Peyton Watson è il nuovo colpo dei Cleveland Cavaliers. L’ala classe 2002, reduce da una stagione di svolta a Denver (14.6 punti e 4.9 rimbalzi di media in 54 gare), cambia maglia nell’ambito di uno scambio che alla fine ha coinvolto cinque franchigie: Cavaliers, Nuggets, Clippers, Wizards e Hornets.

Il prezzo pagato da Cleveland è alto ma prevedibile: Max Strus, beniamino del pubblico e protagonista di momenti iconici in questi anni in Ohio, saluta direzione Los Angeles Clippers. Ai Nuggets va invece un pacchetto di scelte future: la prima scelta 2031 dei Cavaliers, senza protezioni, e una seconda scelta 2032 di proprietà dei Kings, oltre a Julian Reese, arrivato da Washington e destinato a essere tagliato immediatamente.

L’operazione si allarga poi ai Wizards, che ricevono Tre Mann, una seconda scelta 2027 (originariamente dei Clippers) e cash, in cambio di Cam Whitmore, che sbarca a Cleveland. Chiude il cerchio l’invio di Dennis Schroder e cash considerations agli Hornets da parte dei Cavaliers.

Per Watson non si tratta solo di un cambio di indirizzo: la firma con Cleveland porta con sé un rinnovo quadriennale da 88 milioni di dollari, con player option e trade kicker incluso, negoziato dal suo entourage di Klutch Sports.

Denver saluta il suo giovane talento, tra rimpianti e conti da far quadrare

Per i Nuggets si tratta della fine di un ciclo, ma soprattutto di una scelta obbligata più che voluta. Watson era considerato uno dei prospetti più interessanti del roster, un’ala atletica capace di incidere sia in attacco che in difesa, ma la franchigia si trovava già oltre la soglia del secondo apron della luxury tax dopo aver rinnovato Spencer Jones. Rifirmare anche Watson a cifre vicine ai 22 milioni annui avrebbe fatto lievitare il conto fiscale fino a sfiorare i 220 milioni di dollari, complici le penalità da recidiva.

Denver ha quindi scelto la via del sign-and-trade, monetizzando il suo giovane talento con due scelte al draft (la prima assoluta e non protetta del 2031 dei Cavaliers, potenzialmente molto preziosa, più una seconda scelta 2032 via Kings) senza però riuscire a inserire contropartite in campo: da squadra sopra il secondo apron, i Nuggets non potevano infatti aggregare stipendi o accogliere giocatori nello scambio, pena un hard cap immediato.

Il paradosso è che, nonostante l’operazione abbia alleggerito il monte ingaggi di oltre 100 milioni di dollari, Denver resta comunque sopra la soglia del secondo apron, restando l’unica franchigia NBA in questa condizione e vedendosi già limitata anche nell’utilizzo della trade exception generata dallo stesso scambio. Un sacrificio importante sul piano cestistico, quindi, che non basta da solo a risolvere i problemi di bilancio della squadra di Jokic e compagni.

Credit photo: Denver Nuggets (Facebook)