12.000 richieste.

Dodicimila, per rendere più chiara la dimensione di ciò di cui si sta parlando.

Napoli riscopre il basket, o meglio, ricomincia a credere nel basket.

È facile parlare di esplosione di una passione, molto meno rendersi conto che questa non è mai davvero sparita da una città che era abituata a passare dallo stadio al palazzetto nello stesso pomeriggio.

Una città che qualcuno ha provato a definire monotematica e unicamente dedita al calcio ma che, in realtà, la palla a spicchi l’ha sempre amata.

Per chi è avvezzo alla storia della pallacanestro napoletana l’esplosione delle richieste di biglietti per il Fruit Village Arena PalaBarbuto non sono una sorpresa ma una notizia che, da tempo, si sperava di poter tornare a raccontare.

L’esagerato numero di richieste rispetto alla capienza dell’impianto di Viale Giochi del Mediterraneo ha un significato ben chiaro: forse, finalmente, quel muro di granitico scetticismo che si è costruito in 8 anni e 6 fallimenti sta venendo finalmente scalfito dalla serietà e dalla perseveranza di un club che può aver commesso errori sul lato tecnico, raccattando due salvezze con l’acqua alla gola, ma che ha trasformato la Napoli dei canestri da repubblica delle banane a oasi dove gli atleti possono concentrarsi unicamente sul fare bene il proprio lavoro in campo.

Perché questa, prima ancora di quelle sul campo, è la principale vittoria di chi ha dovuto caricare il peso di una reputazione sporcata da altri e ripulita con tanto olio di gomito e superando gli ostacoli che l’ambiente esterno ha posto sul cammino; un esempio di questi ultimi sono le restrizioni covid che hanno impedito di capitalizzare la trionfale stagione 2020/21 culminata con la promozione.
L’entusiasmo di oggi è figlio dei risultati visti come culmine di un processo di ricostruzione, oggi la GeVi Napoli è una realtà riconosciuta di cui cominciano a fidarsi anche coloro che, scottati dal passato, avevano tentennato per paura di vedersi spezzare nuovamente il cuore.
Non c’è da sorprendersi, quindi, che esistano questi numeri.

C’è da rallegrarsi per un lavoro che, finalmente, vede i primi risultati dei propri sforzi, per la tenacia di recuperare una grande piazza storica che era stata vilipesa così tante volte da aver paura di fidarsi ancora.
Ora mancherebbe solo un passo, dare a questa piazza l’impianto che merita. Qui, però, le prospettive non sono all’altezza del club che ha riportato il grande basket all’ombra del Vesuvio.
Le amministrazioni comunali succedutesi hanno clamorosamente fallito, accavallato progetti, fatto grandi proclami, tuttavia le rovine del Mario Argento restano lì, con tanto di parcheggio comunale ad occupare lo spazio dove sorgeva una delle curve e spesso lasciato chiuso in occasione delle partite ma aperto per i concerti del PalaPartenope che sorge di fronte. Tra l’altro, il parcheggio è chiamato proprio come il vecchio palasport. Oltre il danno, la beffa…

L’ultima idea dell’attuale amministrazione sarebbe un palazzetto ex novo da costruire a Bagnoli, il motivo sarebbero i costi elevati per la demolizione dello storico impianto. C’è da chiedersi se, quindi, l’idea sarebbe di lasciare quella zona in degrado, tra parcheggio e isola ecologica, o se, prima o poi, quella spesa andrà sostenuta lo stesso.

Che sia Mario Argento o altro, però, Napoli, club e città, ha bisogno di un palasport e non di una tensostruttura provvisoria come quella attuale.

La GeVi ha risvegliato una passione che covava sotto una fitta coltre di cenere, ora sta alla politica – quella vera e non quella delle parole vuote – darle una casa che nemmeno la Carpisa di Maione è riuscita a ottenere.

Foto di Ciamillo Castoria