Settanta mila persone assiepate nel centro della capitale ad osannare l’intero roster della nazionale di ritorno dalla competizione, col miglior giocatore salutato come MVP, e dei festeggiamenti durati tutta la notte. Non stiamo parlando delle celebrazioni della vittoria agli Europei della Spagna, bensì dell’accoglienza che, in Serbia, è stata riservata alla nazionale di basket vincitrice di una medaglia di bronzo (qui un link all’intera nottata di festeggiamenti).
Di bronzo, avete letto bene. Non parliamo d’oro, e soprattutto non parliamo di calcio, ma di basket. Una vera e propria religione, in Serbia, paese che con la dimostrazione di affetto messa in scena ieri notte ha dato prova, ancora una volta, di essere quel posto in Europa nel quale, più di tutti, si vive, respira e coltiva la pallacanestro.
Certo, festeggiare con cotanta passione un terzo posto raggiunto dopo avere perso in semifinale nelle ultime battute di gioco contro le stelle NBA degli Stati Uniti, venuti a Parigi col preciso intento di vincere tutto, per poi sconfiggere i campioni del mondo in carica della Germania nella ‘finalina’, non è del tutto strano. Ma, parlandoci chiaro, il bronzo è bronzo, e l’oro è ben altra cosa.
La querelle politica sull’arbitraggio
Che la cultura cestitica in Serbia sia ben viva lo hanno dimostrato, del resto, anche le critiche che il premier Aleksander Vučić ha pubblicamente mosso in merito all’arbitraggio della semifinale che, secondo il capo del governo, avrebbero spianato agli USA la strada della finale.
La politica dovrebbe stare sempre fuori dallo sport, soprattutto se ad essere toccate sono corde ancora tese, come la considerazione non propriamente positiva che il popolo serbo ha degli USA dopo le vicende del secolo scorso. Tuttavia, tutto il mondo è paese, ed in Serbia, se si vuole creare del consenso politico, a soffiare sul basket si va sul sicuro.
Del resto, in Italia, tempo fa, avevamo le entrate a gamba tesa di Silvio Berlusconi su Dino Zoff dopo gli europei del 2000, oltre alla ben più subliminale cravatta viola di Matteo Renzi al dibattito delle primarie del centrosinistra del 2013. Ma di calcio si trattava, non di basket come in Serbia.
Una culla del basket europeo
Per comprendere le ragioni della così tanto ben radicata cultura cestistica in Serbia occorre risalire alle origini della pallacanestro Jugoslava ed europea. Due dei quattro padri della Scuola di Allenatori di Jugoslavia, un movimento che ha creato una serie di allenatori molti dei quali ancora in carica, tra cui Željko Obradović, Duško Ivanović e Neven Spahija, sono infatti serbi.
Il professor Aleksander ‘Aza’ Nikolić, considerato il padre in assoluto della pallacanestro europea, visto in Italia a Varese e Bologna sponda sia Fortitudo che Virtus, è stato l’ideatore di un basket controllato, evoluto poi in una pallacanestro fortemente difensiva e ragionata, preso a modello prima da Boža Maljković alla Jugoplastika di Spalato e al Limoges, laureandosi per tre volte campione d’Europa, poi dalla maggior parte degli allenatori di formazione jugoslava.
Ranko Žeravica, da parte sua, è colui che ha concepito, promosso e sviluppato un basket di velocità, offensivo, nel quale il contropiede, oggi diremmo ‘la transizione’, è elemento chiave per creare situazioni di vantaggio. Uno stile, quello di Žeravica, preso a modello da altri allenatori della scuola jugoslava, tra i quali Pero Skansi, visto in Italia tra Benetton Treviso, Fortitudo Bologna e Pesaro.
Il monito di coach Pešić
Oltre alla storia, a caratterizzare la solida cultura cestitica della Serbia è anche una notevole capacità di fare autocritica, come dimostrato da coach Svetislav Pešić, un altro membro della Scuola di Allenatori di Jugoslavia, che ha condotto la nazionale serba al bronzo di Parigi.
Come riportato alla televisione nazionale a poche ore dai festeggiamenti in pompa magna, Pešić, già visto in Italia alla Virtus Roma, ha sottolineato come, al netto del terzo posto alle Olimpiadi, la Serbia abbia molto su cui lavorare per restare al vertice della pallacanestro europea.
“Non importa se la nazionale ha vinto una medaglia: abbiamo grossi problemi e dobbiamo ammetterlo” ha dichiarato Pešić. “Vogliamo creare un forte sistema cestistico europeo, ma quando viaggiamo vediamo che esso è già stato superato. Occorre, dunque, agire con urgenza, a partite dalla Federabasket serba e dai nostri principali club: Partizan e Crvena Zvezda”.
Matteo Cazzulani
Nella foto: la nazionale serba impegnata nei festeggiamenti della medaglia di bronzo a Parigi