Oggi Giorgio Bongiovanni compie 100 anni. Un secolo di vita vissuto con l’energia di un contropiede, con la visione di gioco di un regista, con la passione inesauribile di chi ha fatto della pallacanestro molto più di uno sport: una missione.
Nel numero di febbraio avevamo scelto di raccontarlo in anticipo, come si fa con le leggende, preparandoci al traguardo del secolo. Oggi quel traguardo è realtà. E quelle pagine diventano celebrazione.
Cento anni portati con l’eleganza di chi ha indossato l’azzurro 50 volte, attraversato epoche, guerre, campi all’aperto e palasport gremiti, insegnato basket e vita a generazioni di ragazzi. Cento anni di storie che profumano di parquet e di mare, di sacrificio e di talento, di ironia e memoria.
Riproponiamo il racconto di Guido Ercole, una delle firme più importanti del basket italiano, così com’era nato: come un omaggio. Oggi è qualcosa di più. È un abbraccio collettivo.
Auguri Bongio da tutta la redazione di Basket Magazine, a partire dal direttore Mario Arcieri e dal vice Fabrizio Pungetti.
Il tempo può anche segnare cento primavere.
Ma certi campioni restano eterni.
L’articolo di Guido Ercole:
100 E LODE
Il 4 marzo taglierà il traguardo del secolo di vita: riviviamo nel racconto di un grande scrittore di
sport le imprese dell’azzurro più longevo
BONGIOVANNI, UNA STORIA
DI BASKET DI ALTRI TEMPI
Gli esordi al Gira crescendo con Larry Strong, 50 presenze in Nazionale con Elliot Van Zandt, il
trasferimento al RIP di Torino, in campo ben oltre i quarant’anni e poi, da allenatore, la scoperta di talenti da Merlati a Morandotti. Guido Ercole, già inviato della Stampa, che ne ha accompagnato la carriera, ci rivela i dettagli più curiosi o più intimi: il servizio militare in Marina
sulla Sagittario, il matrimonio con Franca Ronchetti, sorella della grande Liliana, il record di 8 punti in… due secondi contro il DDM La Spezia
di Guido Ercole
Dici “4 marzo” e Bologna diventa un coro: “Dice che era un bell’uomo e veniva, veniva dal mare…”, firmato Lucio Dalla, classe 1943. Riavvolgo il nastro e riprovo: “4 marzo”, sempre Bologna, ma classe 1926, e compare Giorgio Bongiovanni. Ma cosa c’entra “un bell’uomo e veniva dal mare”? Ci arriveremo… Intanto specifichiamo: giocatore di basket, il più anziano degli azzurri (50 presenze, per l’epoca una gran bella cifra), una vita da leggenda. Il padre, militare negli “arditi” nella Grande Guerra con coda in Turchia, rientra in Italia, sposa la pazientissima fidanzata e contribuisce alla battaglia demografica con cinque figli (Giorgio è il secondo): anni a Roma e in Sicilia con brillanti
invenzioni (croce al merito e medaglia d’oro all’Espo Industriale) brevetti ahimè copiati da elementi mafiosi, e infine ritorno al nido, Bologna.
Il primogenito, sgobbone, studioso, borsa di studio e laurea, diventa giornalista; il secondo, lui, ha invece l’argento vivo addosso, una ne fa e cento ne pensa, poca scuola e tanti calci a un pallone di fortuna, sogna di diventare il nuovo Biavati, poi anche qualche tiro a canestro. E anche quello gli piace: spara da lontano, infila la retina. A rovinare tutto c’è la guerra, e lui continua a sparare, stavolta nella contraerea…
Finché può tornarsene a casa, e deve trovare un modo per mettere insieme pranzo e cena: qualche lavoretto e per fortuna la pallacanestro, ormai entratagli nelle ossa, gli porta bene. La Virtus lo tiene per un anno nella squadra B, e la cosa non gli va, così accetta la chiamata di una
vecchia società ciclistica, il Gira (club dei tifosi del primo Campionissimo del pedale, Costante Girardengo), che decide di fare una squadra di pallacanestro per invidiosa rivalità proprio con la Virtus. E qui c’è “il bell’uomo che veniva dal mare”.
Oddio, bello o brutto è questione di gusti e io mi astengo, ma lui, l’afroamericano Larry Strong, era arrivato proprio dal mare con la divisa statunitense, si era fermato a Livorno dove giocava-e-insegnava baseball e basket, fino a quando il Gira gli offrì il ruolo di allenatore. Strong divenne un secondo padre per Giorgio: ore e ore di fatica in palestra ma anche ore a incantarlo raccontandogli le meraviglie di questo gioco, i suoi segreti, i trucchi.
Una “full immersion”, come avrebbe detto Strong, al punto che, quando Larry partì per altri lidi, il cambio di consegne fu naturale. Giorgio Bongiovanni promosso allenatore-giocatore del Gira, e lo portò al miglior risultato della sua storia: terzo posto nel ’53, dopo i milanesi del Borletti e la Virtus, secondo posto nel ’54 alle spalle del solito Borletti, ma infliggendo ai lombardi l’unica sconfitta del torneo, e clamorosamente davanti ai cugini. Lì qualcosa si ruppe: un dirigente invidioso lo accusò di cattivi rapporti con l’americano Germain, “con cui andavo d’accordissimo – giura ancor oggi – ma ormai la frittata era fatta”. E da Bologna la storia si spostò a Torino, dove vive ormai da settant’anni senza aver mai perso l’inconfondibile accento bolognese.

FACCIAMO PROVVISORIAMENTE un salto in avanti ed ecco perché entro a far parte della storia. E’ il 1960, il basket visto in tv ai Giochi di Roma mi convince che è la mia strada e mi iscrivo nella più vecchia società sportiva d’Italia, la Reale Società Ginnastica. Istruttore tale Bongiovanni Giorgio. Per me, un signor nessuno. Io, quattordicenne, ho negli occhi l’Angelo Biondo Sandro Riminucci e, per simpatia tra occhialuti, Gianfranco Pieri. Però guardando i polpacci di questo Bongiovanni mentre sale dagli spogliatoi alla palestra sono perplesso: come ha fatto ad aver dei muscoli così? Oso chiederglielo e mi si apre un mondo. Lì davanti a me ci sono 50 gettoni in azzurro, la
partecipazione a due Europei, a un’Olimpiade (veramente sarebbe un preolimpico ma era proprio attaccato ai Giochi di Helsinki…), il bronzo ai Giochi del Mediterraneo ’51 e tornei internazionali vari.
“Ah, Riminucci? Sì abbiamo giocato insieme all’Europeo di Mosca ‘53. Peccato che lui si sia infortunato alla prima partita e ne abbia dovute saltare alcune: lo portarono all’ospedale e per un po’ non riuscimmo a sapere dove l’avessero messo… Ma con lui tanti duelli in campionato, in un campo all’aperto nella sua Pesaro: una volta nevicava, avevo i fiocchi negli occhi e non vedevo, così presi un cappellino con la visiera e giocai con quello in testa”.
Ormai ero sbalordito, conquistato e gli affidai idealmente una “mission impossible”: fare di me un campione. D’altra parte il Bongio, come imparai presto a chiamarlo, era abituato alle “mission impossible”, la più brutale alla fine della vita militare, a guerra conclusa. Un incidente a bordo della torpediniera Sagittario coinvolse lui e altri marinai che inalarono del vapore secco, fatale per i polmoni, “ma io avevo trattenuto il fiato il più a lungo possibile. Invece gli ufficiali pensarono che dovessi morire anch’io e mi fecero ricoverare all’ospedale militare di La Spezia. Capivo che attendevano di vedermi tirar le cuoia, ma stavo benissimo e approfittando della libertà che mi davano – poveretto, pensavano, ne ha per poco – scavalcavo una rete e andavo a giocare a basket in un campo lì vicino”, fino a quando anche i medici ammisero il “miracolo” e tornò a casa.
Ah, chiariamo subito: la “mission Impossible” di sopravvivere al vapore secco era nulla rispetto a
quella che gli avevo silenziosamente affibbiato, davvero troppo “impossible” ma ormai ero entrato nel magico mondo del basket. Intanto però mi aveva preso in simpatia e ogni volta gli rubavo un po’ di ricordi dalla sua immensa antologia. Larry Strong? “Un grande personaggio, ti faceva vivere quell’America che un po’ tutti sognavamo. Ce ne parlava coi ricordi da innamorato. Come allenatore batteva sempre sui fondamentali, te li faceva ripetere mille volte e se sbagliavi, punizione, giri di campo di corsa. E ti dava una carica eccezionale: in partita non mollavamo mai”.
La Nazionale? “L’esordio in un torneo in Francia. Passavo da Strong a Van Zandt, altro militare americano diventato c.t., ma ormai ero abituato, sapevo ciò che voleva da me. Piuttosto all’inizio pagai un po’ lo scotto per giocare accanto a Rubini, Stefanini, Primo… tutta gente molto più esperta e famosa di me, ma mi accolsero bene.”.
Gli Europei di Parigi e poi di Mosca? “Parigi era un sogno per tutti, la città delle mille attrattive, figuriamoci per me che stavo imparando a conoscere l’Italia… Quando entrai al palasport, il Velodromo d’Inverno, rimasi a bocca aperta, enorme e bellissimo. Mosca invece era il mistero: a quei tempi, 1953, i rapporti tra Est e Ovest erano difficili, la lingua ostica, la paura di fare qualcosa di vietato ci limitava un po’, per cui non vedemmo molto della città ma è stata una grande esperienza, come del resto i Giochi del Mediterraneo, ad Alessandria d’Egitto, dove conquistammo il bronzo, scoprendo un mondo così diverso dal nostro, i loro mercati così chiassosi e colorati…”.
E quell’Olimpiade svanita all’ultimo momento? “Ma per noi in effetti era già Olimpiade anche se era un torneo di qualificazione, che si concludeva proprio il giorno prima dell’apertura dei Giochi. Perdemmo con Canada e il solito Egitto, che ci aveva già fregato ai Giochi del Mediterraneo, colpa di un italiano, Paratore, che poi divenne il c.t. azzurro, ma ci godemmo dalla tribuna la cerimonia d’apertura, allora meno spettacolare di quelle di oggi ma persino più commovente, dopo tanta guerra. E vedere quel grandissimo atleta di Paavo Nurmi con la fiaccola fu un momento indimenticabile”.
MA LA MIA PIÙ GRANDE CURIOSITÀ era lì, sulla punta della lingua, e arrivò fatalmente: Come mai è venuto – gli davo rispettosamente ancora del lei – a Torino, in una squadra di serie A (la A2 dioggi) lasciando il Gira e l’azzurro? “Problemi con un dirigente e poi l’offerta della Riv: mi garantivano un posto da regista in squadra e anche i permessi per venire a insegnare a voi ragazzi, ma soprattutto un lavoro sicuro, e per mia moglie Franca (Ronchetti, ndr) una maglia del Fiat: ora dobbiamo pensare alla famiglia”.
Già, la famiglia, l’incontro con Franca ai tempi dei raduni delle nazionali, il matrimonio, la nascita della prima dei tre figli, insomma, una vita che cambiava, ma sempre con lo sport a farla da padrone: Cinzia, la primogenita, nuotatrice tricolore di categoria, il figlio Guido azzurro nella Nazionale di calcio a 5, poi Sabrina, cestista e madre di Giorgia Boraldo, tricolore under 19 e sulle orme della celeberrima zia Liliana. Solo in campo non cambiava nulla: il Bongio era leader indiscusso alla Riv, il folletto che faceva ammattire tutti i difensori col suo atletismo e le sue mani magiche ma soprattutto il regista che dosava i palloni per i suoi due tiratori, egoisti come tutti i tiratori, Giorgio Carossa e Roberto Sala, uno a te e uno a lui, per evitare mugugni e polemiche. Ma il Bongio, in quella squadra ricca di ingegneri (in cui passò anche un giovane Guido Gatti), è stato la balia di due pivot di valore: prima Giorgio Pradelli (che sostituì Flaborea a Biella quando Capitan Uncino passò a Varese), poi Alberto Merlati, al quale insegnò a tirare i liberi a due mani da sotto, trasformando le sue drammatiche gite in lunetta in percentuali da record. E per due volte portò la Riv a giocarsi la promozione nel massimo campionato (“Ma dall’alto, per problemi economici, arrivò lo stop”) finché, nel ’66, la società chiuse col basket.

CARRIERA FINITA? MA PER CARITÀ! Alla tenera età di 40 anni grazie al suo fisico da vero atleta e alla sua padronanza tecnica il Bongio aveva solo il problema di scegliere dove andare a spezzare la sua scienza (e, diciamolo, pure a divertirsi a giocare). Qualche prova, Vercelli, Casale, finché il CUS Torino gli spalancò le porte. Anzi, correggiamo, alcuni suoi ex della Riv (il clan degli ingegneri, China, Prenna e Sala) e la sua “mission davvero impossible”, cioè il sottoscritto, fecero carte false per averlo nel doppio ruolo.
Il Bongio un po’ si illuse: credette che fossimo decisi a vincere il campionato di C invece eravamo solo felici di poter dire “Io gioco col Bongio” e fargli raccontare storie già sentite ma sempre affascinanti. Speravamo di contagiarlo nella parte più impegnativa delle nostre serate:
allenamento e poi visita al vicino pub per doping a suon di birre. Il contagio non riuscì ma fu stretto un silenzioso armistizio che comprendeva, nelle trasferte, la frequentazione del miglior ristorante della zona, per festeggiare. O consolarci…
IL SAPERE DEL BONGIO non poteva essere sprecato così. E quando a Torino sponda Auxilium vennero Sandro Gamba e più tardi Dido Guerrieri, il Bongio è stato per entrambi una pedina importantissima come consigliere e custode dei segreti del basket sotto la Mole, oltre che esempio per chi, da Torino, ha spiccato il volo verso successi italiani ed europei, come Caglieris, Sacchetti, Abbio…
Ma quello che più piace di questo grande santone è che non ha mai snobbato chi amava il basket e, pur con grossi limiti, lo aveva praticato. Da anni ci si ritrova, ogni sei mesi, a cena con gli ex cestisti, quelli “veri” (come Bongio, Caglieris e il compianto Merlati) e quelli dei campionati minori (come il sottoscritto) e il Bongio non ha mai dato forfait diventando il centro di gravità della tavola, pronto a rivelare i record della sua vita da autentico campione.
Come quando segnò 8 punti in meno di 2 secondi: “Ancora La Spezia, per me ricordi speciali: DDM (Dopolavoro Dipendenti Marina) contro la mia Riv. Arbitro Sidoli, uno dei top di quegli anni. Segno e arriviamo a -6 con l’orologio che segna -2” e solo per abitudine vado a pressare. Lo spezzino che credeva fosse finita mi spinge via, fallo. Segno i 2 liberi, andiamo a -4. Quello spezzino, furioso, invece di rimettere la palla in gioco, me la tira in faccia: altri liberi e siamo a -2, col cronometro sempre fermo. Ormai non credevo più neppure io che potessero regalarci la palla, torno verso il centrocampo e mi vedo arrivare la sfera, la butto verso il canestro, disperatamente e … ciuff,
parità. Oggi sarebbe stata vittoria, con un tiro da 3 punti, invece fu solo il rinvio del ko. Pubblico
inferocito e nel supplementare neppure Sidoli ebbe il coraggio di darci un fischio a favore.
Ma il record rimane: Bongiovanni, 100 e lode!
Nella prima foto: Giorgio Bongiovanni in maglia Riv. Alla sua sinistra il coach Martinotti, a destra, seminascosto Beppe De Stefano, poi gm dell’Auxilium e della Benetton
Nella seconda foto: Giorgio Bongiovanni con un giovanissimo Riccardo Morandotti
Nella terza foto: Giorgio Bongiovanni abbracciato da Alberto Merlati, scomparso un anno fa. Con loro Tonelli, Giammusso e Nazzi