“Sono Meo Sacchetti, allenatore della Herons Montecatini. E vi dico che da stasera sono l’ex allenatore della Herons. Ho passato un bellissimo momento, faccio dei grossi complimenti alla società perchè ho trovato qualcosa di diverso e non mi aspettavo tutto questo entusiasmo che c’è. Ho chiuso col basket, la mia ultima partita da coach è stata a Caserta ed è finita purtroppo con una sconfitta. Il basket mi ha dato molte soddisfazioni come risultati, conoscenza di persone e luoghi, però ora me ne torno nella mia Alghero”
Si chiude in questo modo una delle storie più belle del nostro basket.
Una storia di campo, ma anche di umanità rara.
Romeo, Meo Sacchetti, non siederà più su una panchina, anche il percorso da allenatore, dopo quello da giocatore, volge al termine.
Montecatini, Serie B Nazionale. Questa l’ultima tappa della sua carriera, meno di 5 anni dopo aver guidato l’Italbasket ai suoi primi Giochi Olimpici dal 2004.
Un viaggio lungo, partito prima che lui nascesse, dalla famiglia che fa ritorno in Italia dopo essere emigrata in Romania e arriva nel campo di rifugiati di Altamura, provincia di Bari, è lì che Meo nasce, è da lì che intraprende il suo viaggio.
Un viaggio che gli lascerà in dono momenti storici, ma anche amici.
C’era lui nell’ultimo anno di Gianmarco Pozzecco sui parquet, era sua la guida nei 6 anni più gloriosi della Dinamo Sassari, dalla promozione della stagione 2009-10 al treble italiano conquistato nell’annata 2014-15.
Anche a Cremona, sponda Vanoli, porta sorrisi ed uno storico primo trofeo, la Coppa Italia del 2019.
Meo non era solo l’allenatore, era il padre, quello talmente esigente con suo figlio Brian da far imbestialire la moglie che arrivò a minacciare di mandarlo in un’altra società ai tempi delle giovanili, quello che ha sempre avuto paura che potessero pensare in un favoritismo paterno-filiale. Il padre orgoglioso dei valori con cui Brian è cresciuto e sui quali ha costruito la propria carriera.
Era la persona amata dai propri giocatori, quelli a cui non chiedeva di snaturarsi ma sulle cui caratteristiche ricamava il proprio gioco perché, come recita il titolo della sua autobiografia, “Il mio basket è i chi lo gioca”.
Era il CT più amato dai tempi di Charlie Recalcati, con lui l’Italbasket è tornata ai Mondiali ma, soprattutto, alle Olimpiadi. Meo, in azzurro, comincia a fare un lavoro di rinnovamento silenzioso che culmina nel Preolimpico di Belgrado, conquistando il pass per Tokyo ai danni della Serbia, superfavorita padrona di casa.
È l’azzurro che torna a far innamorare i tifosi, che in Giappone gioca a testa altissima.
Ma un azzurro che non piace a chi muove le fila federali da oltre una decade.
Rapporti non idilliaci, quelli tra Sacchetti e Gianni Petrucci, la divisione si acuisce definitivamente a Giochi conquistati, quando il tecnico non asseconda le polemiche strumentali sulle assenze di Marco Belinelli e Gigi Datome avviate dal presidente della Federbasket.
Uno sgarro, per Petrucci, che ha come conseguenza un esonero discutibile per tempistiche, arrivato ad appena tre settimane prima di Eurobasket 2022, ma che in realtà covava da prima dell’impresa di Belgrado, scongiurato dai risultati.
Un esonero che peserà in maniera decisiva anche sulle valutazioni del successore, proprio quel Pozzecco che sotto la sua guida aveva chiuso il proprio percorso da giocatore e che non cambia l’impostazione della Nazionale nell’Eurobasket successivo.
È Meo ad aprire il sipario su Fontecchio e Mannion, è Meo a creare una Nazionale operaia che straccia i pronostici divertendosi.
È Meo, hombre vertical, a scommettere sul suo gruppo senza ascoltare i desiderata di chi saprà muoversi nei corridoi istituzionali, ma il lavoro sul campo non lo conosce.
Ha pagato il suo modo di essere, gli è costato la panchina dove è stato universalmente amato nel Paese, forse anche le opportunità successive. Scende in Serie A2 per abbracciare il progetto di Cantù, viene chiamato al capezzale di una Pesaro spacciata, infine sceglie la Serie B Nazionale, un ambiente senza lustrini, senza riflettori, ma genuino.
Ora gli resta la sua Sardegna, con quel distacco necessario ad allontanare le tensioni del campo e la consapevolezza di essere stato fedele a sé stesso.
E, proprio per questo, Meo Sacchetti non sarà mai il personaggio, bensì l’uomo, più amato in questi ultimi anni del nostro malandato – checché ne dicano in via Vitorchiano, basket.