Ce n’è ancora di lavoro da fare, nei cantieri navali triestini, sulla “nave” di Israel González, la nuova Pallacanestro Trieste che si riaffaccia all’Europa dopo 22 anni. Contro i vicecampioni di FIBA Champions League del Galatasaray, i biancorossi hanno messo in campo un caleidoscopio di pregi e difetti che rendono ancora ardua ogni previsione sulla stagione di Ruzzier e compagni. L’ultima azione, che avrebbe potuto dare la vittoria a Trieste, è un po’ la fotografia del match: sul -1, invece di cercare una soluzione in penetrazione o almeno un fallo, Ramsey prende un non facile tiro da tre, che si infrange sul ferro. A rimbalzo Sissoko si fa largo, ma si ritrova a terra tra una selva di braccia e, forse complice qualche contatto al limite del fallo, non riesce a fare alcunché della palla che gli “muore” tra le mani alla sirena. Insomma, a fronte delle scelte tattiche discutibili degli americani di coach González, la grinta del giovane Sissoko non basta: Trieste cade in casa 90-91 e rimane a secco in coppa.

La sconfitta contro i turchi ha messo in particolare evidenza alcuni aspetti già sollevati dagli addetti ai lavori in questo avvio di stagione. Per cominciare, la squadra è stata allestita in modo piuttosto peculiare: solo un play vero (Ruzzier), solo un centro vero, considerabile una scommessa (Sissoko) e quattro esterni USA che – pur con caratteristiche diverse – condividono il talento offensivo, la predilezione per il gioco all’insegna di velocità e atletismo e la necessità di avere molti palloni per le mani (in aggiunta – come illustrato sopra – alla tendenza ad affidarsi più a talento e atletismo che alla materia grigia). Il risultato sono rotazioni vorticose e un certo spaesamento tra i giocatori stessi, che sembrano non aver ancora del tutto compreso qual è il proprio ruolo in squadra e finiscono per tirare ogni cosa passi loro per le mani (ieri 11/34 da tre). Il più spaesato di tutti, in questo inizio di stagione, è Toscano-Anderson, il pezzo da novanta del mercato estivo, che contro il Galatasaray ha però dato segni di risveglio dimostrando di aver intuito che il suo ruolo non deve essere per forza quello di finalizzatore: dalla difesa alla costruzione di gioco, con le sue lunghe leve e le eccellenti doti di passatore, sono tante le cose che il californiano può fare anche senza segnare, in particolare quando in regia c’è un playmaker sui generis come Ross.

La spiegazione delle scelte operate in sede di allestimento roster potrebbe essere duplice: da un lato, l’organico ricorda un po’ quello dell’Alba Berlino di González, fatto per un gioco di movimento rapido, con poca stazza, tanto tiro, responsabilità condivise e girandole di cambi per avere sempre forze fresche sul parquet. Insomma, è probabile che le scelte di mercato rispondano almeno in parte al credo tecnico-tattico dell’allenatore spagnolo. Dall’altro, il progetto tecnico teorico – simile a quella dell’EA7 Milano – prevedeva la costruzione di un roster abbastanza lungo da poter affrontare campionato e coppa senza arrivare a fine stagione con la lingua a terra, con gli stranieri più spremuti in Champions’ e gli italiani a tenere alto il livello in LBA. Peccato che, come nel caso dell’Olimpia (e di tanti altri club europei), quest’esercizio di equilibrismo si stia rivelando più arduo del previsto, con gli americani allergici alla panchina anche in amichevole e le contingenze (infortuni e pressioni di risultato) che impongono allo staff scelte rivolte all’hic et nunc. A pagarne le conseguenze sono le alchimie di squadra, come detto in apertura ancora in alto mare, e i “sacrificabili”, ossia gli italiani: se Candussi ieri di spazio ne ha trovato (con comprensibili alti e bassi per un giocatore che a questo livello fatica a fare il centro), Brooks e Moretti sono apparsi alquanto fuori dai giochi, complice appunto lo scarso minutaggio avuto finora (per quest’ultimo 10 minuti di media nelle prime due partite di campionato).

Tra gli aspetti positivi della serata di ieri c’è certamente la rimonta, insperata alla luce di tre quarti abbondanti passati a rincorrere, con lo svantaggio che a terzo quarto inoltrato era ancora in doppia cifra. Nella rimonta, a dire il vero, ci ha messo del suo coach Sekizkok, che a cavallo degli ultimi due quarti ha optato per un fantasioso secondo quintetto tenendo a lungo in panchina Cummings e White (alla fine 44 punti in due). Tuttavia, va dato atto ai biancorossi di averci creduto, in particolare Sissoko con le sue erculee battaglie sotto le plance (ragguardevole l’8/8 ai liberi), Uthoff con i suoi siluri (5/8 da tre) e Ross, molto più efficace quando viene innescato rispetto a quando porta palla.

È da questa reazione che González e il suo staff dovranno ripartire. Trieste è attesa da un trittico niente male: in poco più di una settimana è attesa dal derby triveneto a Venezia, dall’ostica trasferta in Bosnia per sfidare l’Igokea e soprattutto dal Derby con la “D” maiuscola contro l’APU Udine. Non saranno queste partite a determinare la stagione della squadra (la svolta avvenuta due stagioni fa con Jamion Christian quando gran parte del pubblico ne invocava da un pezzo l’esonero ha insegnato alla piazza a fidarsi della pazienza della dirigenza), ma questo tour de force potrà servire a chiarire un po’ le idee all’esigente tifoseria triestina e – si spera – ai giocatori stessi.

Andrea Rizzi

Israel Gonzales
Foto A.De Lise / Ciamillo-Castoria