Sono passati 365 giorni dal 26 gennaio 2020, da quando le principali testate giornalistiche mondiali vennero scosse dalla notizia che nessuno avrebbe mai voluto sentire o comunicare. Quel 26 gennaio, quando il mondo si è fermato a seguito di un incidente in elicottero. Quell’incidente ha spezzato la vita di Kobe e di Gianna Bryant, padre e figlia insieme ad altre 7 persone durante il viaggio che li portava a fare un allenamento in una palestra poco distante.
I ricordi sono ancora vividi di quella data funesta. La terra si fermò, appunto, un fulmine squarciò il cielo terso. Si sentì come la mancanza di un battito ed una crepa scavò un solco irricucibile nel cuore di tutti noi, mentre le lacrime correvano a rivoli lungo il volto. E’ stato un giorno triste e devastante per tutto il mondo, ma in special modo per la sua Los Angeles che si è unita in un abbraccio pieno di tristezza e commozione, mista a rabbia e sperdimento.
Non solo il mondo del basket ha reagito alla morte di Kobe Bryant, ma anche tutto lo showcase mondiale e molti atleti di punta degli altri sport. Da molti considerato il miglior Laker di sempre, complice una carriera di 20 anni spesa interamente nella terra degli angeli, ed una fama che lo precedeva in ogni antro del globo, non importa quanto buio e nascosto esso fosse.
Il suo ricordo che lo ha subito messo accanto al suo più grande lascito: la Black Mamba Mentality, quella mentalità che spinge chiunque ne faccia (buon) uso a dare il massimo e superare ogni ostacolo pur di raggiungere l’obiettivo finale, perché c’è solo l’obiettivo finale che conta. Una mentalità ripresa e pubblicizzata, osannata, insegnata e bramata. Farina del suo sacco, per lui così facile da trovare e cercare e per lui che non esisteva altro modo se non quello per raggiungere l’apice del successo.
Basket Magazine, nella tristezza del momento, gli dedicò una dovuta copertina. Una copertina che volle essere celebrativa e mnemonica allo stesso tempo, affinché potesse essere cristallizzato e definito quell’enorme dolore che si materializzava nella bocca dello stomaco, non facendo alcun prigioniero.
Kobe era tutto questo ma anche molto di più. Abbiamo accennato poco prima al fatto della sua riconosciuta grandezza all’interno del mondo cestistico ed in un margine più ampio anche per quello sportivo americano, era però cresciuto in Italia dove ha vissuto durante la sua prima gioventù, diviso tra Reggio Emilia, Pistoia, Reggio Calabria e Rieti, mentre seguiva le orme del padre, anche lui giocatore professionista. Un’Italia che non l’ha mai dimenticato e che, di rimando, da lui non è mai stata dimenticata. Reggio Emilia gli ha intitolato una piazza proprio davanti al Palazzetto dello Sport nella parte conclusiva di Via Guasco. La zona è stata interamente riqualificata da parte dell’amministrazione cittadina ed avrà il nome di Largo Kobe e Gianna Bryant in ricordo di un personaggio grande ed impossibile.
Già, la piccola Gianna. C’era anche lei in quell’elicottero. Una bambina che stava sempre vicina al suo papà, innamorata proprio come il padre di questo fantastico gioco e che stavano sempre assieme durante le partite che li vedevano come ospiti in prima fila. Kobe si girava e le spiegava il gioco, i movimenti, i motivi ed i perché di una data soluzione. Era una bambina con un sorriso capace di illuminare una stanza buia ed era piena di speranze, piena di sogni.
La vita è crudele, è un lampo che va via fugace. La testimonianza in quel 26 gennaio, quando cominciò tutto il 2020 di rabbia e dolore. Da lì ci fu la promessa di LeBron James di voler vincere per lui, per il suo amico Kobe, proprio in maglia giallo-viola. Vincere una stagione poi ripresa per i capelli in una bolla organizzata in quel di Orlando per fuggire alla tremenda pandemia che ha colpito, e che ancora colpisce, il nostro pianeta.
Promessa mantenuta. In ricordo di Kobe e di Gianna.
La carrellata di immagini riguardanti lui ha balenato nei ricordi di ognuno di noi, come nei miei, di quando aspettai 4 ore fuori da un Hotel nel senese perché venimmo a sapere che soggiornava lì in vacanza. Oppure quando fece la schiacciata più bella per un qualsiasi giocatore di basket: contro Denver, rimessa lunga di Robert Horry, palleggio con la mano destra e difensore a sinistra che cerca di prendere vanamente il pallone. Kobe si passa la palla dietro schiena e va a schiacciare sulla testa del difensore ruotando di 360 gradi. Una gioconda, un capolavoro magnifico, un momento immortalato nella storia del basket.
Kobe Bryant se ne è andato ma non completamente, mai per davvero, così come ci rammentava Kurt Cobain e che è perfetto per il momento, per il giorno che stiamo vivendo: la verità è che non c’è verità, che niente resta per sempre e nessuno se ne va mai per davvero.
In foto: Kobe con la maglia della Nazionale italiana (Italbasket)
Raffaele Camerini