In Basket Magazine 116, in edicola dal 3 aprile, l’editoriale del direttore Mario Arceri si muove tra entusiasmo e consapevolezza, raccontando un momento insolitamente felice per lo sport italiano e per il basket azzurro. Dalle vittorie internazionali alla crescita di una nuova generazione, il quadro è quello di un movimento in fermento, capace di guardare avanti con fiducia. Senza però dimenticare le contraddizioni e le tensioni di uno scenario globale che inevitabilmente si riflette anche sullo sport.

L’editoriale di Mario Arceri

Diciamola pure con Rino Gaetano: per una volta la colonna sonora del basket azzurro nella prima metà di marzo ha proposto note liete e promosso il nostro colore, quello del cielo se mi permettete un attimo di lirismo che non è una fuga di ottimismo destinato più avanti ad essere smentito dai fatti, ma una considerazione di quello che è successo in queste ultime settimane. Da Newcastle, Livorno, in particolare da San Juan de Puerto Rico, sono arrivate belle notizie e, in un momento così cupo della nostra vita, è giusto concederci qualche attimo di gioia cercando rifugio nello sport.

Sì, sono decisamente giorni lieti per lo sport italiano. L’Olimpiade ci ha regalato soddisfazioni e un medagliere record, da prime potenze mondiali anche sulla neve. I 30 podi ai Giochi Invernali sono un primato assoluto così come i 10 ori, e peccato che, per un solo argento in meno – pur avendo conquistato dieci medaglie in più rispetto all’Olanda e con tanti bronzi sfumati per pochi decimi -, abbiamo sfiorato il terzo posto nel medagliere ufficioso, ancora più significativo visto l’ampio numero di discipline che ha visto protagonisti sulla neve e sul ghiaccio gli atleti italiani. Stessa cosa alle Paralimpiadi. 16 medaglie, sette d’oro, quarto posto nella classifica per nazioni: mai così in alto.

Ma non solo le Olimpiadi. Nel rugby l’Italia ha battuto per la prima volta nella storia del Sei Nazioni l’Inghilterra che questo sport, proprio a Rugby, l’ha inventato. E sul diamante del baseball gli azzurri hanno battuto per la prima volta i Padri fondatori degli Stati Uniti e in casa loro, le semifinali della World Baseball Classic. In Formula Uno Kimi Antonelli, 20 anni ad agosto, trionfa nel GP cinese: vent’anni dopo Fisichella un italiano torna sul gradino più alto del podio

Nel momento felice dello sport italiano un angolino se l’è ritagliato anche il basket. Gli uomini hanno regolato la Gran Bretagna in scioltezza a Newcastle, meno facilmente a Livorno (britannici con Ellis), conquistando quattro punti utilissimi e la testa nella classifica del girone consentendo di guardare con più tranquillità agli ultimi due confronti, in Islanda e con la Lituania (con ogni probabilità a Roma), a luglio quando tutte le squadre potranno schierare la formazione migliore. Inutile dire che, portandosi nella seconda fase il punteggio della prima, sono partite da vincere.

Banchi ha fatto un ottimo lavoro traendo il meglio dagli uomini a disposizione senza rinunciare al lancio di molti giovani, ricevendo risposte positive dagli esordienti (Ferrari, Suigo, Veronesi), dai quasi esordienti (Casarin, Niang), dai veterani (Mannion, Tonut, ma anche Della Valle e Tessitori) al netto della sconfitta iniziale con l’Islanda subita con due soli allenamenti alle spalle e con giocatori che vedeva per la prima volta.

Ai giorni in cui si celebrano i 100 anni dall’esordio della Nazionale (4 aprile 1926, Italia-Francia 23-17) e che ricordiamo nelle pagine seguenti con un vasto speciale dedicato, è bello che l’azzurro dei canestri si sia affacciato da vincente e con volti nuovi come Saliou Niang che a 21 anni ha espresso talento, atletismo, efficienza e tanta faccia tosta esaltando il pubblico del PalaModigliani e richiamando l’interesse di mezza NBA che – c’è da giurarlo – in estate ce lo porterà via.

Niang è l’emblema della nuova generazione che punta a Los Angeles passando dal Qatar il prossimo anno (se l’uragano bellico di questi giorni non lascerà segni irrimediabili in Medio Oriente). Suigo, che si sta facendo le ossa in Serbia, è la speranza in un ruolo che ci ha visto da tempo carenti e che, da big man, potrebbe in un prossimo futuro coprire con successo. Tra quanti hanno scelto la Ncaa, tra quanti fanno esperienza all’estero (Spagnolo, Procida, Garavaglia), e con qualcuno che trova un po’ di spazio anche a casa nostra (Ferrari, Diouf, Assui, Calzavara, ma l’elenco è lungo) a supportare il nucleo storico, il doppio obiettivo, seppure difficile, non è nemmeno così proibitivo come si potrebbe pensare dopo tante amare esperienze.

Chi almeno il primo traguardo, la World Cup di settembre a Berlino, l’ha già tagliato è la Nazionale di Capobianco. Meravigliose ragazze che hanno confermato lo stato di grazia mostrato lo scorso anno tornando sul podio europeo dopo trent’anni. Sono invece trentadue gli anni di assenza dalla rassegna iridata, un periodo davvero lungo in cui la Nazionale femminile ha troppo spesso tradito le attese. In Portorico, dopo aver largheggiato sulle padrone di casa, ha regolato con un po’ più di fatica il gioco duro della Nuova Zelanda, chiudendo comunque con un punteggio abbastanza profondo e tale da mettere in cassaforte la qualificazione fin dalle prime due giornate potendo così affrontare con più serenità sia la corazzata statunitense (giocandoci alla pari per venti minuti, tra l’11’ e il 30′: 34-41 il parziale) che la Spagna battuta invece nettamente (68-56) con una eccellente prova difensiva e la prestazione stellare di Zandalasini il giorno del suo 29° compleanno, chiudendo il girone al secondo posto dietro solo alle americane.

Zandalasini e Cubaj sono le atlete simbolo di questa squadra: il talento cristallino di Cecilia, che a Berlino taglierà il nastro delle 100 presenze in azzurro (è a quota 96), le qualità agonistiche di Lorela che partita dopo partita affina e arricchisce il suo bagaglio tecnico. Ma l’intera squadra, da Verona a Pasa, da Madera a Keys, Santucci, alla capitana Spreafico ha firmato una tappa così importante nel percorso di crescita, di esperienza e di consolidamento, caratterizzato dalla duttilità come ha riconosciuto il CT Capobianco: “Brave a cambiare pelle da un giorno all’altro ed anche nel corso della stessa partita, trovando il modo di tirarci fuori dalle difficoltà affidandoci alla difesa che resta il nostro marchio di fabbrica”. Una squadra che a Berlino dovrebbe ritrovare Matilde Villa – il talento migliore del basket femminile, che ha esordito in Nazionale a sedici anni – appena rientrata dopo uno stop di otto mesi, dal maggio 2025, per la rottura del crociato del ginocchio destro proprio in azzurro in una amichevole contro il Belgio.

 

IL NOSTRO BASKET si avvia a chiudere una stagione tormentata vedendo nel futuro prossimo orizzonti di… gloria. È un po’ difficile connettere i campionati nazionali che perdono lungo la strada società come Trapani e Bergamo con una lega che dovrebbe avere ben due sue rappresentanti, Roma e Milano, nella superlega che Nba e Fiba vareranno alla fine del prossimo anno. I dettagli sono ancora confusi. Per Milano l’Olimpia sarebbe pronta, ma lo è anche il Milan di Gerry Cardinale e finora una joint venture tra le due realtà sportive italiane di punta è stata solo ventilata. Per Roma la situazione è ancora più nebulosa: Donnie Nelson e il suo gruppo ci puntano forte, Paul Masiatic, attuale proprietario di Trieste, è sato visto più volte nella Capitale.

La Fip e il Campidoglio sono stati frequentati da entrambi o da loro emissari. La cordata di Nelson, che tra gli azionisti ha anche Luka Doncic, ha nei suoi ranghi Roberto Carmenati e si affida a Kaukenas. A stagione in corso mancano ovviamente le conferme, ma troppo insistenti le voci, dell’acquisto di Cremona che trasferirebbe in estate il titolo a Roma consentendole di partecipare alla prossima Sere A. Come pure l’intenzione di Masiatic di abbandonare Trieste (che intanto – si dice – avrebbe “prenotato” Ruvo di Puglia per restare almeno in A2). Un intrigo hitchockiano verrebbe da dire, visto che le attuali realtà capitoline, e in particolare la Virtus, mostrano di non saperne niente. Se le cessioni dei titoli dovessero realizzarsi, nascerebbe un club ex novo o si promuoverebbe una società già esistente?

Molte voci e così insistenti evidenziano però che sotto il fumo c’è molta sostanza. Da un giorno all’altro – forse assai presto – il mistero potrebbe essere svelato. E, a questo riguardo, l’indiscrezione pubblicata da Flavio Vanetti sul Corriere della Sera (dal 2027-28 Serie A a 20 squadre in due conference di 10 ciascuna, con la conferma delle 16 di LBA, più Roma e tre squadre dalla A2: le due promosse più una terza scelta per tradizioni e bacino d’utenza, con vincoli relativi alla capienza dell’impianto) è stata immediatamente smentita da Lega e Fip, ma l’autorevolezza del collega e la serietà della testata fanno pensare che non si tratti soltanto di una mera e futuristica ipotesi, probabilmente allo studio anche se non ancora (e forse mai) formalizzata. Uno scenario più o meno ipotetico che rende ancora più fumoso il quadro generale, almeno per quanto riguarda Roma dove gli appassionati sono (più o meno) in trepida attesa.

 

LE VICENDE DELLO SPORT non possono tuttavia distrarci da quanto sta accadendo intorno a noi e che incide profondamente sulla nostra vita e sullo stesso sport. L’Iran rinuncia ai mondiali di calcio o, meglio, chiede di poter giocare in Messico e non negli Usa, Dubai, Hapoel e Maccabi hanno scelto sedi più sicure per continuare il loro cammino in Eurolega, i GP di F1 di Dubai e Qatar annullati. Piccole cose di fronte all’enorme tragedia che sconvolge il mondo per l’improvvida decisione di iniziare, in barba ad ogni norma di diritto internazionale, una guerra senza averne calcolato il costo e le conseguenze. Intanto ci siamo dimenticati di Gaza e della Cisgiordania dove la strage non è terminata mentre Israele allarga pesantemente il fronte al Libano con un ulteriore sconvolgente spreco di vite umane, e dell’Ucraina dove prosegue l’aggressione russa. Intanto la popolazione civile in Iran continua a subire l’oppressione di un sistema che è stato minimamente scalfito al suo interno nonostante le esecuzioni in serie dei suoi leader e Israele e Usa scoprono che la guerra che hanno scatenato comincia ad avere un costo e una durata ben superiori alle attese, almeno americane. Godono solo le lobbies dei fabbricanti di armi e le compagnie petrolifere lontane dai teatri di guerra (Usa, Russia ed anche la Norvegia) per le tariffe schizzate alle stelle con il blocco dello Stretto di Hormuz.

La speranza è che in questi giorni prevalga finalmente la ragione, al di fuori dei ridicoli balletti del presidente americano e delle sue agghiaccianti dichiarazioni (“Noi ci stiamo guadagnando”. Non gli americani, ma le strette élites di potere). Viene inevitabilmente in mente Charlie Chaplin e il suo “Il grande dittatore”, in particolare la scena in cui Charlot in una comica caricatura di Hitler prende a calci il mondo: evidente la similitudine con quanto sta avvenendo. Del resto anche Trump, aspirante deluso al Nobel per la pace, ha scoperto la passione per il calcio dal quale ha ricevuto – in compensazione – un premio Fifa per la pace (sic!) che un compiacente Infantino ha creato solo per lui. Intanto prende a calci il mondo, il diritto internazionale, gli interessi di un mondo intero. Al di là dei sorrisi, resta il fatto che l’America non ha imparato nulla dalle lezioni del Vietnam, dell’Iraq, dell’Afghanistan, e rischia di rimanere impantanata anche in Iran, Paese molto più grande, più armato e organizzato, capace di resistere anche di fronte alle sistematiche uccisioni dei suoi leader.

Festeggiano gli armaioli: bisogna consumare le scorte per produrne di nuove, e si può fare solo con le guerre. Intanto il mondo intero è entrato in crisi energetica, più grave di quella del 1973, e in una assai probabile recessione economica e quindi politica, particolarmente avvertita in Europa che dalla guerra si è giustamente tenuta fuori. I costi ricadono anche su chi la guerra non l’ha voluta (né è stato avvertito del suo inizio, calpestando ogni trattato di alleanza) e non la vuole, ma che potrebbe esserci tirato dentro per i capelli. Vorremmo che tra qualche giorno, quando BM sarà in edicola, tutto questo sia un brutto ricordo e che si parli solo di pace, di convivenza leale, di rispetto dei diritti umani e di ricostruzione (parola assai cara a Trump, chissà perché). Ma per ora segnali non ce ne sono.