EDITORIALE
Non è per niente facile l’impegno degli azzurri, domani alla nostra alba. È il primo confronto ufficiale con la Nigeria, arriva nel momento meno indicato: è decisivo per il cammino futuro di entrambe le squadre, l’avversaria non è più la rappresentante di un terzo mondo cestistico come è stata almeno fino a cinque anni fa, orgogliosa cenerentola in mondiali e olimpiadi, ma una squadra che per nove-dodicesimi è composta da atleti nati e cresciuti negli Usa e che per otto-dodicesimi gioca nella Nba, se pure questo può ancora essere considerato un certificato di qualità. In più ad allenarla da un anno e mezzo c’è Mike Brown, da vent’anni sulle panchine più prestigiose della superlega, da cinque stagioni assistant coach ai Warriors di Steve Kerr che è qui a Tokyo tra i vice di Popovich che, a sua volta, ebbe Mike tra i suoi vice a San Antonio tra il 2000 e il 2003. Un intreccio curioso, senza trascurare il fatto che Kerr e Brown debbono indubbiamente aver influito parecchio sulla crescita di Nico Mannion, con Fontecchio la sorpresa più positiva di questo primo scorcio olimpico azzurro.
Dopo essere andati a sbattere contro i colossi australiani, rendendogli comunque la vita assai dura fino all’ultimo, rimpiangendo quei due o tre errori in attacco di sufficienza o di eccessiva sicurezza che hanno favorito il controbreak australiano (12-0) probabilmente decisivo dopo che Mannion aveva portato l’Italia avanti di sei (52-46), s’è trattato di tornare con i piedi per terra, prendendo atto dei propri limiti (quanto rinunciamo in altezza e in peso ai nostri avversari) e cercando di remunerare al meglio quelle che sono le nostre caratteristiche: gestione collettiva del gioco, aggressività difensiva, buona disponibilità al tiro con almeno cinque giocatori che hanno parecchi punti nelle mani: Fontecchio, Mannion, Gallinari, Tonut e Polonara, con questi ultimi tre attesi davvero domani ad una prova che ne riscatti la prestazione incerta contro Mills e compagni.
È un dato di fatto che almeno da quindici anni, finita l’epoca gloriosa di Chiacig e Marconato e di quella generazione che ci ha portato un argento olimpico e un oro, un argento e un bronzo europei tra il 1997 e il 2004, l’Italia non ha più avuto lunghi di spessore internazionale, in un basket che ha visto crescere continuamente la stazza sotto e intorno al canestro. Peso e centimetri: nel ruolo – peraltro spesso occupato (da Bargnani allo stesso Melli) da giocatori adattati per necessità – paghiamo uno scotto pesante. Lo abbiamo visto con l’Australia, ma era più che prevedibile. Non così la difficoltà a presidiare il nostro canestro concedendo troppi rimbalzi offensivi e troppi secondi tiri.
Ora, la partita con l’Australia è stata analizzata a fondo, e sappiamo che contro la Nigeria domattina ci troveremo di fronte ad analoghe condizioni oggettive vista la sua fisicità, appena attenuate dalla relativa inesperienza dei nigeriani ad eventi di questo livello. Servirà attenzione, servirà ritrovare subito quella determinazione espressa nel recupero contro la Germania e, per lunghi tratti, rivista anche nel secondo match. Servirà comprendere che una vittoria è semplicemente indispensabile per dare credito e ulteriore valore a quanto fatto finora, senza sottovalutare l’avversaria, ma avendo ben presente il prestigio e la tradizione della nostra pallacanestro, soprattutto olimpica: due elementi che non fanno punti, ma che aiutano ad accrescere la fiducia nelle proprie possibilità.
Una vittoria ci darà i quarti di finale, e se la Germania – che gioca dopo di noi, e questo non ci favorisce – batte l’Australia, perfino la possibilità del primo posto nel girone: un’occasione da non sprecare se vogliamo che il soggiorno a Tokyo si prolunghi consentendoci di alzare di almeno un livello il nostro obiettivo in un’Olimpiade che, varcando la metà del programma, sta premiando lo sport italiano in maniera inferiore al previsto. Dagli sport di squadra potrebbe venire una bella spinta d’entusiasmo per concludere in maniera più soddisfacente i Giochi Olimpici più strani di sempre.