Pronti via, e la partita d’esordio con la Repubblica Ceca si trasforma subito in un rebus fin troppo facile da decifrare. Il nervosismo iniziale è del tutto comprensibile: la prima volta a un Mondiale dopo trentaquattr’anni; il giorno in cui smetti di essere la bella sorpresa per diventare una squadra che comincia a sentire tutto il peso e l’onere della propria forza.
I primi due quarti si leggono con trasparenza quasi scolastica. Il piano partita delle ceche è elementare: marcatura asfissiante, raddoppi sistematici e, non appena la palla arriva a Cecilia Zandalasini, menare. Le azzurre, invece, sembrano giocare a mosca cieca, soprattutto in attacco. Se la tenuta difensiva scricchiola, ma non cede, davanti per ogni possesso si possono contare 20 secondi ad occhi chiusi, finché allo scoccare della sirena la palla che scotta finisce alla Zanda. Ovunque si trovi. Ne risulta una strana compilation di tiri decisamente improbabili. Va detto che alcuni entrano — ed è il marchio di fabbrica delle fuoriclasse —, ma ciò che fa davvero la differenza è l’attitudine. Qualsiasi altra giocatrice, al terzo passaggio forzato, avrebbe azzardato una smorfia, un lamento, una protesta o un rimprovero alle compagne. Lei niente. Tira, sbaglia e torna subito in difesa, caricandosi sulle spalle il peso di un’intera squadra che deve ancora sbarcare del tutto sul parquet. Le azzurre ci sono con le gambe, ci sono con la maglia, ma con la testa non sono ancora arrivate.
Ed è del tutto normale. Quello della Nazionale di Capobianco, riapparsa stasera sugli schermi di tutti gli italiani, è un viaggio lungo, che parte da lontano. Ci sta soffrire all’avvio e finire in balia di un basket non irresistibile, ma rudimentale ed efficiente, tanto da scivolare sotto anche di sette lunghezze.

In foto: Francesca Pan | Fonte Italbasket\FIP
Poi, però, la musica cambia. Già nel finale del secondo quarto e dopo l’intervallo, le nostre iniziano a ritrovare quegli automatismi che collegano la difesa all’attacco. Si torna a fare la cosa più semplice. Che non significa la più facile. Significa seguire una sola piega – etimo:sin plica -tracciare una sola, pulita linea di passaggio.
Non appena il circuito si riattiva, le azzurre ricominciano a macinare gioco. Già nel corso del terzo quarto l’inerzia del match si ribalta del tutto: magari non ancora nel tabellone luminoso, ma nell’intensità, nella grinta, nel furore agonistico. Negli sguardi di chi va a rimbalzo o torna in transizione si riconosce finalmente la stessa identica fiamma dell’Europeo, del Preolimpico, dei lunghi pomeriggi di raduno.
Quando la squadra riprende a muoversi come un unico organismo, i tiri per Zandalasini smettono di essere proibitivi e lei, con la consueta classe, mantiene ogni singola promessa. Matilde Villa s’infiamma nello stesso momento inventandosi un paio di giocate da Grifondoro.
Il contrasto tra le due atlete è un compendio di polarità opposte, ma complementari. Ogni movimento di Cecilia è intriso di responsabilità: sul suo volto, nell’inarcarsi del torso prima del rilascio si legge la consapevolezza di chi sa che quel pallone deve entrare: gli indiani lo chiamano dharma. Per Matilde è l’esatto contrario: agisce per guizzi fulminei, folate d’aria, la sensazione che sia la sfera stessa ad accomodarsi nel retina soltanto per farla felice. That’s karma.
Quando le due frequenze d’onda si sintonizzano all’unisono — ed è successo due o tre volte nell’arco della ripresa — la combinazione ribalta la geometria del campo. Non solo nella metà offensiva, ma nella capacità di alzare le mani sulle linee di passaggio, propiziando il parziale decisivo che regala all’Italia un ultimo minuto di respiro e sollievo prima di rivolgere lo sguardo verso il gigante statunitense.
La forza della creatura di Capobianco sta ancora una volta nella natura profonda del collettivo. Si va in apnea tutte insieme, scivolando nell’ombra delle difficoltà per poi riemergere e riattivarsi in blocco al primo segnale di riscossa. È l’architettura perfetta di un alveare: un’intelligenza collettiva in cui il tecnico attinge a undici delle dodici convocate, misurando ogni cambio con sapienza chirurgica. Ciascuna porta un mattoncino fondamentale alla causa: dalla tripla provvidenziale di Sara Madera nel momento di massimo sforzo, alla presenza monumentale di Olbis Andrè, piantata come un chiodo nell’area avversaria a ripulire il tabellone con rimbalzi d’attacco vitali, passando per la regia geometrica di Costanza Verona, capace di tessere la tela del gioco a ogni singolo possesso.
E ancora i nervi a fior di pelle di Mariella Santucci, le spallate ruvide di Francesca Pan, la disciplina tattica di Francesca Pasa, le prove di muscoli e sostanza di Lorela Cubaj

In foto: Matilde Villa | Fonte Italbasket\FIP
L’unica a non essere impiegata da coach Capobianco è Martina Fassina, ma la scelta ha una sua logica cristallina: in una partita così bloccata, priva di spazi e intasata sul perimetro, lanciarla nella mischia sarebbe stato come pretendere di lanciare un cavallo al galoppo nel mezzo di un ingorgo autostradale.
Si dice sempre che nello sport ciò che conta davvero sia il risultato, ed è innegabile: questa era una sfida da non sbagliare. Probabilmente è stato proprio il peso di questo dovere a bagnare le polveri nell’approccio iniziale. Ma il dato più rilevante, quello che resta appiccicato addosso a fine gara, è la conferma che questa squadra agisce, soffre e reagisce guidata da una sola, incrollabile volontà.
È questo spirito profondo che ci permette di guardare ai prossimi impegni contro Stati Uniti e Cina con la giusta consapevolezza. Ci sarà da soffrire, certo, ma ciò che ci verrà restituito sul parquet sarà l’immagine pura di un’Italia che non si arrende mai.
Qui per le statistiche della partita: sito FIBA
Qui gli altri risultati della prima giornata del Mondiale: sito FIBA
Di Marco Pinti
In foto: Coach Andrea Capobianco | Fonte Italbasket\FIP