FOTO: Marco Passera (Ufficio Stampa Latina Basket)

di Giovanni Agricola

In un basket moderno fatto sempre più da giganti e playmaker dai 195 centimetri in su, c’è un italiano che fa dell’assist il suo marchio di fabbrica da più di 15 anni. Dopo le giovanili alla Robur Varese, ha indossato le maglie di Vanoli Cremona, prima Soresina, Varese (vincitrice Legadue), Piacenza, Capo d’Orlando, Imola, Chieti, Brescia (vincitrice A2 nel 2015/2016), Latina, Reggio Calabria, Piacenza, Scafati, Rieti e ora di nuovo a Latina. Per lui anche 11 presenze in nazionale per un totale di 57 punti.

Stiamo parlando di Marco Passera, playmaker “tascabile” di 180 centimetri, nato a Varese il 17 febbraio 1982, reduce dagli 11 assist nel match giocato domenica 27 dalla sua Latina a Rieti, perso per 82-77.

Come ci si sente dopo una prestazione personale del genere che tuttavia non è servita per portare i due punti a Latina?

Sei contento a metà. Rimane il rammarico per aver perso una partita che potevi portare a casa, a Rieti in un campo difficile. Quando hai l’opportunità di andare in quel palazzetto, senza pubblico, è un’occasione che devi sfruttare. Siamo stati bravi per 35 minuti, ma in trasferta non basta. Rimane il rammarico, ci sei andato vicino, ma non hai concretizzato. Dall’altra parte la consolazione di aver fatto una buona partita per i miei compagni, perché quello lì è il mio lavoro, io faccio il playmaker e il mio ruolo è quello di fare giocare gli altri. Quando magari tutti sono in difficoltà sta a me guardare di più il canestro e cercare più soluzioni individuali; però domenica era una partita in cui gli altri sono in ritmo e io non devo far altro che alimentarli e giocare per loro e valorizzarli. Ci sono riuscito, sono contento di questo, peccato aver lasciato a Rieti i due punti“.

Come si fa a quasi 39 anni, scendere in campo, fare 30 minuti di media e giocare un basket d’altri tempi fatto di assist e letture di gioco?

Ho la fortuna di stare bene fisicamente, questo mi agevola, non faccio fatica a stare molto in campo. La gestione fuori dal campo non è quella di dieci anni fa, sono molto più attento a sentire e curare i piccoli acciacchi che possono capitare in una stagione. E poi non è lo stesso modo di giocare di dieci anni fa, le gambe non sono più quelle di prima, per cui ora vado un po’ più piano, ma sono migliorato nella conoscenza del gioco e questo mi permette di leggere meglio le situazioni. Devi migliorare sotto certi aspetti, come le letture, perché dal punto di vista fisico qualcosina si perde“.

Giocatori italiani e non a cui ti sei ispirato nel tuo ruolo?

Da bambino ho visto giocare Pozzecco a Varese, quando ha vinto lo scudetto e mi sono ispirato subito a lui. Poi negli anni ho avuto la fortuna di giocare con tanta gente forte che mi ha portato a non essere egoista in campo, perché ci sono partite dove c’è bisogno che il play faccia più punti, ma le volte in cui io riesco a migliorare i miei compagni sono contento come quando faccio venti punti. Tornando al discorso di prima, posso dire che sono nato e cresciuto nel mito del Poz, poi sono andato per la mia strada perché quello che mi interessava era provare a vincere il più possibile, rispetto alle mie statistiche individuali. Da giovane sono stato compagno di squadra di Davide Lamma il primo anno a Vigevano, il mio primo anno da pro; il primo anno a Cremona Massimo Sorrentino, che adesso fa il procuratore e che con la sua esperienza mi ha aiutato molto a crescere e maturare come giocatore. E poi Childress a Varese. Tutta gente che sapeva interpretare il ruolo di play e a cui ho cercato di “rubare” qualcosa. Sicuramente, fuori dall’Italia, mi è piaciuto tantissimo Iverson in Nba, perché un giocatore piccolo così, che poteva avere le mie caratteristiche fisiche, l’ha spiegata per anni in Nba a tutti quanti. Lui è stato un altro punto di riferimento”.

Giocatori italiani che vede come interpreti “più puri” del ruolo di play?

Mi piace Spissu di Sassari e sono contento che un play italiano si sia affermato negli ultimi anni, perché era molto tempo che non veniva fuori nessuno. Mi piace quando fa partite da 7, 8 o 10 punti e poi ci mette insieme dieci assist, tenendo la squadra in mano e lo fa anche a livello europeo. Questa è la dimostrazione che è molto maturo. Credo possa essere una bellissima aggiunta per la nazionale del futuro. Ruzzier ha fatto molto bene nel sistema di Sacchetti e si è meritato la Nazionale. L’ho visto poco quest’anno, però forse a Varese sta faticando un po’, ci sta, ma è sicuramente un giocatore di valore. Anche Fantinelli, a Bologna, è un play vero, pur essendo fisicato ha le caratteristiche del play. È più attento a fare giocare la squadra, magari fa due o tre tiri in tutta la partita, però fa sette, otto assist, prende cinque rimbalzi, ma ha dimostrato, quando c’è bisogno, che sa produrre per sè, e fare punti su punti. Infine, in queste ultime partita, ha fatto bene, e ne sono contento, Tommi Baldasso. È un grande giocatore, si è messo in mostra, quest’anno soprattutto, e si è meritato la convocazione in nazionale“.

Come si cura l’arte dell’assist? Si nasce così, oppure c’è qualche allenatore che la ha aiutata nel percorso?

Sicuramente bisogna essere capaci di passare il pallone con il giusto timing, nel giusto modo. È un fondamentale che si può allenare, anche se oggi si tende ad allenare più il tiro, perché nella pallacanestro moderna si guarda più ai punti, ma un giocatore che allena il passaggio può fare la differenza senza bisogno di mettere 20 punti a referto. Come maestro sicuramente mio padre, perché quando ero piccolo mi ha fatto lavorare sul ball handling e passaggio, perché è stato il primo che ha cercato di costruire un playmaker. Poi negli anni, ho avuto la fortuna di avere allenatori importanti che mi hanno cercato di fare capire il gioco e mi hanno fatto crescere: Trinchieri a Cremona mi ha dato spazio e fiducia per i miei primi campionati senior da titolare, poi negli ultimi anni ho lavorato con Gramenzi, Lardo, Calvani, Alessandro Rossi. I primi tre sono più esperti, Ale, anno scorso, con cui mi sono trovato benissimo, è un allenatore giovane, emergente e tutti mi hanno insegnato tanto nella comprensione del gioco”.

Aneddoti particolari della sua carriera, dopo qualche prestazione particolare o qualche successo?

I ricordi più belli sono sicuramente legati ai campionati vinti. Quando ero a Cremona tornando dalla finale con Osimo, vinta gara 3, dopo aver cenato, ci siamo fermati con il pullman a festeggiare a Milano Marittina tutti insieme, tornando il mattino dopo a casa a Cremona. A Varese, poi, da varesino, è stato particolare. Sono stato molto contento e ho goduto nel vincere e riuscire a farlo a casa mia reputando giusto e normale portare la squadra in alto e farla tornare in A. E poi a Brescia è stato pazzesco, riportare la città in serie A dopo 28 anni, passando nel corso dalla stagione dai 2000 spettatori di inizio anno ai 7000 di fine campionato. In città tutti quanti ti fermavano, ti incitavano, ti davano la carica per arrivare fino in fondo e poi i festeggiamenti, la notte della promozione e i giorni successivi, in giro per la città, me li porterò dentro sempre“.

Si ringrazia Donatella Schirra (Ufficio Stampa Benacquista Assicurazioni Latina Basket) e Marco Passera, playmaker Benacquista Assicurazioni Latina Basket.