Dispiace soprattutto dal punto di vista personale, quanto successo a LaMarcus Aldridge, da poco dei Brooklyn Nets dopo il Buy-Out nei suoi confronti degli Spurs. Dispiace perchè L-Train (come si fa chiamare fin dai tempi di Portland) al di là delle incomparabili doti tecniche, è una persona che ha lasciato un profondo solco in chiunque abbia avuto la fortuna di incontrarlo.

Purtroppo nella giornata di giovedì 15 aprile è rimbalzata tra vari notiziari americani e nostrani la notizia delle condizioni di salute di Aldridge, condizioni che lo hanno costretto ad annunciare l’imminente interruzione dell’attività agonistica a tempo indeterminato. Il colpevole è il cuore, ed il segnale è nato proprio dopo la partita giocata da Brooklyn 5 giorni prima, sabato 10, contro i Lakers. Non si hanno notizie più specifiche (se fosse esso un problema sistolico o aortico o se già ne soffrisse da tempo), bensì il tutto è stato annunciato proprio dallo stesso Aldridge in una lunga lettera pubblicata sui suoi canali social, dove spiega di aver avuto un battito irregolare che è andato peggiorando nella notte. Il giocatore ora sta bene, si è rivolto al centro specializzato informato dai Nets e sta seguendo tutte le cure del caso.

La notizia ha scioccato tutti gli addetti NBA, soprattutto i giocatori che hanno potuto condividere il campo con Aldridge, ma anche gli allenatori che lo hanno avuto a roster. Uno su tutti è Lillard, il quale si è subito fatto avanti dicendo che i Blazers devono immediatamente ritirare la maglia numero 12 che vestiva Aldridge: “E’ arrivato il momento per i Portland Trail Blazers di ritirare la maglia numero 12 di LaMarcus Aldridge

Non sappiamo se questo fosse già nei programmi societari, ma va detto che Aldridge è stato una bandiera per i Blazers fin dal 2006, quando venne scelto con la seconda chiamata assoluta e che ha vestito i colori bianco-rosso-nero per 9 anni (fino al 2015) dopo aver raggiunto i playoff in più di un’occasione ed aver dato il via alla squadra che tutt’ora è una delle più pericolose della Western Conference.

Stessa vicinanza è stata dimostrata dal grande maestro Gregg Popovich, suo allenatore fino a poche settimane fa, per 5 stagioni: “Ha avuto una carriera NBA Meravigliosa. Un professionista consumato con un grande bagaglio tecnico ed un rigoroso rispetto per il gioco. Siamo grati per il suo contributo dentro e fuori dal campo, durante la sua permanenza a San Antonio. Sono orgoglioso di lui per la difficile decisione presa, gli auguro il meglio per il futuro, a lui ed alla sua famiglia

Purtroppo questa decisione (obbligata) ha avuto un peso specifico per la già delicata situazione a Brooklyn, squadra ancora in costruzione che non ha ancora potuto giocare in maniera continuativa con tutti i componenti a roster. Una volta per l’infortunio a Durant, poi Harden, poi i problemi personali di Irving, non hanno permesso di apprezzare il roster al completo per più di 6 partite giocate. La mancanza di un pezzo fondamentale per il gioco in post come Aldridge potrebbe risultare più problematica di quello che sembra. I minuti che saranno lasciati vagare dall’assenza di Aldridge, verranno raccolti da Griffin, Green e Jordan, quest’ultimo però apparso in difficoltà nella partita persa contro Philadelphia, dove Embiid ha avuto vita molto facile nonostante la difesa di Jordan (da sempre considerato uno specialista stoppatore).

In attacco vedremo forse un rovesciamento della medaglia: Aldridge ha fatto stazionare non poco la palla in post (almeno nelle sue prime partite, mentre cercava il suo spazio in campo, come fisiologico che fosse), fermando l’attacco di coach Nash. Con la sua assenza, è presumibile che il fulcro del gioco si sposti ancora più sul perimetro di quanto non fosse in precedenza, contingendo il talento dei Big Three ai tiratori che aspettano di scagliarla dalla lontana. Una scelta che può pagare? Purtroppo ancora non abbiamo la contro-prova, e per averla non basterà di certo le prime 3-4 partite nel calendario, ma necessitiamo di maggior respiro. Da segnalare che Nash può anche pensare di schierare Durant da 4 ed affiancarlo ad un giovane rampante come Claxton, nel ruolo di 5. Soluzione che però andrebbe a scontrarsi con quanto accade nei Playoff, dove è presumibile pensare, proprio per la scarsa esperienza di quest’ultimo, che non avrà a disposizione tutto lo spazio concessogli finora.

La cosa certa è che siamo molto dispiaciuti per quanto successo a LaMarcus, da sempre uno dei migliori lunghi NBA e che a 35 anni ha dovuto chiudere la porta al basket giocato.

FOTO: via Twitter

 

Raffaele Camerini