La serata contro il Dubai potrebbe rappresentare uno spartiacque nella stagione di Luca Vildoza. Non solo per la giocata decisiva — la tripla a 27 secondi dalla fine — né per la rubata a Filip Petrusev che ha chiuso il match. Ma per come l’argentino è riuscito a trasformare una partita nata male in una prova di spessore, leadership e identità. Esattamente ciò che la Virtus Bologna stava aspettando.
La sua gara era iniziata in salita, quasi come un film storto. Approccio timido, poche iniziative, un antisportivo su Kamenjas che aveva acceso il suo nervosismo, seguito dall’episodio della scavigliata provocata dal piede di Wright IV sotto il suo atterraggio su un tiro da tre. Una giocata rischiosa, che lo ha costretto a uscire per alcuni minuti, lasciando sospesa la sensazione di una serata destinata a scivolare via tra errori, stizza e sfortuna.
Invece, al rientro, è cambiato tutto. Vildoza è tornato sul parquet con un’intensità diversa: più aggressivo, più presente mentalmente, più disposto a caricarsi addosso responsabilità e ritmo della squadra. Ha iniziato a difendere con altro piglio, a mettere pressione sulla palla, a creare connessioni nei momenti in cui l’attacco faticava a trovare soluzioni pulite. Il suo linguaggio del corpo è mutato, e con esso quello della Virtus.
Il finale è stato la sintesi perfetta di questa metamorfosi. La tripla del sorpasso, presa con coraggio e lucidità, è il gesto tecnico. Ma è la rubata su Petrusev, pochi secondi dopo, la giocata che spiega chi è Vildoza quando sente il fuoco dentro: un istinto da closer, una lettura fulminea, una fame agonistica che si manifesta nei momenti più pesanti. Un’azione che appartiene soltanto ai giocatori che vivono per essere decisivi.
Per la Virtus, questa prestazione ha un peso enorme. La squadra di Dusko Ivanovic sa di aver bisogno di un Vildoza così: dinamico, emotivo, tecnico, capace di accendersi e accendere. Un giocatore con il talento per cambiare l’inerzia di una partita e l’esperienza per non farsi schiacciare dalle difficoltà. Le V Nere stanno costruendo il loro percorso in Eurolega su una base fatta di collettivo, rotazioni intelligenti e difesa, ma per fare il salto di qualità serve qualcuno che sappia prendersi la scena nei momenti in cui la gara si complica.
La partita contro Dubai va letta in questa chiave: non solo come un episodio, ma come un segnale. Vildoza sta crescendo, sta trovando continuità fisica e centralità tecnica. Sta imparando i tempi e i pesi della squadra, sta assumendo il tono emotivo che la Virtus gli chiede, sta diventando un giocatore a cui guardare quando il pallone scotta. È una crescita che si percepisce da qualche settimana, ma che questa partita ha certificato con una chiarezza nuova.
A questo si aggiunge un ulteriore elemento: Vildoza è stato, dopo Carsen Edwards, il colpo di mercato più importante della sessione estiva virtussina, un investimento tecnico e di leadership che la società ha scelto con convinzione. E soprattutto è stato fortemente voluto da Dusko Ivanovic, che lo aveva già avuto come suo giocatore di riferimento sia al Baskonia che alla Stella Rossa, costruendoci attorno parte del proprio sistema tecnico. Come tale, è chiamato a dimostrare il proprio valore. E dopo un avvio di stagione zoppicante — complice anche il minutaggio ridotto degli ultimi due anni tra Panathinaikos e Olympiacos — l’argentino sta finalmente trovando la quadra, partita dopo partita, minuto dopo minuto, inserendosi nel sistema e assumendo un ruolo sempre più centrale.
In una stagione in cui ogni dettaglio pesa, Bologna ha trovato qualcosa che cercava da tempo: un Vildoza protagonista, presente, decisivo. Un Vildoza finalmente suo.
Eugenio Petrillo
Nell’immagine Luca Vildoza, foto Ciamillo-Castoria