Siamo agli sgoccioli della prima palla a due della stagione LBA 2024/25. Ai blocchi di partenza, la Virtus Bologna si presenterà con lo scudetto cucito al petto.
Per questo motivo vi riproponiamo una serie di articoli scritti da Maurizio Roveri (grande penna italiana con alle spalle 35 anni di prestigiosa carriera al Corriere dello Sport-Stadio e nostra grande firma) di ricordo di alcuni degli scudetti vissuti.
di Maurizio Roveri
Squadra equilibratissima, la V nera targata Granarolo Felsinea della stagione 1983-84. E soprattutto molto organizzata. Alberto Bucci il suo Profeta. Coach bolognesissimo, nato nel territorio della Bolognina, in via Bigari. Claudicante, segni della poliomielite che lo aveva portato ad una infanzia non semplice. E proprio quei tormenti, quel non poter correre e saltare come gli altri bimbi, avevano rafforzato nel giovane Alberto il coraggio, una forte voglia di reagire. Proprio attraverso lo sport. Non si è mai tirato indietro. Ha saputo incanalare lo spirito agonistico che possedeva. La vita non è tutta rose e fiori. Lui, con sacrificio, costanza, passione e saggezza, la vita se l’è costruita intensa e piena di belle emozioni.
Nell’umile e popoloso quartiere della Bolognina, il campetto dei Salesiani è stata la sua prima palestra di vita e di basket. Alberto, all’età di quindici anni, aveva gli schemi e le zone miste nel sangue. Leggeva i libri di John Wooden e Dean Smith. Sì, un ragazzo impallinato di basket. Diventare coach, il suo sogno. Faceva le prove, immaginava come sarebbe stato. La primissima volta che vidi Alberto Bucci in versione allenatore rimasi dapprima sorpreso, anche perplesso (ammetto) qualche minuto. Per come strillava e si agitava. Ma presto, vedendo con quale organizzazione giocava la sua squadra e come lui la telecomandava, mi resi conto che quel giovane coach aveva qualcosa di speciale “dentro”.
Ecco cosa scrissi, ricordando quell’episodio d’una vita fa, in un articolo su Alberto Bucci (Il Profeta, era il titolo) confezionato immediatamente dopo il decimo scudetto virtussino per il libro “Il Cammino verso la Stella”. Libro voluto da Porelli. E curato da Gianfranco Civolani.
”Lo ricordo urlante d’orgoglio e d’entusiasmo una sera di settembre del ’69, era sulla panchina d’una squadretta di Promozione, si dimenava, si sbracciava, scattava in piedi, gridava, rimproverava, incitava, viveva e soffriva la partita, e la sua partecipazione era così intensa che quella squadra dopolavoristica fu sul punto di sconfiggere l’allora Zuccheri Bologna che si preparava per il campionato di serie D ed aveva ben altre risorse”.
Bucci arriva in serie A con la Fortitudo, assistente di Dido Guerrieri. Le cose non vanno bene. Stagione 1973-74. C’è un pivot americano, Gil McGregor, soprannominato dalla gente “occhio di lince”, perchè la sua vista è decisamente limitata da un occhio. A causa di un infortunio. Bisogna passargli la palla in una certa maniera, altrimenti non la vede… (peccato, perchè tecnicamente sembrava un buon giocatore, aveva giocato 42 partite in NBA). Il buon Dido sceglie di tenerlo. Ma quella scelta gli costerà il posto. I risultati non arrivano e Guerrieri viene esonerato. Opportunità per Bucci. Però la squadra è modesta. E retrocede. Succede così che Bologna, la sua città, manda Alberto in esilio. Rimini, e poi Fabriano. Ed ecco, ancora una volta, il “grande fiuto” dell’Avvocato dei canestri. Porelli chiama Bucci, il bolognese. E gli offre la panchina della Virtus.
Alberto guida una potente auto di F1. La gestisce alla sua maniera. Ed è uno spettacolo di equilibrio e precisione. Brunamonti-Van Breda Kolff-Bonamico-Villalta-Rolle. Il quintetto. E poi “titolari aggiunti” come Domenico Fantin il tiratore che fa saltare in aria le “zone” avversarie (compresa la mitica 1-3-1 di Dan Peterson a Milano), Valenti, Binelli. E anche Lanza e Daniele. Assistente di Bucci è Ettore Messina, scelto e portato a Bologna da Porelli con il ruolo di Responsabile del settore giovanile.
Quel 27 maggio 1984, al Palazzone milanese di San Siro, dalla mia postazione in tribuna stampa (in basso, quasi al confine con il parquet, in linea con il canestro dei due liberi fatali al numero 18 della Simac) vidi molto bene gli ultimi due episodi – quelli decisivi – d’uno “spareggio” intenso, duro, estenuante. I due tiri liberi sbagliati da Renzo Bariviera. Con la Virtus avanti di 1 punto. No, non ci posso credere… “Barabba” che dalla lunetta non ne fa neanche uno. Per un attimo penso d’avere visto male, invece… è proprio così: entrambi i tiri liberi finiti fuori. Può succedere anche ai campioni. Quando si è sotto pressione. Incredibile!
Rimbalzone di Rolle. Fallo della Simac. Per fermare il cronometro a 10” secondi dal termine. Coach Bucci rinuncia a tirare i liberi, sceglie la rimessa laterale. Van Breda Kolff, gran padrone dei nervi, prende posto sulla linea laterale all’altezza della metà campo. E’ l’immagine della lucidità. Davanti a lui si forma una mischia. Brunamonti non è lì, è più indietro, non si fa intrappolare, intuisce quand’è il momento giusto, parte come una scheggia, con uno scatto degno di Carl Lewis (il fenomeno che in quegli anni era il più spettacoloso velocista del mondo sui 100 metri), passa davanti a Van Breda, il cui passaggio al suo playmaker già lanciato è magistrale per precisione e tempismo. Un’azione virtussina vertiginosa. La Simac viene letteralmente sorpresa. E sta a guardare. Brunamonti è solo, in contropiede, e vola. Vola verso il canestro della gloria e della Stella.
Il racconto ci porta negli anni Novanta. Con Alfredo Cazzola presidente e proprietario della V nera, imprenditore determinatissimo e concreto, arrivano i giorni e gli anni del diabolico Predrag Danilovic. In arte Sasha. Il vincente. Il duro. Il killer. Leader e trascinatore della Virtus Kinder. Attaccante inesorabile. Carattere forte, anzi fortissimo. Il serbo che ha dimostrato di non aver paura di niente e di nessuno. Danilovic detto “Il Ragno” per quel ragno velenoso tatuato su un bicipite. Anche se, fra i vari nickname che gli sono stati dati, ho apprezzato in particolare quello più poetico e suggestivo che Lucio Dalla s’inventò come immagine di Sasha: “La rondine con i jeans”.
Danilovic ha già affrontato la vita a musoduro quando a 22 anni con il Partizan vince la Coppa dei Campioni. E incanta l’Europa. E affascina anche il popolo virtussino che vede – fra tormento e… ammirazione – Danilovic, Djordjevic e quel giovane Partizan di Zeljko Obradovic prevalere sulla V nera in una spettacolare, equilibrata, estenuante serie dei quarti di finale. Eh sì. Tutti impressionati dal talento di quel giovane campione serbo dall’1c1 spettacolare (in virtù di un primo passo micidiale), apprezzabile tiro e soprattutto in possesso d’una solidità mentale enorme.
E allora, che fa Cazzola? Nell’estate 1992 comincia una lunga delicata importante trattativa. “Mister Motor Show” lo vuole. Lo vuole fortemente, quel numero 5 serbo. Destinato a diventare la superstella di Bologna. Sasha arriva. E vince tre scudetti di fila. Quelli del 1993, 94 e 95. Il primo con coach Ettore Messina, gli altri due con coach Alberto Bucci. Ha per compagni di squadra Brunamonti, Moretti, Binelli, Carera, Morandotti, Coldebella. Anche Abbio, nella terza stagione. Tre diversi stranieri: Bill Wennington nello scudetto del 1992-93, Russ Schoene (arrivato ad inizio gennaio1994 a rimpiazzare Levingston) nella vincente stagione 1993-94, Joe Binion nel 1994-95 per il terzo scudetto consecutivo.
Poi, per Sasha, inevitabile e comprensibilissima l’avventura americana. Destinazione NBA. La meritava. La meritava, quest’opportunità. Che non è stata esaltante, ma neppure modesta. Due anni. Settantacinque partite in quell’universo del basket più prestigioso, dapprima con Miami Heat nel 1995-96 (12.8 punti di media) e poi con Dalla Mavericks nella stagione 1996-97 raggiungendo i 16.6 punti. Da ricordare due performances da urlo: i 30 punti segnati affrontando i i Phoenix Suns il 9 dicembre 1995, e quel 7 su 7 da tre punti dentro il canestro dei New York Knicks al Madison Square Garden il 3 dicembre 1996.
Danilovic è un uomo, un campione che ha mentalità vincente. Dover giocare in Club non propriamente competitivo assume un senso quasi di insoddisfazione.
E allora, Sasha torna a Bologna. La Virtus lo aspetta a braccia aperte. Lui si ripropone da leader, da stella. Cuore virtussino sotto la pelle. Appare ancor più maturo. Afferra con tempismo i momenti decisivi delle partite, quando c’è da colpire duro in maniera inesorabile. Come quel “canestro da 4 punti” entrato nella storia. Tiro e “paniere” da 3 (con la Virtus sotto di 4 lunghezze) + fallo subìto e tiro libero realizzato. Clamoroso. Parità a 18” dal termine. In quel tardo pomeriggio “folle” del 31 maggio 1998. Nella decisiva sfida per lo scudetto. Nel derby bolognese. La Fortitudo e il suo popolo, che stavano assaporando le emozioni del primo scudetto lì ad un passo, a pochi secondi dalla gloria, si sentirono paurosamente beffati. Nel tempo supplementare non c’era l’energia mentale per reagire alla “pugnalata” del Ragno.
In quel ’98 la Virtus di coach Ettore Messina conquistò anche l’Europa. L’Eurolega della FIBA. Al Palau San Jordi di Barcellona. Ancora Danilovic, ancora Zoran Savic, ancora Antoine Rigaudeau, ancora Ricky Morandotti. E Rascio Nesterovic. E Binelli, Frosini, Abbio, Crippa, Ravaglia.
Tre anni più tardi, il 2001. L’anno della Virtus più forte. Con un potenziale enorme. Marco Madrigali ha preso il timone del Club bianconero. E’ appassionato di basket e della V nera. Entra con forte ambizione. Concede a coach Messina di scegliere i migliori giocatori disponibili. Lo sponsor – importante – è ancora la Kinder. Il cast dei giocatori è strepitoso. Manu Ginobili, dalla sua posizione di “ala piccola”, fa letteralmente la differenza. Con un talento naturale che illumina e folgora e un esaltante atletismo. Antoine Rigaudeau, con la sua intelligenza e massima visione di gioco, è l’uomo degli equilibri. E’ lui il “regista occulto”. Marko Jaric, playmaker di due metri, porta palla e valere la sua fisicità, i suoi due metri, il suo ritmo, la sua sfrontatezza. Al centro delle aree, in attacco e in difesa, il troneggiante Rashard Griffith. Dominante nella sua prima stagione virtussina. Spalleggiato da Frosini. Smodis e David Andersen si alternano efficacemente nel ruolo di power forward. Abbio si propone al meglio e risulta più volte decisivo.
Quella V nera trionfa nel campionato italiano, si esalta in Euroleague e vince la Coppa Italia. Coach Messina la guida in maniera magistrale. E’ una stagione memorabile. Sotto un certo aspetto prevedibile, considerando il potenziale di squadra. Una Virtus nella storia, per essere tuttora (dopo 24 anni) l’ultima squadra italiana ad aver vinto l’Euroleague.
I problemi della CTO, l’azienda importante di Madrigali, si avvertono nelle stagioni dei canestri. E arriveranno giorni complicati per la Virtus. L’intervento provvidenziale del Gruppo Sabatini, a rilevare la Società, evitò il fallimento della mitica V nera del basket. Che ebbe la possibilità di ripartire dalla A2. E di risalire.
Gli ultimi scudetti sono quelli di Massimo Zanetti e della Segafredo. 2021 e 2025.
Hanno due aspetti in comune. 1) Una guida di scuola slava. Sasha Djordjevic nella stagione 2020-2021 (sì, quella del clamoroso 4-0 che i bianconeri inflissero all’Olimpia Milano nella serie finale) e Dusko Ivanovic nella stagione che si è conclusa il 17 giugno con il capolavoro del coach montenegrino e dei suoi giocatori. 2) Il doppio playmaker. L’inserimento di Brandon Taylor , piccolo geniale regista, alla vigilia dei playoff è stato importantissimo. Il suo graduale inserimento, unito alla gestione tattica del coach, ha permesso alla squadra bianconera di poter raggiungere un equilibrio e una fluidità che prima – in tutto il resto della stagione – avevamo visto in maniera incostante. La possibilità di formare e diversificare più coppie di playmaker in campo, e anche lo spostamento di Cordinier in “ala” al posto dell’infortunato Clyburn, hanno migliorato tantissimo gli automatismi e la compattezza del gruppo. Ha preso efficacia il pick and roll nei meccanismi offensivi. Ed è cresciuta con regolarità l’intensità difensiva. Ebbene, in questi equilibri di squadra Toko Shengelia, il leader, il guerriero, il grande cuore della V nera, ha potuto esprimere il massimo della sua pallacanestro e della sua generosità.
Il doppio play. Appunto come nello scudetto 2021. Quando la V nera di Djordjevic proponeva due straordinari “cervelli” di scuola serba. Stefan Markovic, detto Pefi, immagine di concretezza, controllo, astuzia, visione di gioco. Milos Teodosic, l’Artista dalle mani magiche, l’imprevedibile e spettacolare creatore di assist, il fabbricatore di perle. Il fuoriclasse che mi ha emozionato in maniera particolare. Perché la Pallacanestro è anche Arte e Fantasia.
Nell’immagine Manu Ginobili e Marco Jaric