Permettete a chi scrive di inumidire con qualche lacrima queste righe, permettetegli di pensare che un altro anno sarebbe stato una chiusura forse più giusta. E permettetegli di ammettere che, anche in caso di un’ultima stagione, non sarebbe stato pronto a vivere questo momento.

Perchè è così; con Pau Gasol lascia il basket giocato un pezzo di noi, un pezzo di quei poster che restano nel cuore, specialmente se la Spagna è parte di te. E allora ti commuovi con lui, perchè, dopo Nowitzki, il giocatore europeo per eccellenza a cui abbiamo pensato per tanti anni, prima della grande rivoluzione odierna, si chiamava Pau Gasol Saez.

Una sua gigantografia, musica lirica, una sedia sul palco, vuota, lo scenario del Teatro del Liceu di Barcellona.

La platea s’illumina mentre entrano personalità del basket come Jorge Garbajosa, Felipe Reyes o Rudy Fernández, poi Juan Carlos Navarro prende posto in prima fila. Di seguito ci sono tutti, compreso Saras Jasikevicius nel giorno in cui il Barça anticipa la sesta giornata di campionato. E ovviamente la famiglia di Pau: i fratelli Marc ed Adriá, i genitori, moglie e figlia.

E poi lui: entra da un lato del palco, strette di mano a tutta la prima fila, anche alla seconda, l’abbraccio con Marc e Navarro, poi quello con Saras e tutta la dirigenza del Barça.

“Grazie a tutti di essere qui in un posto molto speciale anche per me. – ha esordito Pau – Volevo cominciare dal contesto, per capire come ho vissuto emotivamente tutto questo. A maggio 2019 decisi di operarmi al piede per la frattura da stress dello scafoide. Firmai con Portland con l’obiettivo ambizioso di giocare in 6 mesi, tutto andava bene finchè non è apparsa una nuova frattura nello stesso osso. Ho dovuto ricominciare tutto da capo e mi sono sottoposto ad una nuova operazione al piede, con una terapia sperimentale ed ho aspettato, non solo per tornare a giocare, ma per la mia salute. Molti dottori non erano sicuri che sarei tornato a giocare, in quel momento, ma io sono una persona che ama le sfide e volevo lottare per l’improbabile e per la speranza di poter giocare davanti a mia figlia. Nella riabilitazione mi ha aiutato anche Raul López (ex Real Madrid) che era passato per esperienze simili, poi il mio fisioterapista ed un’equipe medica creata da solo, capitanata da Marc Guillé.
Ero molto tranquillo, qualunque fosse l’esito, poi però si era presentata l’occasione di tornare al Barça, e voglio ringraziare Navarro e Jasikevicius per la fiducia. È stato uno dei momenti più belli della mia carriera ed ho potuto tornare anche in Famiglia, in Nazionale, anche se non siamo riusciti a vincere una medaglia”

“Oggi sono qui – ha proseguito – per fare un anuncio che tutti già vi aspettavate, mi ritiro dal basket professionistico. È una decisione difficile, ma meditata, bisognerà cambiare marcia e sapersi godere una nuova tappa. Volevo chiudere la carriera giocando, non infortunato. E voglio ringraziarvi, con il Barça, il club in cui ho iniziato a 16 anni, ho vinto un altro campionato, poi ho giocato la quinta Olimpiade con i miei compagni, per cui grazie a tutti”.

Un momento di respiro e di emozione nel volto di Gasol, gli applausi della platea, gli occhi lucidi del più grande spagnolo che abbia mai calcato un parquet.

“Durante una carriera così lunga come la mia lavori, e devi essere grato, a tante persone. Quando ero nelle giovanili mi dissero che l’importante non era arrivare, ma restare in alto. Io, invece, ho provato a migliorarmi ogni volta di più, ho imparato l’importanza del lavoro di squadra”.

Poi arriva il momento dei ringraziamenti.

Alla stampa: “Grazie a voi il nostro lavoro arriva alla gente, e voglio ringraziarvi dell’affetto che mi avete mostrato, tanto per il giocatore come per la persona, e non abbiate dubbi, ci sentiremo ancora per tutti i progetti che continuerò a portare avanti”.

Ai tifosi: “A volte non si dà a loro l’importanza che meritano, in tempo di pandemia il non poter giocare davanti ai tifosi si nota, loro ci fanno sentire speciali”.

“Dovrei ringraziare – prosegue – varie persone che mi hanno aiutato durante la carriera, non posso dirli tutti, non fatemene una colpa, tutti avete fatto un grande lavoro per far funzionare le squadre, tra tutti voglio menzionare Pepe Casal che mi ha aiutato a migliorare fisicamente per poter competere contro i grandi”.

La commozione fa capolino, Pau ringrazia anche gli allenatori “Ho imparato da tutti”, e racconta aneddoti come quello con l’allenatore di minibasket che gli spiegò i primi concetti, poi quella partita in cui fu costretto a giocare da playmaker a Cornellá, “Ero un disastro”, sorride, “ma quella partita mi fece capire il lavoro del play”.

E poi i compagni, “So che sono uno che da’ poco preavviso, grazie a chi ha potuto esserci comunque”.

Su Marc: “Era più convinto di me di diventare professionista, io andavo con i piedi di piombo. Lui cercava di battermi, io di fargli capire che il fratello maggiore non si batte. Sono certo che continueremo a fare cose speciali con la fondazione o con il basket Girona”.

Sulla Nazionale: “Voglio essere grato a voi ed alla Federazione per il lavoro svolto, abbiamo avuto uno spirito molto speciale, quello di gente che si divertiva nel giocare. Voglio evidenziare la figura di Juan Carlos (Navarro), mi ha insegnato il senso dell’amicizia, mi ha aperto la mente, a volte ho anche interferito nei suoi appuntamenti. Era un riferimento quando ero giovane, quello che ha fatto per me rimarrà per sempre”.

“Volevo fare una menzione speciale al mio compagno Kobe Bryant – si ferma, per la prima volta fatica a parlare, la commozione è visibile, quasi singhiozza – “Mi piacerebbe tanto che fosse qui ma…questa è la vita. La vita a volte è molto ingiusta, mi mancano sia lui che Gigi. Mi ha insegnato ad essere un leader migliore, un vincente. L’ho sempre considerato un fratello maggiore, grazie Kobe”.

Arrivano i ringraziamenti alla famiglia, ai genitori che lasciarono tutto per seguirlo nei primi tempi a Memphis, ed alla moglie Kat, “Gli ultimi anni sono stati folli, mi hai aiutato tanto, sono fortunato per averti al mio fianco”.

Sul futuro, i progetti sono molteplici: “Ho investito molto in un’equipe di professionisti che mi aiuti a valutare ed iniziare progetti. Stiamo facendo un grande lavoro con la Fondazione, voglio ridare allo sport ed alla società tutto ciò che mi ha regalato. Cercherò di farlo sia come rappresentante degli atleti al CIO, sia come consigliere ed ambasciatore del Barça, come membro del Consiglio dello Sport, con l’accademia di basket per i bambini. Dal 2003 sono ambasciatore UNICEF e mi hanno nominato campione nella lotta all’obesità infantile, ora avrò più tempo per focalizzarmi su questi progetti, uno di questi è che la Spagna adotti un piano contro l’obesità infantile”.

E conclude: “Oltre alle medaglie, ai titoli, ciò che importa è godersi il presente con le persone che ami, è ciò che ho sempre fatto e continuerò a fare d’ora in poi. E poi non è un addio, i rapporti restano”.

Arriva il momento delle domande e le risposte

Sul suo lascito: “Vorrei essere ricordato come un giocatore che ha dato il 100%, alla fine giocare fino a 41 anni mi ha reso felice. Sono grato della carriera che ho avuto e dell’affetto ricevuto”.

Sul finale di carriera al Barça: “Un regalo inatteso. Mi chiedevano sempre quando sarei tornato, ma giocavo in NBA e non c’erano le condizioni, poi è successo che Juan Carlos e Saras mi hanno voluto fare un regalo, permettendomi di giocare una Final 4 e vincere un campionato contro una grande come il Real Madrid”.

Sul come è arrivata la decisione e sull’affetto dei tifosi: “I tifosi sono stati più che straordinari, non è facile andare sul parquet del Real e venire applauditi. La decisione è arrivata dopo le Olimpiadi, avevo già l’impressione di stare andando oltre le mie possibilità e di aver corso un rischio con l’infortunio al piede. Dopo Tokyo ho notato la voglia di restare più tempo a casa, avere più flessibilità”.

Sulla possibilità di diventare allenatore: “Ci ho pensato, ma richiede tantissimo tempo e dedizione, più di quella del giocatore. Io cerco flessibilità, un ampio ventaglio di possibilità, non una sola. Per il momento proverò ad essere consigliere, magari dirigente. Ho già parlato con varie squadre di NBA per vedere come lavorano ed imparare”.

Perchè Pau lascerà i parquet, ma non lascerà mai il basket, ed infatti l’ha ammesso candidamente: nel progetto Girona di Marc c’è anche lui.

Si chiude una tappa, e fa male a tutti gli appassionati.

Non resta che dire, con gli occhi ancora lucidi, “Gracias, Pau”.

 

 

Elio De Falco