Dal tennis giocato in gioventù alla consacrazione sul parquet, passando per Georgia Tech, NBA, Olympiacos e Žalgiris Kaunas. Moses Wright ripercorre le tappe della propria carriera e racconta le ambizioni con cui è approdato all’Olimpia Milano: continuare a crescere e conquistare ancora una volta i playoff di EuroLeague.
Di seguito l’approfondimento pubblicato dall’EA7 Emporio Armani Milano:
Gael Monfils è un tennista francese che nel decennio scorso è stato tra i migliori al mondo anche se non ha mai vinto uno slam. Aveva potenza, atletismo, era spettacolare sul campo. Ed era anche il tennista preferito tra i contemporanei di Moses Wright. Wright era una promessa del tennis, un giovane prospetto dotato di un servizio terrificante e la capacità di coprire il campo come pochi altri. “Il mio modello era Gael Monfils, ma poi ovviamente come a tutti mi piacevano Roger Federer e Novak Djokovic”.
Fu il padre Gerald a instradare Moses verso il tennis. Lui e la mamma Calla pensavano che sfuggire alla logica dei tradizionali sport americani fosse il modo migliore per ottenere una corsa di studio per il college. Moses era anche un discreto nuotatore. Il padre però era stato anche un eccellente giocatore di basket. Quando morì nel 2012, Moses perse interesse verso il tennis e pensò di dedicarsi al basket. “Lui era stato un giocatore di basket anche se mi ha pure insegnato a giocare a tennis. Ho pensato che seguire le sue orme facendo ciò che aveva fatto lui fosse un buon modo per mantenere vivo il suo ricordo. Il tennis? Sì, ho vinto alcuni tornei giovanili ai miei tempi. Ho giocato fino a quando avevo circa 14 o 15 anni. Poi ho sempre cercato il tempo per andare in campo e vedere se sono ancora in grado di fare la mia parte. Ma credo che l’ultima volta che ho giocato sia stata in Macedonia. Sono andato in campo e ho fatto qualche scambio. Tutto qui”.
Tennista mancato ma giocator mergente nel basket. Praticamente, Moses Wright ha giocato un solo al liceo, a Enloe nel South Carolina. Successe dopo la perdita del padre ma anche uno sviluppo fisico che lo portò oltre i due metri. Nel frattempo, d’estate giocava per un programma chiamato Garner Road – “Lo considero la mia famiglia”, dice – dove Coach Dwyane West dopo averlo instradato sulla strada giusta lo segnalò a Georgia Tech proponendolo come un prospetto che avrebbe potuto giocare persino in una conference tre le migliori d’America come la ACC a dispetto del background. Per questo il coach di Georgia Tech, Josh Pastner (adesso è a Nevada Las Vegas) lo definì uno “Zero Recruit”, un giocatore che nessuno voleva. “Josh Pastner mi ha trasmesso, assieme Darryl LaBarrie, ad Anthony Wilkins, e a tutti gli allenatori che si sono succeduti a Tech, l’importanza di dedicarmi totalmente al basket e di lavorare duramente. E come diceva sempre il coach sono passato da essere uno “zero recruit” al titolo di miglior giocatore dell’ACC. Ho lavorato tanto, mi sono allenato con cura e ho fatto ore extra allenamento per arrivare dove sono oggi. Ma non sono offeso dalla scarsa considerazione che mi è stata riservata ma direi che sento di essere un giocatore migliori di molti che i media hanno considerato superiori e questo mi ha indispettito. Ognuno ha diritto alla propria opinione”, dice.
In realtà, Wright giocò in quintetto già al secondo anno ma le sue cifre sono esplose tra il secondo e il terzo. “Nei miei ultimi due anni a Georgia Tech – rileva – ho sviluppato maggiore confidenza con i giochi, le chiamate e tutto il sistema. Adattarsi al sistema e giocare insieme ad una grande point guard come Josè Alvarado e con realizzatori come Michael DeVoe e Jordan Usher ha reso tutto molto più semplice”. Alvarado è il playmaker della Nazionale dominicana ma è cresciuto a New York e ha appena vinto il titolo NBA con i Knicks; gli altri due sono entrambo professionisti in Turchia. Nel suo quarto anno con gli Yellow Jackets, Wright è stato nominato giocatore dell’anno della ACC.
Il premio esiste dalla stagione 1953-54. Nell’albo d’oro figurano leggende assolute del basket come Ralph Sampson, nel 1984 toccò a Michael Jordan, poi Christian Laettner, Tim Duncan, Grant Hill, Jj Redick, e due anni prima di Wright, Zion Williamson. Due anni fa lo vinse Cooper Flagg, il nuovo fenomeno dei Dalla Mavericks. “Non ho mai pensato che sarei potuto diventare il giocatore dell’anno della ACC. Non l’ho pensato nemmeno nella mia stagione da senior almeno fino a quando, verso la fine, qualcuno, gli allenatori hanno cominciato a sussurrarmi, dopo una serie di grandi prestazioni, che avrei potuto esserlo davvero. Quello è stato il momento in cui ho realizzato cosa stessi facendo”. Successe dopo una prova da 12 punti e 14 rimbalzi contro Duke; poi 23 e sette contro Florida State; 15 e 16 contro Louisville; 24 contro Pittsburgh; 14 e 12 contro Miami; 26 e 10 contro Virginia Tech e 31e 16 contro Syracuse; 29 e 14 ancora contro Duke. Georgia Tech vinse il titolo di conference. “Essere giocatore dell’anno e vincere la ACC ha reso indimenticabile la mia stagione da senior, l’ha completata. Mi sarebbe piaciuto giocare nel Torneo NCAA ma presi il Covid e non riuscii a giocare”, ricorda con una punta di rammarico.
Da professionista, ha tentato per un anno di giocare nella NBA, di trovare un posto nei Los Angeles Clippers. Oggi non è convinto di essersi giocato fino in fondo le sue carte. “Ero molto giovane e immaturo in tante decisioni che ho preso. Adesso penso che se avessi approcciato la mia stagione NBA con la mentalità che ho adesso, probabilmente sarei rimasto e l’avrei fatto per un po’ di tempo. Ma si vive per imparare”, dice.
E poi dopo un’esperienza in Cina e una breve in Turchia, Wright si è trovato a giocare per una “powerhouse” europea come l’Olympiacos dove ha giocato assieme ad Alec Peters: “Quando sono arrivato all’Olympiacos, lui stava segnando credo 14 punti a partita. Non ho mai visto un tiratore che ogni volta che tira penso che faccia canestro. Quando vedo AP tirare non vado a rimbalzo come al solito perché intimamente penso che non servirà, perché ogni tiro andrà dentro. C’è connessione tra noi. Mi ha alzato qualche lob all’Olympiacos e adesso la possibilità di mantenere vivo questo legame e ritrovarsi insieme è come rivedere un vecchio amico che non vedevi da un po’. È bello”. Lui all’Olympiacos è rimasto poco, meno di due anni complessivi: “Ho giocato per uno dei club più famosi del mondo. Tutti in Europa sanno cosa significhi Olympiacos, persino qualcuno in America ne è consapevole. Far parte di un programma così prestigioso, adottare la sua mentalità vincente ogni giorno ti stimola a crescere sempre di più. E gli allenatori mi hanno aiutato fin dal primo giorno. È stata una grande esperienza”.
Lo scorso anno è andato allo Zalgiris Kaunas con un obiettivo in testa: “Giocare tanto e giocare bene. Ho sempre saputo durante il mio periodo all’Olympiacos che avrei potuto costruirmi una reputazione in EuroLeague. Sono andato a Kaunas con questo obiettivo, l’ho centrato e ora voglio crescere ancora”. E lo farà a Milano: “Vorrei fare i playoff di EuroLeague perché da quando sono qui non li ho mai mancati e non ho intenzione di cominciare adesso. Poi costruiremo da quel risultato. Come giocatore dico sempre che mi considero una guardia, il che suona anche divertente, ma davvero mi ritengo un giocatore pericoloso soprattutto nelle situazioni di pick and pop. Non è quello che tradizionalmente la NBA cerca in un centro, uno che giochi spalle a canestro, ma è quello che sono.”
In foto: Moses Wright | Foto di Marco Brondi // CIAMILLO-CASTORIA