​Un alfabeto di tentativi
​Il punto è che si fanno voler bene. Lo so, non è esattamente una conclusione da addetti ai lavori, ma è davvero tutto quello che resta da dire della Nazionale femminile al Mondiale. Una verità che BasketMagazine può permettersi di mettere in primo piano, senza per questo risparmiare in rigore giornalistico.
​Voler bene non toglie un atomo al rispetto che merita la professionalità di atlete che hanno il diritto di essere prese sul serio, anche nella critica che non è mai mancata da queste colonne. Tuttavia, quando il tabellone restituisce un verdetto troppo spietato — una vittoria e tre sconfitte — spetta a chi scrive restituire ciò che il conto dei canestri non riesce a dire.
​In primis il merito di aver ispirato chissà quante famiglie a bussare alla porta della società sportiva della propria città. Bambine e ragazze che nei campetti di tutta Italia tenteranno di imitare i tiri della “Zanda”, il palleggio dietro la schiena di “Matilde”, le sportellate in stile “Lorela”. E per ciascuna ci saranno genitori, fratelli, amici sugli spalti oggi che si moltiplicheranno in spettatori incollati ai seggiolini domani. Vincere o perdere fa parte del gioco. Ma il senso del gioco è altrove. È nella storia che si decide di raccontare.
​Per farsi voler bene non serve vincere. È qualcosa che succede o non succede. Dipende da una serie infinitesimale di combinazioni in cui certamente rientra la capacità di mostrare un gioco bello da vedere, efficace, corale; ma neanche questo basta.
​La differenza la fa tutta quella che coach Capobianco in conferenza stampa ha chiamato “anima”, “l’anima che trascina il talento e non il contrario”. Per le Azzurre questo implica un paradosso di rara intensità: il coesistere, nello stesso gruppo, nella stessa partita, di un’indecifrabile forza unita a un’altrettanto irriducibile ingenuità. Non intendo essere sprovvedute, tutt’altro. L’etimo è ingenuus, di buona stirpe. Quel particolare carattere per cui ci si mostra per quello che si è: nelle giornate in cui gira tutto secondo i piani e in quelle in cui va tutto storto. Di solito le prime sono vittorie, le seconde sconfitte. Di solito, si dimenticano in fretta, entrambe.
​Quelle che invece restano nella memoria sono le partite dove coesistono le due nature insieme: il buio e la luce, il fuoco e la secchiata d’acqua gelida.
​Contro gli Stati Uniti e contro l’Australia credo si sia definitivamente stretto il legame tra questa Nazionale e il suo pubblico. Ridurle a due sconfitte è come confondere i tortellini coi ravioli.
​Certo, qualcosa in cucina a tratti è andato storto, ma anche la Tarte Tatin, in fondo, è nata dimenticando sul fornello una torta di mele. E cos’è, alla fine, la pallacanestro, questo pazzo sport, se non un alfabeto di tentativi?

di MARCO PINTI