30 agosto 2026, Almaty, Kazakistan. La Palestina ha appena battuto le Maldive 168-78 nell’ultima gara della prima fase di qualificazione alla FIBA Asia Cup 2029, stabilendo il nuovo primato di punti realizzati da una Nazionale maggiore maschile in una competizione FIBA. Il +90 rappresenta inoltre il margine più ampio mai registrato nelle qualificazioni alla Asia Cup, mentre i 246 punti complessivi costituiscono un altro record della competizione. Insomma, una partita da record in tutto e per tutto.
Ma per capire come si sia arrivati a quella sera di Almaty bisogna fare un passo indietro. Più precisamente, tornare all’inizio del raduno della Nazionale palestinese.
Il ritiro in Turchia
La Nazionale ha base a Ramallah, nella Cisgiordania occupata, ma i suoi giocatori sono sparsi tra la Cisgiordania e la diaspora. Una frammentazione che rende estremamente complicato riunire tutto il gruppo in territorio palestinese: alcuni giocatori che vivono all’estero non possono entrare, mentre per chi si trova in Cisgiordania raggiungere Ramallah può significare affrontare numerosi checkpoint, controlli e lunghe attese.
È anche per questo che, in vista dei Pre-Qualifiers alla FIBA Asia Cup 2029, la Palestina ha scelto Istanbul come punto di ritrovo. Il Ministero turco della Gioventù e dello Sport, attraverso la Direzione provinciale di Istanbul, ha ospitato il raduno e messo a disposizione della Nazionale le strutture per allenarsi.
A raccontare la frammentazione della squadra è Elias Marei, ala grande tedesco-palestinese della Nazionale, intervistato dalla televisione turca TRT World: «Alcuni dei nostri giocatori provengono dall’Europa, dall’America e dal Vietnam, mentre altri vengono dalla Cisgiordania. Quattro anni fa avevamo giocatori provenienti da Gaza, ma ora non è più così».
Ramzi Qumsieh, playmaker della Nazionale, è invece uno dei giocatori provenienti dalla Cisgiordania e racconta le difficoltà affrontate per raggiungere il ritiro: «Il nostro viaggio è stato difficile. Prima passiamo attraverso il confine palestinese, poi quello israeliano e infine la Giordania. Dalla Giordania prendiamo un volo per la Turchia. Non possiamo viaggiare direttamente dalla Palestina a causa dei confini».
Il coach Harry Savaya spiega come alcuni giocatori abbiano impiegato più di 12 ore soltanto per raggiungere la Giordania, prima ancora di poter prendere il volo per la Turchia. «I miei giocatori sono arrivati da ogni parte, compresi i territori occupati. Viaggiare fin qui è stato molto difficile e hanno affrontato molti problemi lungo il tragitto verso la Giordania», ha raccontato a TRT World.
Ma le difficoltà non riguardano soltanto i viaggi internazionali. Prima del ritiro in Turchia, soltanto sette giocatori erano riusciti ad allenarsi insieme. Per alcuni raggiungere un allenamento può richiedere quattro o cinque ore, mentre spostamenti tra città della Cisgiordania che normalmente richiederebbero circa un’ora possono arrivare a durarne otto a causa dei checkpoint e delle chiusure stradali. Alcuni giocatori sono così costretti a lasciare temporaneamente lavoro e famiglia e a rimanere a Ramallah per un’intera settimana semplicemente per potersi allenare con la Nazionale.
Da queste difficoltà nasce il raduno in Turchia in vista delle partite FIBA, una delle prime vere occasioni per la Nazionale di riunire gran parte del gruppo nello stesso luogo. Visto il poco tempo a disposizione, lo staff guidato da Harry Savaya ha sottoposto i giocatori a giornate con fino a sei ore di allenamento, cercando di recuperare il tempo perso e costruire rapidamente la giusta chimica tra i membri della squadra.
Nonostante il raduno di Istanbul abbia permesso alla Palestina di riunire gran parte del gruppo, non tutti sono riusciti a raggiungere la Turchia. Secondo quanto riportato da Palestinian News Network, Ryan Ryan e Ibrahim Abu Rahal sono stati impossibilitati a raggiungere i compagni durante la preparazione.
Una maglia che pesa più della palla
Per molti dei giocatori, però, indossare quella maglia assume un significato che va inevitabilmente oltre il basket. Ramzi Qumsieh definisce i componenti della Nazionale degli «ambasciatori sportivi», chiamati a rappresentare non soltanto chi vive nei territori palestinesi, ma anche chi è stato costretto a lasciarli.
«Rappresentiamo la Palestina. Rappresentiamo la nostra gente a Gaza, tutti quelli che si trovano all’interno del Paese e tutti quelli che sono stati costretti ad andarsene», ha raccontato a TRT World. «Siamo la voce di ogni bambino che vuole giocare a basket e di ogni bambina che vuole giocare a basket».
Un concetto condiviso anche da Elias Marei. Il 24enne tedesco-palestinese, professionista nella ProB tedesca, vede nella pallacanestro uno strumento attraverso il quale mostrare al mondo un’immagine della Palestina che non sia legata esclusivamente alla guerra e al conflitto.
Marei rifiuta però l’etichetta di eroe attribuita ai giocatori: «I veri combattenti e i veri eroi non siamo noi. Sono i palestinesi che vivono in Cisgiordania, a Gaza, nei territori occupati. Noi siamo privilegiati semplicemente perché possiamo giocare a basket e rappresentare la Palestina»
E poi, finalmente, il basket
Da Istanbul la Nazionale è poi partita alla volta di Almaty. Ed è qui che una squadra costretta fino a pochi giorni prima a condensare la propria preparazione in poche settimane ha iniziato a parlare attraverso i risultati.
110-69 contro il Kirghizistan.
121-63 contro lo Sri Lanka.
80-67 contro il Kazakistan padrone di casa.
Tre vittorie consecutive che avevano già garantito alla Palestina l’accesso alla fase successiva delle qualificazioni prima ancora dell’ultima gara contro le Maldive.
E quella contro il Kazakistan, probabilmente, è stata anche la dimostrazione più significativa dal punto di vista strettamente cestistico: non una vittoria arrivata contro una selezione nettamente inferiore, ma un successo per 80-67 contro la Nazionale di casa.
Il basket palestinese, del resto, non nasce con questa finestra di qualificazione. Nel 2015 la Palestina partecipò per la prima volta alla FIBA Asia Championship e all’esordio riuscì immediatamente a sorprendere le Filippine, finaliste della precedente edizione e reduci dal Mondiale del 2014, vincendo 75-73 dopo essere stata sotto anche di 16 punti. Quella squadra avrebbe poi chiuso la competizione al decimo posto, con Sani Sakakini miglior realizzatore e miglior rimbalzista dell’intero torneo.
Undici anni dopo, però, il contesto attorno alla Nazionale è profondamente diverso.
Ed è così che si torna al punto da cui siamo partiti.
30 agosto 2026, Almaty.
Palestina-Maldive finisce 168-78.
Quelli che poche settimane prima faticavano persino a ritrovarsi nello stesso luogo hanno appena concluso il primo turno con quattro vittorie in quattro partite, segnando complessivamente 479 punti.
Il 168 rimane un record, ma dopo aver ricostruito il percorso di questa Nazionale rischia quasi di diventare soltanto un numero.
Perché dietro quella cifra ci sono giocatori arrivati a Istanbul attraversando checkpoint e frontiere, altri che non sono riusciti ad arrivarci affatto, famiglie lasciate temporaneamente per potersi allenare, sei ore di lavoro al giorno e storie personali che con il basket hanno inevitabilmente finito per intrecciarsi.
Poi, per qualche settimana, tutti quei percorsi si sono incontrati sullo stesso parquet.
Con la stessa maglia.
«Siamo ancora in piedi», ha detto Mohammed Abu Shamsiya a TRT World.
«E continueremo».
Di Flavio Tarabù
In foto: La nazionale Palestinese | Fonte FIBA