Come ha detto Julio Velasco, i giovani in Italia non piacciono, l’Italia è un Paese per vecchi

Stefano Pillastrini, coach di Cividale dal 2020 che ha concluso questa Serie A2 in zona playoff e quindi avrà la possibilità di giocarsi la Serie A in post-season. Un progetto a lungo termine quello fatto a Cividale, con tanti giovani costruiti in casa come Ferrari e Marangon. “Prima della proposta di Cividale pensavo di essere arrivato a fine corsa, poi la chiamata di Micalich mi ha dato carica

Tanti i temi trattati, dalla volata finale di questa ultima giornata dove Scafati, Pesaro e Fortitudo Bologna si giocheranno il primo posto e la promozione diretta in A1. La situazione dei giovani in Italia e la funzione del campionato di A2, passando anche alla stagione difficile vissuta da Cividale, iniziata con la Supercoppa e conclusa in crescendo. Il modo di vivere la professione di allenatore per migliorare i suoi giocatori e non legato al risultato.

Cosa la rende più orgoglioso del percorso fatto con Cividale negli ultimi anni?
“Il fatto che si sia creato un ambiente che ha una grandissima coesione, un’identità assoluta tra società, giocatori e staff tecnico. Un pubblico che supporta. E’ un ambiente che va tutto nella stessa direzione e ci si aiuta, cercando di essere il più competitivo possibile, risolvendo i problemi che si creano. Questa è la cosa di cui sono più contento, che è la base dei risultati che stiamo ottenendo e della qualità che c’è stata in questi 6 anni.”

Il modello Cividale, e anche di Pesaro quest’anno, può essere portato anche ad altre squadre e realtà?
“Credo che Cividale sia una cosa a sè, Pesaro è un modello diverso. Vedo una situazione simile a Mestre, dove c’è una società che sta cercando di ripercorrere Cividale. Pesaro è una situazione diversa, dove c’è grandissima tradizione e dove si sono fatti investimenti importanti, anche se non come quelli di Fortitudo Bologna, Verona o Scafati. Cividale ha la caratteristica di costruire un gruppo con giocatori che hanno voglia di crescere. Quello di Cividale è un sistema più facile da attuare in posti dove non si ha una grandissima tradizione, in cui si può dare un’impronta molto decisa anche delle abitudini, diverse da quelle che si trovano tradizionalmente in Italia, ovvero sostenere quando le cose vanno bene ed essere negativi quando vanno male. A Cividale il pubblico è un sostenitore, e quando la squadra ha dei momenti difficili va sostenuta ed aiutata. E questo lo si può fare anche grazie ad un presidente eccezionale come Micalich che è il primo a dare l’esempio, sempre pronto ad aiutare la squadra. Bisogna poi non dipendere dai risultati ma restare concentrati più sul percorso, e quindi il risultato come una conseguenza di buon lavoro, e credo che questo si possa fare ovunque.

Come si può far capire che la teoria del “risultato subito” è effimera?
“C’è l’abitudine a giudicare secondo i risultati nel breve. La cosa importante è, soprattutto da parte di chi comanda, mantenere equilibrio sia nelle vittorie che nelle sconfitte, cercando di avere una programmazione, che può realizzarsi anche attraverso dei momenti difficili. Se il primo a crederci è chi comanda si può fare. Se invece si è tutti concentrati sul fatto che quando vinciamo siamo bravi, e invece quando perdiamo siamo disperati, credo sia impossibile farlo. Finora quello che abbiamo evitato in questi 6 anni a Cividale è che ognuno pensasse, quando ci sono stati dei problemi, a dimostrare che non fosse colpa sua. Tutti hanno cercato le soluzioni, e non i colpevoli. Se si ha questo atteggiamento la cosa è ripetibile ovunque, anche se è più difficile dove c’è più pressione. Il saper perdere è la prima caratteristica per chi vuole ottenere dei risultati.”

Quello di Cividale potrebbe rappresentare il modello ideale di squadra di Serie A2, come detto da Ramagli e Banchi, all’interno quindi di un campionato che sia per formare i giovani italiani?
“Assolutamente sì. Non passi il concetto, però, per cui con i giovani non si vince. Bisogna semplicemente sapere che con i giovani si può vincere, e anche tanto, se si organizza una programmazione, passando attraverso dei momenti difficili, considerati come esperienza da catalizzare e da cui imparare. Il banalissimo concetto di “sbagliando s’impara” è la caratteristica di un campionato che vuole valorizzare i giovani. Se si deve demonizzare l’errore ricominciando ogni volta da capo, non si può fare. Sono fortemente convinto che si possano fare grandi stagioni e vincere campionati grazie ai giovani. Basta avere un rapporto con la sconfitta di apprendimento e non di fallimento.”

Cividale può fare un percorso simile a Trento, ambendo alla Serie A e poi continuare con questo progetto anche lì?
“Cividale può fare tutto, non si deve porre limiti. Trento ha avuto dei budget molto importanti. Io persi la semifinale a gara-5 quando stavo a Torino contro Trento, dopo che a 7 minuti dalla fine eravamo avanti di 18 punti in trasferta, e quindi ho vissuto il loro percorso quando sono stati promossi. Trento aveva una struttura organizzativa e economica che era avanti, Cividale non è ancora a quel livello, però la cosa che le accomuna è stata la programmazione. Vediamo se poi si riesce ad avere una situazione dello stesso tipo. Siamo ancora in una fase dove i giocatori vengono lanciati e poi vanno da altre parti, Trento se li riusciva a tenere. E’ una grande soddisfazione per noi quando Miani, Dell’agnello, Mastellari, Ferrari, adesso Marangon, fanno degli upgrade, dal punto di vista economico e di carriera, e fanno il salto in avanti. Se vogliamo ottenere quei risultati di Trento c’è bisogno che giocatori del genere rimangano, e per adesso Cividale questa forza ancora non ce l’ha, però potrebbe arrivare ad averla.”

La partenza di Francesco Ferrari, che non era in programma, è stato un colpo importante. Come è stato superato questo momento durante la stagione?
“E’ stata una partenza anticipata rispetto a quelle che erano le nostre aspettative, cogliendoci un pò di sorpresa, ma era in programma. Dal punto di vista dei risultati è stata superata benissimo perchè dopo la sconfitta, ne abbiamo vinte 3/4 di fila. Ovviamente dopo ci è mancato quando abbiamo avuto delle difficoltà, però il gruppo ha dimostrato di poter andare oltre le aspettative. La crescita di tutti gli altri durante la stagione è stata esponenziale. Marangon è arrivato a dei livelli incredibili, il suo rendimento è nettamente superiore a quello delle sue statistiche, è un giocatore dominante ad oggi. Così come i miglioramenti di Berti e di Rota, o Cesana e Redivo, che nella prima parte della stagione erano stati un pò più silenti e ora stanno facendo benissimo.”

A proposito di Berti, che era un giocatore un pò disperso in un basket italiano povero di lunghi a Cividale ha trovato la sua dimensione e lei lo ha esaltato. Potrebbe ambire ad un campionato più alto?
“Berti difensivamente è un top giocatore a livello nazionale, in ogni categoria. Offensivamente sta facendo progressi. La sua strada è quella di diventare sempre di più un totem a livello difensivo, perchè è quella la sua eccellenza, e diventare un giocatore affidabile in attacco, e sta lavorando per questo. Ho molta fiducia in lui. Ha appena firmato con noi un’estensione del contratto. Oltre a lui e Marangon, vorrei dire qualcosa su Rota, che è un giocatore sottovalutato. Tanti dicono che Rota ha potuto fare questa carriera grazie a me, io credo che invece Cividale in questi anni abbia fatto tanto proprio grazie a Rota, che ha dato moltissimo.”

C’è qualcuno che diceva che Ferrari avrebbe dovuto aspettare un altro pò prima di fare questo salto, lei che ne pensa e come sta seguendo il suo impatto in questa nuova avventura con la Virtus Bologna?
“Lo seguo con molta simpatia e affetto, e spero riesca a fare bene. Ho già detto che credo abbia scelto la strada più difficile, sarebbe stato più facile per lui finire il campionato e poi andare via. E’ difficile, ma il suo talento è tanto e credo che sicuramente riuscirà a fare bene.”

Cosa lo ha attratto quando le è stata fatta la proposta di venire a Cividale?
“E’ stato un momento particolare della mia carriera. Venivo da Reggio Emilia, che è stata una delle mie esperienze più brutte, non dal punto di vista dei risultati che sono andati abbastanza bene, ci salvammo con un paio di giornate d’anticipo mentre al mio arrivo eravamo ultimi con un piede in A2. Avevo capito, definitivamente, che il mio modo di fare pallacanestro, cioè con l’allenatore al centro del progetto, era un pochino tramontato. Mi sono trovato in un contesto dove venivano cambiati giocatori senza il mio consenso. Ero marginale nella costruzione della squadra. Questa situazione mi ha fatto pensare che ero arrivato a fine corsa. Poi mi ha chiamato Micalich e mi ha fatto una proposta dove mi ha detto tutte le cose che volevo sentirmi dire, ovvero un progetto con l’allenatore al centro, in cui si parlava di fare un’attività basata sui giovani che non dipendesse solo dai risultati, che ci fosse programmazione e feeling tra società e allenatore. Questa cosa mi ha dato carica, anche se sinceramente non pensavo ad una cosa così bella come quella che poi si è realizzata. Mi attraeva tanto però, e questo mi ha fatto sposare un progetto che poi è andato oltre le più rosee aspettative.”

Quest’anno Cividale, come tante squadre, ha avuto dei momenti difficili. Ogni anno si dice sempre che sarebbe difficile ripetersi per Cividale, eppure in questa stagione il record, considerando anche la vittoria con Bergamo, è addirittura migliorato.
“Devo dire la verità: io ero il primo ad essere preoccupato. Intanto perchè non potevo essere sicuro che i giovani, come Ferrari e Marangon, potessero continuare a migliorare, invece lo hanno fatto oltre le aspettative. E non pensavo che il gruppo potesse reagire con tanta veemenza. All’inizio dell’anno pensavo potesse essere una stagione di sofferenza e che avremmo dovuto anche lottare per la salvezza, ma la squadra sin da subito ha dato segnali completamente diversi. Ho avuto subito la sensazione che quando giocavamo bene potevamo vincere con chiunque, e viceversa. Andando avanti non mi sarei mai aspettato questa esplosione finale, quindi ritengo che la squadra sia andata oltre le più rosee aspettative.”

Qual è il traguardo che Cividale si pone per questi playoff?
“Adesso dobbiamo essere bravi a gestire queste 3 settimane senza partite, che a maggio è una cosa completamente nuova. La mia attenzione adesso è su questo, non so cosa aspettarmi. Vedo la squadra in grande salute e con motivazione, ma dal punto di vista agonistico il fatto di essere competitivi contro squadroni come quelli che ci aspetteranno ai playoff, è da verificare. Quando giochiamo bene siamo competitivi con tutti, quindi dobbiamo essere bravi a farlo, perchè se ci riusciamo allora batterci è complicato per chiunque.”

Analisi della volata finale di questa ultima giornata: Pesaro, in testa dall’inizio del campionato, qual è il merito di Spiro Leka; Scafati, anche lì i meriti di Frank Vitucci che ha cambiato la squadra dal suo arrivo; Fortitudo Bologna, che ha sfruttato l’esclusione di Bergamo restando fino alla fine in lotta per la promozione diretta.
“Spiro Leka ha fatto un lavoro straordinario, partendo da una situazione di grande scetticismo. Non mi sembrava che attorno a lui ci fosse tanta coesione e fiducia, e invece lui ha risposto con i fatti. Ha creato un ambiente perfetto ed è riuscito a costruire la squadra attorno a due giocatori eccezionali come Tambone e Bucarelli, ha messo i giovani in grande comfort con un’esplosione importantissima di ragazzi inattesi come Trucchetti e Virginio. Ha giocato buona parte della stagione con uno straniero solo, quindi Spiro Leka bravissimo, come anche tutta Pesaro. A Scafati Vitucci ha preso in mano una situazione difficile, anche perchè poi lì è da sempre un posto non facile per gli allenatori, e ha girato una stagione in modo perfetto, la squadra aveva bisogno di uno che interpretasse bene le situazioni, e Vitucci è stato bravo a farlo. Il patron Longobardi ha creato una situazione di coesione, e anche a Scafati sono stati tutti bravissimi. La Fortitudo ha avuto problemi fisici, la società ha però risposto alla grandissima ad ogni infortunio, inserendo una serie di giocatori importanti. Ha una squadra veramente forte, alla fine è quella che gode del fattore campo più impattante di tutti, infatti in casa ha perso una partita sola. Anche alla Fortitudo grandi meriti. Scafati e Fortitudo erano attese, Pesaro un pò meno, ci si poteva aspettare più Verona, Rimini o Brindisi in lotta. Può vincere chiunque di queste tre.”

Se dovesse fare un pronostico, quale sceglierebbe?
“Molto difficile. Pesaro è in una condizione difficile a livello fisico, e giocare l’ultima partita a Livorno sarà durissima. Scafati ha tutto in funzione ma deve vincere a Rimini, altra squadra in grande salute. Hanno due partite complicate. La Fortitudo sulla carta ne ha una meno difficile, Forlì potrebbe avere grandi motivazioni, nonostante non abbia più niente da chiedere al campionato. Sono quelle partite che non sai come giocano gli avversari. E’ veramente tutto aperto!”

Andrea Cinciarini, Pillastrini Stefano

Pesaro, nel caso dovesse andare ai playoff, potrebbe fare più fatica, sia per l’inesperienza di molti giocatori ma anche per il contraccolpo psicologico che subirebbero dopo aver condotto il campionato dall’inizio alla fine quasi.
“Sinceramente lo penso anch’io. Pesaro ha fatto una stagione miracolosa, e ripetersi anche ai playoff sarà difficile. E’ la squadra con la panchina più corta, si passa da giocare poche volte ad ogni due giorni. Per Pesaro mantenere lo stesso livello del campionato sarà difficile.”

A Bologna si discute tanto sul fatto che la Fortitudo dovrebbe puntare su un progetto a lungo termine e non sul “risultato subito”. Che ne pensa, considerando che una piazza come Bologna ha quest’ansia di tornare in Serie A, che manca da tanti anni.
“Secondo me questo non è un problema di Bologna ma della pallacanestro in generale. Ci sono piazze come Treviso e Sassari, che lottano per salvarsi in A1, vivendo un’agonia. E poi vedo piazze come Pesaro che fanno l’A2 e hanno il palazzetto pieno e un entusiasmo incredibile. Viene vissuta la retrocessione come un dramma, io non credo che lo sia. L’A2 è un campionato bellissimo. E’ chiaro che tutti ambiscono a fare l’A1 ma vivere le stagioni con ansia credo sia sbagliato, e parlo in generale. E’ bellissimo andare in Serie A, ma l’A2 non deve essere vissuta male. Io sono molto legato alla programmazione, perchè non si cambia ogni anno e ogni stagione che non vinci non viene considerata un fallimento, ma un passo in avanti. Questa è la cosa che a me piace e credo che dovrebbe essere perseguita in tutti i contesti.”

Nelle ultime settimane sono arrivate delle scelte discutibili da parte di due società che stanno disputando un ottimo campionato: Brindisi ha cambiato entrambi gli stranieri, mentre Rieti ha esonerato Ciani dopo una stagione sempre tra le posizioni alte della classifica. Come si spiegano queste scelte arrivate a poche settimane dalla fine della stagione?
“Sono due situazioni completamente diverse. A Rieti c’è un proprietario che prende decisioni personali, è un modo che lui crede sia il migliore, e poi ognuno a casa sua fa quello che vuole. A Brindisi, penso sia dovuto al fatto che il finale di stagione sia stato in calo, evidentemente è stato valutato che la squadra fosse in un momento di stallo e che, prima dei playoff, si volesse dare una scarica di adrenalina. Dall’esterno è impossibile valutare per bene. Nella storia di Bucchi non ricordo cose di questo tipo, quindi se è stata scelta questa strada evidentemente c’è una convinzione forte.”

Ci sono altre squadre che l’hanno colpita particolarmente?
“Mestre, che ha fatto un risultato entusiasmante, tutti giocatori esordienti con pochissimo background, e ha avuto anche tante difficoltà con gli infortuni. Ha perso Valsecchi a inizio campionato, Curry durante l’annata, tutta la prima parte di stagione fatta senza Stewart, poi nel finale si è fatto male Galmarini, una delle grandi sorprese del campionato per me. Ha avuto una serie di grandi problematiche e le ha superate benissimo, evitando di fare i play-out. E’ la squadra che mi ha colpito di più.”

Se dovesse fare delle nomination, quali sarebbero. Quindi MVP, miglior italiano, miglior giovane e miglior coach?
“Come miglior coach la lotta è tra Spiro Leka e Mattia Ferrari, non dico Vitucci perchè non mi piace dare questa nomination a chi entra in campionato in corsa, perchè si fa un lavoro diverso, anche se è stato straordinario. Come miglior italiano sceglierei Tambone e Bucarelli, che hanno fatto una stagione di livello altissimo. Non mi piace mettere i miei giocatori ma se devo dire il più sottovaluto è Rota, che ha avuto un rendimento pazzesco, nessuno si rende conto di quanto sia forte questo giocatore. Miglior giovane lo dò a Marangon, credo che non ci possa essere dubbio, wè stato molto impattante. Maretto anche è stato bravo. L’MVP lo darei a Sorokas, è un giocatore di buon livello di A1 e mi aspettavo potesse fare una stagione del genere.”

Nelle nazionali giovanili vinciamo, facciamo ottimi risultati e poi ci si perde nel passaggio successivo, come se lo spiega?
“In questo momento abbiamo dei giovani veramente interessanti. Faccio mie le parole di Julio Velasco, che è un’ispirazione e un grande maestro, il quale ha detto che in Italia i giovani non piacciono, l’Italia è un Paese per vecchio. Siamo sempre pronti a trovare i loro difetti, e concediamo ai veterani gli errori che ai giovani non concediamo, chiedendo loro di essere perfetti, quando in realtà devono sbagliare per poter migliorare e crescere. E’ un atteggiamento che non fa bene. Dovremmo semplicemente cercare di aiutarli a crescere, invece mi sembra che li affossiamo molto e non diamo a loro delle possibilità. Questo succede in tutti i campi, e nel basket accade anche per i giovani allenatori, che fanno fatica. Ed è il motivo per cui per i giovani è meglio andare fuori che restare in Italia.”

Che ne pensa della situazione NCAA, con tanti giocatori che o vanno all’estero in Europa, come Suigo e Garavaglia, o vanno in NCAA attratti dal guadagno economico. Condivide la scelta, e se in NCAA i giovani italiani possono anche migliorarsi, secondo lei.
“La parte economica non può essere sottovalutata. Non si può dire che i soldi non siano importanti quando le differenze sono queste. Non credo, però, che questa sia la strada che ti fa migliorare di più. Quelli che vanno devono sapere di dover lavorare individualmente per migliorare, sia a livello tecnico che fisico. La mia sensazione è che in NCAA vengano “sfruttati” per quello che sanno fare, ma non si lavora per un loro progetto tecnico o miglioramento. D’altra parte qui non è che sia molto diverso, ma credo che sia comunque meglio rimanere in Europa da un punto di vista tecnico. Non possono non guardare i soldi, però devono andare là consapevoli che devono lavorare su sè stessi. Molti potranno tornare pronti, altri invece arricchiti ma ancora con dei miglioramenti da fare, con molto meno guadagno. Questo potrebbe portare molti all’abbandono, ma spero ovviamente di no.”

Secondo lei cosa può fare il basket italiano per competere con l’NCAA e, a livello di mentalità, come si può cercare di fare un passo in più, e da chi deve partire?
“Sono da sempre favorevole al protezionismo, credo che se si aspetta che le società puntino sui giovani e la programmazione, con l’ansia da risultato che c’è in Italia, non ce la faremo mai. Sono favorevole al protezionismo dove i giovani devono giocare per forza e viene premiata la progettualità. Vedo e sento che la penso quasi solo io così, quindi non credo che la cosa verrà fatta. Si dice che con il protezionismo i giovani sarebbero viziati, ma quando era così, producevamo giocatori straordinari, adesso non succede più e dovremmo trovare delle soluzioni diverse, e non ne conosco altre se non il protezionismo. Speriamo che abbia ragione chi la pensa diversamente, perchè credo che la strada che verrà presa sia diversa. Io metterei un numero di italiani molto più alto in A2, un numero di Under in campo obbligatoriamente in A2 e B1, mentre qui si parla di aggiungere un terzo straniero in A2, che mi sembra una cosa pazzesca.”

Che livello di gioco ha visto in A2, se ci sono state delle novità dato che si dice che le squadre giocano tutte tiro da tre e pick-and-roll?
“Non ci sono grandi novità nel gioco, che è molto cambiato. Comandano molto le statistiche, gli algoritmi che dicono se è meglio giocare in un modo o in un altro. Io sono meno legato alla statistica ma sono aperto alle novità. Le più grandi sono arrivate dall’estero con il grande esempio di Iisalo, che ora è coach in NBA ai Memphis Grizzlies, e prima a Parigi ha portato grandi novità. Ha molti seguaci in Europa e in Italia. Nel campionato italiano novità non ne vedo, qualcuno usa in modo efficace il tiro da tre, altri no. I lunghi vengono utilizzati più per tirare da lontano, è una cosa che condivido, ma grandi novità in Italia ancora non ne vedo.”

Ha idee o suggerimenti per fare in modo di evitare il più possibile casi come Bergamo, che vengono esclusi dal campionato, falsandolo?
“I budget sono cresciuti a dismisura negli ultimi due anni in modo strano, perchè non mi sembra che la situazione economica italiana abbia avuto un miglioramento così netto. Forse è dovuto al fatto che si è ristretto il numero di squadre in A2 e B1, quindi tutti hanno provato ad essere competitivi. Mi permetto di dire che è un pochino pericoloso, pensando a situazioni come Trapani e Bergamo. E’ un rischio che stiamo correndo, ho la sensazione che quest’anno i prezzi si abbasseranno un pò dopo quanto successo con Trapani e Bergamo. Se dovesse succedere, non mi fascerei la testa. Mi auguro che chi non ha grandi budget sappia stare sotto controllo e spendere bene i soldi che ha, per non fare la fine di Bergamo.”

A fine stagione sarà contento se…
“Se la mia squadra continua a giocare con questa compattezza. Noi andiamo per vincere tutte le partite, ma sinceramente i conti li faccio alla fine, mi pongo il problema di preparare la mia squadra a fare grandissime partite, perchè di solito quando giochiamo bene vinciamo.”

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Foto di Ciamillo Castoria