EDITORIALE
Addio Tokyo, arrivederci a Parigi. Tra tre anni: mai l’attesa tra due edizioni dei Giochi sarà stata così breve, ma del resto mai era stato così lungo l’intervallo tra l’Olimpiade del Brasile e quella del Giappone. Di mezzo una pandemia che ha sconvolto il mondo e, in qualche maniera, anche il piccolo cosmo dello sport. Dovevamo esserci abituati – anche se l’Europeo di calcio ci aveva riportato davanti agli occhi per qualche settimana il consueto spettacolo di stadi più o meno occupati dai tifosi – eppure gli spalti vuoti nelle piscine o nei Palazzi ci hanno colpito forse più di quello che avveniva in acqua, in campo, in pista, sulle pedane o sui parquet. Un’Olimpiade chiusa in un’enorme bolla, perforata solo dagli occhi delle telecamere che ne hanno portato le immagini nelle case di miliardi di persone. Misure di sicurezza eccezionali che non hanno tenuto fuori il virus, ma ne hanno limitato al massimo il contagio, soprattutto tra gli atleti.
Però un’Olimpiade bella, con tante storie al limite della leggenda e forse anche della favola, con personaggi illustri (per noi Pellegrini e Montano, tanto per fare due nomi) che avevano programmato l’addio un anno fa e che hanno dovuto allungare la carriera di altri dodici mesi. Aldo ha salutato con l’ennesima medaglia, Federica entrando per la quinta volta consecutiva nella finale dei 200 sl, impresa mai riuscita prima ad una donna, ed entrando anche nel Cio, eletta in rappresentanza degli atleti, un riconoscimento che continuerà a tenerla legata, e ai massimi livelli, allo sport, a cui deve molto.
Il bottino dell’Italia è ragguardevole, 40 medaglie, quattro in più di Los Angeles ’32 e di Roma ’60 che finora rappresentavano il top, ma si ferma al decimo posto, con 10 ori, ma con uno o due argenti in meno rispetto a Olanda, Germania e Francia, anche se il conto totale dei podi ci vede prevalere. In un raccolto mai così proficuo, troviamo però anche il modo di recriminare perché qualcuna delle nostre miniere solitamente generose, sono state stavolta meno produttive: scherma, tiro, lo stesso ciclismo ci avevano abituato a qualcosa di più, in particolar modo la scherma dove il fioretto non ci ha regalato, dopo quarant’anni, nessun oro.
Eppure la spedizione azzurra, mai così numerosa e presente praticamente in tutte le discipline, si è conclusa in maniera molto più ricca del previsto, soprattutto perché le 40 medaglie sono venute da ben 19 discipline (di sedici federazioni sportive): segno di una salute complessiva che le manovre politiche degli ultimi anni, compiute per fini elettorali o da parte di chi candidamente confessava di non sapere nulla di sport pur essendone stato messo a capo, fortunatamente non hanno intaccato in maniera grave. Meglio, complessivamente, di Francia e Germania dopo parecchi anni; alle spalle di colossi come Stati Uniti (che proprio in extremis si sono presi la testa del medagliere con l’oro del basket femminile, scavalcando la Cina: 39 a 38), la Cina e la Russia, del Giappone che come ogni Paese ospitante ha dato il meglio di sé e di due Paesi, come la Gran Bretagna e l’Australia, di grande cultura sportiva.
Dobbiamo dire grazie soprattutto all’atletica leggera e a quelle cinque medaglie d’oro che valgono da sole l’intera avventura olimpica, senza per questo sottrarre alcun merito ai grandi risultati ottenuti dai nostri campioni delle altre discipline, ma per l’evidente eco mediatica che solo la “regina” degli sport può produrre e in particolare la velocità, terreno di caccia che era stato di Carl Lewis e di Usain Bolt, degli Usa e della Giamaica, e che dal 1° agosto è di Marcell Jacobs, nato per caso in Texas, ma italianissimo di Desenzano sul Garda, e dell’Italia. Che ancora una volta è finita davanti agli inglesi: quel centesimo in meno di Tortu come l’ultimo rigore parato da Donnarumma, per la rabbia dei britannici costretti a mangiar polvere e, con gli americani, a spargere insinuazioni di bassa lega.
Jacobs è volato sui 100 dieci minuti dopo che Gimbo Tamberi era volato in aria fino a 2,37. Poi sono venuti gli ori della marcia di Stano e della Palmisano e quello della 4×100, inevitabile a quel punto…, che, unendosi all’oro di Busà nel karate, sempre venerdì scorso, hanno reso esaltante il bilancio azzurro che altrimenti sarebbe stato del tutto insoddisfacente.
Tamberi è un ottimo giocatore di basket, habitué dei Giardini a Bologna, compagno di sfide sotto canestro di Paltrinieri, entrambi sodali di Gigi Datome in attività benefiche. Marcell Jacobs si tiene in allenamento anche con la pallacanestro nella palestra del Basket Roma, e questo porta inevitabilmente a dare uno sguardo a quello che è successo nel basket. Oro maschile e femminile agli Usa, argento maschile alla Francia come vent’anni fa a Sydney, e al Giappone, e questa sì che è una grande sorpresa, bronzo rispettivamente ad Australia e Francia che ha battuto la Serbia campione d’Europa.
Anche qui una buona notizia, perché il quinto posto conclusivo dell’Italia – identico, guarda caso, al piazzamento ottenuto dalla squadra di Paratore nel 1964 ancora a Tokyo – ci consentirà, unito al perfetto preolimpico disputato, un bel passo avanti nel ranking mondiale. In fondo, siamo usciti perdendo di misura con le squadre che hanno vinto argento e bronzo olimpico. Con la Francia abbiamo giocato alla pari per 39’ maturando il -9 solo negli ultimi secondi quando c’era da provare il tutto per tutto. Così come con l’Australia, e qui il rammarico è più forte perché con il Gallinari dell’ultima partita avremmo potuto puntare ad un risultato clamoroso.
Ci troviamo in classifica incastonati tra una Slovenia (e Doncic) arrabbiatissima per lo stop con la Francia in semifinale e una Spagna che probabilmente è arrivata all’ultimo atto della splendida avventura – iniziata quindici anni fa vincendo il titolo mondiale proprio su questo stesso campo di Saitama – di una generazione eccezionale e di don Sergio Scariolo alla sua guida. Un declino nascosto dalla World Cup del 2019, ma inevitabile. Scariolo ha voluto regalare l’ultima ribalta ai suoi campioni: Pau Gasol, 41 anni, Rudy Fernandez e Marc Gasol 36, Sergio Rodriguez 35, Llull 34, Claver 33, Rubio 31. Grandissimi personaggi, ma la Spagna, due argenti e un bronzo nelle precedenti tre edizioni dei Giochi, dovrà cominciare a programmare rinnovando il suo futuro, anche in campo femminile dove, argento a Rio de Janeiro, non è ugualmente andata oltre il sesto posto.
L’Italia ne esce con un quinto posto nel torneo maschile e con un sesto posto nel 3×3, che deve considerare come punti di partenza. Le medaglie – almeno una al giorno – delle altre discipline hanno distratto l’attenzione dal suo percorso. Il cammino della pallavolo, partito con grandi aspirazioni ma ugualmente interrotto per uomini e donne ai quarti di finale, è stato seguito con ben altro interesse anche dai media. Entrata a sorpresa con l’impresa di Belgrado, la nostra Nazionale ha però guadagnato credito partita dopo partita. Ha fatto il suo, ma ha soprattutto valorizzato uomini come Fontecchio, Polonara e Tonut che in precedenza erano sempre stati ai margini dell’azzurro, ha avuto da Gallinari una bella prova di carattere e di dedizione alla maglia adeguandosi a ruoli anche di comprimario se le condizioni fisiche non lo aiutavano, ha visto in Mannion e Pajola la coppia di guardie per il futuro, ha capito – in realtà non ce n’era bisogno: lo sappiamo da molto tempo – che per prevalere a questi livelli servono tutti quei requisiti morali che abbiamo mostrato, ma soprattutto quella dose di centimetri e di peso, unita ovviamente a una buona tecnica (i Gobert e i Doncic, per non parlare di Durant, sono ottimi giocatori completi), che purtroppo ancora non abbiamo, ma che dobbiamo cercare.
Il prossimo appuntamento è l’Europeo di Berlino del quale ospiteremo a Milano un girone della prima fase. Nel 2023 c’è la World Cup, e poi l’anno successivo i Giochi di Parigi: tre soli anni per prepararli, cominciando da subito e non dimenticando che Meo Sacchetti il lavoro lo ha avviato da tempo, setacciando il nostro basket alla ricerca di talenti nascosti da portare alla luce: 46 giocatori impiegati in quattro anni, 23 all’esordio in maglia azzurra. Ma deve essere il campionato a farli emergere compiutamente, come è stato quest’anno per Pajola e per Spissu.
Ecco, dopo esserci spellati le mani per aver battuto la Serbia a Belgrado e per aver riconquistato i Giochi dopo sedici anni, dopo aver metabolizzato – speriamo in fretta e nella giusta considerazione – l’importanza del quinto posto conquistato a Tokyo, cerchiamo anche di capire che i miracoli non avvengono, che ogni passo avanti è frutto di scelte e di lavoro, e che, dovendo scegliere, la Nazionale è il bene più prezioso di ogni sport, perché è la linfa che ne dà interesse e partecipazione. Giochiamoci questa Olimpiade, l’immagine di una Nazionale nuova, vincente, comunque disposta a lottare fino all’ultimo, ed anche l’immagine di chi, come Jacobs e Tamberi, questo nostro sport ce l’ha nel cuore.