Nessuno aveva mai atteso così tanto un titolo NBA. Da 47 anni Denver aspettava che il Larry O’Brien Trophy arrivasse in città. Il 12 giugno 2023 è finalmente successo, alla Ball Arena i Nuggets hanno chiuso la serie con i Miami Heat e si sono aggiudicati il titolo.
Quella di Denver però è una storia che parte ben prima di queste Finals, di questi playoff e addirittura di questa stagione. Non si tratta di una predestinata. Quello che oggi rappresenta è infatti il frutto di un processo durato anni e con tanti imprevisti che avrebbero potuto sgretolarlo. Fortunatamente si è andati avanti, con caparbietà.
Tutto ha avuto inizio quando, quello che oggi è l’uomo franchigia, è approdato in Colorado. Nikola Jokic è stato selezionato alla n°41 del Draft del 2014, in un momento, che negli anni successivi, è diventato iconico. Durante la chiamata del serbo, la televisione americana stava infatti trasmettendo una pubblicità di Taco Bell, e quindi l’annuncio della sua scelta è arrivato con una semplice grafica in sovrimpressione. Il “Joker” come verrà soprannominato poi, un ragazzo un po’ sovrappeso che arriva dalla lontana Serbia, rappresenta a pieno lo spirito di questi Nuggets. La realtà non è sempre come appare, e talvolta le grandi qualità sono nascoste.
Il serbo quest’anno, dopo due consecutivi, è stato spodestato dal trono di miglior giocatore della lega da Joel Embiid, ma nonostante questo è riuscito a fare l’ennesimo passo avanti nella sua carriera, imponendosi ancora di più come leader della sua squadra e centrando un risultato storico. Facundo Campazzo, ex giocatore dei Nuggets, ora in forza alla Stella Rossa, ha sottolineando la centralità e indispensabilità nel gioco dell’ex compagno: “Rende tutti migliori. Dopo aver giocato con lui, diventi un giocatore migliore, ecco perché è così speciale. Inoltre, può segnare, può passare, può difendere, gioca molto intelligentemente.“
Un ulteriore pezzo importante per la franchigia si è aggiunto nel 2016. Infatti alla n°7 del Draft di quell’anno, Denver ha selezionato Jamal Murray, promettente guardia canadese proveniente dalla Kentucky University.
Dopo essere stato fuori dai giochi dall’aprile del 2021 a causa della rottura del crociato del ginocchio sinistro, Murray è tornato questa stagione a calcare tutti i parquet degli USA riuscendo nuovamente ad avere il ruolo centrale che meritava. Tutto questo, mattoncino dopo mattoncino, ha contribuito a costruire, sotto la guida di Mike Malone, una squadra dal grande valore.
Già nella bolla di Orlando nel 2020, i Nuggets avevano dimostrato i loro pregi, nonostante fossero stati fermati dalla squadra che avrebbe poi vinto il titolo, i Los Angeles Lakers. Quest’anno i ruoli si sono invertiti, e i gialloviola di Lebron James sono stati travolti da Denver che li ha surclassati con un netto 4 a 0. La franchigia del Colorado ha incontrato sul suo cammino diverse squadre ostiche, oltre ai già citati Lakers, anche i Phoenix Suns alle semifinali di Conference, i Minnesota Timberwolves al primo turno e chiaramente i Miami Heat in finale.
Si è trattato di un processo opposto rispetto a quello che molte squadre stanno scegliendo di intraprendere. Invece di cercare un risultato nell’immediato, assemblando dei roster con grandi stelle ma senza preoccuparsi della loro compatibilità, i Nuggets sono arrivati a guadagnarsi tutto un passo per volta. La costruzione di un’identità e l’innesto infine dei tasselli necessari a completare il puzzle, come Aaron Gordon, Kentavious Caldwell Pope, Bruce Brown e Christian Braun si sono rivelate delle scelte vincenti.
Dopo la vittoria del titolo coach Malone ha annunciato che questo deve essere solo un punto di partenza: “Durante la premiazione ho detto che questo è l’inizio di qualcosa, non la fine di un viaggio, perché ho imparato la lezione da Pat Riley. Lui diceva che in questa lega parti che non sei nessuno, e diventi uno che lotta per emergere; da uno che lotta per emergere diventi un vincente; da vincente ti trasformi in contender, uno che punta al titolo; e da contender a campione; poi, da campione, punti a costruire una dinastia – e noi non siamo soddisfatti con l’aver vinto. Sì, abbiamo fatto qualcosa che qui non era mai stata fatta, vincere un titolo NBA, ma non siamo soddisfatti”
In foto (Twitter)
Alessandro di Bari