della Bulgaria, con un 63 a 31 che non ammetteva giustificazioni (7 punti di Penka Stojanova, ala di 1.83, che nei primi anni Ottanta avrebbe giocato a Roma); la seconda con un non irresistibile Brasile, limitando quanto meno il passivo (60-50), con 14 punti della veterana vicentina Marisa “Biba” Gentilin. Da segnalare, in questa seconda gara, la prova da ex di Luigina Agostinelli; nativa di Vittorio Veneto, all’età di 17 anni si era trasferita in Brasile, e con la maglia giallo-oro aveva disputato il Mondiale del 1964 (nei tabellini era identificata solo col nome “Luigina”, alla maniera carioca), per poi definitivamente rientrare in patria l’anno dopo, in tempo per contribuire agli ultimi due scudetti di Vicenza.

La prima e unica vittoria per l’Italia arrivò contro gli Stati Uniti: 56 a 45, con 15 punti della solita Ghirri e 13 di Pausich, tornata in campo pur con una caviglia ancora malconcia. La Nazionale a stelle e strisce aveva forse snobbato la manifestazione; solo così si poteva spiegare l’umiliante tracollo con l’URSS in qualificazione (37 a 71) e soprattutto l’ultimo posto in classifica che venne rimediato alla fine. Buon per le azzurre, che si dovettero poi inchinare all’ennesima ma ininfluente sconfitta nella gara conclusiva con l’Australia (51 a 56), dove ebbe modo di mettersi in evidenza la giovane bolognese Viviana Corsini.

L’Unione Sovietica non trovò davanti nessun ostacolo per aggiudicarsi il suo terzo oro mondiale; avrebbe replicato nelle due edizioni successive, collezionando anche un record di imbattibilità di ben 40 partite consecutive. Sul piano fisico nessuna avversaria poteva reggere all’urto; men che meno le “furette” della Corea del Sud, sovrastate soprattutto dall’uzbeka Ravilja Prokopenko, 2 metri e 02, autrice di ben 36 punti nello scontro diretto (83 a 50). Fu la squadra coreana, tuttavia, a raccogliere i maggiori consensi e a rappresentare la vera novità del torneo col suo gioco dinamico e spettacolare, che le valse una meritatissima medaglia d’argento, primo podio mondiale di una rappresentativa asiatica.

Per l’Italia, un bilancio finale così così. Nono posto, una sola vittoria, ma quell’impresa mancata di poco contro la Cecoslovacchia – alla quale sarebbe poi andata la medaglia di bronzo – restava una nota di merito di cui poter andar fieri. Tra le cose positive, anche il record di Ghirri, che resistendo nel tempo si sarebbe fatto apprezzare più. Come debutto mondiale, viste le premesse, ci si poteva anche accontentare. Il cammino verso posizioni di maggior prestigio si presentava ancora lungo, ma c’erano i presupposti per guardare con più fiducia al futuro.

 

Nunzio Spina