L’esonero di Sergio Scariolo dalla panchina del Real Madrid ha fatto notizia nel basket europeo.

Un progetto tecnico avviato quest’anno, saldatosi comunque con una finale di Eurolega nonostante l’ecatombe che ha colpito il settore lunghi, obbligando il club merengue a ripiegare sull’ex Trieste Mady Sissoko per i playoff.

Quella del tecnico bresciano è solo l’ultima testa caduta nell’ambito di una restaurazione che ha visto, prima, il Chacho Rodríguez e Martynas Pocius abbandonare le scrivanie, con Florentino Perez, fresco di rielezione, che ha richiamato José Ángel Sánchez, l’uomo che solo un anno fa aveva allontanato per dare aria fresca alla sezione cestistica del club.

E uno degli uomini più discussi degli ultimi anni tra i corridoi della Movistar Arena.

È stata di Sánchez la regia della controversa separazione da Pablo Laso, avvenuta approfittando dei problemi cardiaci che avevano colpito l’allenatore basco, reo di aver contraddetto il sovrano, ovvero Florentino Pérez, al ritorno dalla finale di Eurolega persa contro l’Anadolu Efes.

I risultati hanno continuato a dare ragione al club finché questo ha potuto contare sui suoi senatori come Rudy Fernández, o su un Walter Tavares nel pieno della forma, complice anche la crisi degli eterni rivali del Barcellona, soffocati tra debiti e perquisizioni delle forze dell’ordine in sede.

La scorsa estate arrivava la svolta, addio a Sánchez ed inaugurazione di un ciclo nuovo, con volti riconoscibili dai tifosi come quelli del Chacho e Pocius in dirigenza e con il ritorno di Scariolo a cui era stata data una situazione da plasmare nel medio-lungo termine, pur mantenendo un certo livello di competitività.

Poco si può dire all’ex ct della Nazionale spagnola, capace di trovare in tempi brevi una quadra che ha permesso al Real di rimontare in classifica e prendersi di prepotenza il primo posto in Regular Season ACB, ancor meno in Eurolega, lì dove ha saputo competere con i transatlantici Fenerbahçe, Olympiacos e Panathinaikos in quello che doveva essere un anno di riassestamento dopo un lungo ciclo concluso.

Ma al Real Madrid il primo, insindacabile, indicatore è il numero di trofei in bacheca. Se in un anno questo non cresce, sei fuori. Specialmente se, chi decide, non aveva previsto, colpevolmente, che l’avversario con cui competere non sarebbe stato un Barcellona che sarebbe riduttivo definire alla deriva.

Si è commesso l’errore di pensare che la situazione blaugrana spianasse la strada, invece, come da avvisaglie che arrivavano già da qualche anno, è emerso il Baskonia ma, soprattutto, è sbocciata Valencia, meritatamente sul trono dopo una finale dominata.

Al Real Madrid non è rimasta nemmeno la finale, vista l’eliminazione ai quarti dei playoff per mano di Tenerife, ma a Scariolo si sarebbero dovute concedere le evidenti attenuanti dovute all’infermeria stracolma con gli infortuni concentrati in un solo settore del roster.

Non è stato così, Florentino Pérez, coerente anche con le sue posizioni e connessioni extra sportive, ha deciso per la restaurazione negli uffici ed il coach, visto come volto del nuovo corso frettolosamente accantonato, è stato una pedina sacrificabile.

Il primo passo del reinsediato Sánchez è stato quello di strappare, a suon di clausole milionarie, Jaime Pradilla e, soprattutto, coach Pedro Martínez a Valencia.

È una scommessa rischiosa, quella per la panchina, non tanto per le qualità evidenti del tecnico catalano, quanto per la compatibilità caratteriale dello stesso con una presidenza tanto forte quanto allergica ad essere messa in discussione.

Valencia, con l’arrivo di Tj Shorts, Gonzalo Corbalán e Dylan Osetkowski e con il ritorno in patria di Mario Saint-Supery, promette di essere ancora più competitiva, specialmente se dovessero concretizzarsi altre voci di mercato.

E potrebbe non essere la sola.