La rimonta del Taliercio contro la Reyer Venezia, chiusa sull’81-75 dopo un primo tempo da incubo, è stata molto più di una vittoria pesante. È stata la fotografia più nitida del girone d’andata della Virtus Olidata Bologna: una squadra che non molla, che soffre, che accetta le difficoltà e che, alla lunga, trova sempre il modo di restare in piedi. Il primo posto in classifica, con 13 vittorie e sole due sconfitte – al Forum contro Milano e in casa contro Cremona – certifica un percorso solido e continuo. Un dato che assume ancora più valore se confrontato con la scorsa stagione, quando al giro di boa la Virtus era quarta con un bilancio di 11-4, in piena rincorsa dopo un avvio complicato.
Numeri alla mano, il dato più curioso – e forse più rivelatore – è quello dei punti segnati. La Virtus è soltanto 14ª in LBA con 79.8 di media: una posizione che racconta una verità precisa, ovvero che i successi bianconeri sono stati costruiti soprattutto nella propria metà campo. I 72.5 punti subiti a partita, miglior dato del campionato, parlano di una squadra che ha scelto la difesa come fondamento della propria identità. Un aspetto tutt’altro che scontato, considerando il dispendio di energie fisiche e mentali richiesto dall’EuroLeague: è fisiologico lasciare qualcosa per strada in campionato, e invece la Virtus è riuscita a mantenere standard altissimi.
Ridurre però tutto alla difesa sarebbe ingeneroso. Al di là dei punti segnati, la Virtus ha espresso una pallacanestro di qualità, fatta di letture, spaziature e talento diffuso. Il secondo posto per assist di squadra (19.4), il quarto per percentuale da due (57.1%) e il terzo da tre (36.4%) raccontano di un attacco che sa muovere la palla e colpire con efficienza, anche senza forzare i ritmi o affidarsi a un solo terminale. È una squadra che gioca insieme, che valorizza il proprio tasso tecnico e fisico, e che sa adattarsi ai momenti della partita.
Ma il vero marchio di fabbrica di questa Virtus è il carattere. La capacità di non arrendersi mai, di restare dentro le partite anche quando tutto sembra girare storto. Venezia ne sa qualcosa, dopo il +18 dell’intervallo dissolto nella ripresa. Così come Udine, che al PalaCarnera aveva il pallone in mano a 20 secondi dalla fine sul +4 e ha finito per perdere. Episodi diversi, stessa sostanza: prima di battere la Virtus bisogna sudare fino all’ultimo possesso. È un’attitudine che appartiene al DNA del club con Dusko Ivanovic al timone e che oggi si riflette sia in LBA sia in EuroLeague, alimentando un entusiasmo crescente attorno alla squadra.
Dentro questa identità forte ci sono tanti protagonisti diversi. Se si dovesse scegliere un MVP del girone d’andata, il nome sarebbe quello di Matt Morgan, perfetto vice di Carsen Edwards, anche se per rendimento questo ruolo inizia a stargli un po’ stretto. Accanto a loro c’è stata la crescita, partita dalle gare di LBA, di Derrick Alston Jr., il salto di continuità di Saliou Niang culminato nell’exploit finale proprio contro Venezia, e il ritorno alla stabilità di Luca Vildoza, tornato a esprimere quella leadership e quella lucidità viste anche nella trasferta di Trento. E poi il cuore di Daniel Hackett, anima e identità emotiva della squadra, il collante che tiene insieme tutto. Senza dimenticare il lavoro silenzioso ma prezioso del “supporting cast”: Pajola, Diouf, Smailagic, Jallow, Akele.
Il girone di ritorno si apre con nuove prospettive e nuove sfide. In LBA la Virtus potrà iniziare a inserire gradualmente Francesco Ferrari, dandogli finalmente spazio e minuti. Ma soprattutto ripartirà da certezze solide: una difesa d’élite, un gruppo profondo e una mentalità che non accetta scorciatoie. È questa la Virtus che sta facendo innamorare la sua gente: meno rumorosa nei numeri offensivi, ma tremendamente concreta.

Eugenio Petrillo 

Nell’immagine Hackett, Pajola e Morgan, foto Ciamillo-Castoria