Vent’anni fa, a Sydney, ci mangiavamo le mani per aver buttato via il quarto di finale con l’Australia e una più che possibile medaglia, chiudendo poi quei Giochi al quinto posto. Oggi siamo qui a Tokyo ad attendere con apprensione il confronto con la prima della classe, almeno del nostro girone. Quell’Australia che nel frattempo ha fatto passi da gigante e si è avvicinata tantissimo al basket americano al punto di contare nelle sue fila ben sei giocatori Nba oltre a quel Dallavedova, difensore arcigno che dopo anni di professionismo negli States è tornato al Melbourne United. Terza nel ranking Fiba alle spalle di Usa e Spagna, per ben quattro volte ha sfiorato il podio: l’ultima a Rio de Janeiro nel 2016 e quarta si è piazzata anche a Pechino nell’ultima World Cup cedendo in semifinale alla Spagna e in finale alla Francia.

Queste le referenze della squadra di Brian Goorjian che, pur non avendo mai vinto una medaglia a Giochi Olimpici o Mondiali, ha mostrato tuttavia una continuità di risultati ad altissimo livello che le valgono un indubbio e meritato rispetto. È la squadra che, dopo aver travolto la Nigeria (con otto Nba e due europei: Nwatu a Samara ed Ekpe Udom, appena firmato dalla Virtus Bologna), domani affronta l’Italia. È la partita chiave del brevissimo girone olimpico, appena tre gare: chi vince è pressoché sicuro del primo posto, chi perde rischia di tornarsene a casa se dovesse fallire il terzo impegno.

Questo vale soprattutto per gli azzurri che sono dunque di fronte ad un ostacolo difficilissimo ma non proibitivo: in fin dei conti si parte sempre dallo 0-0. Poi, però, bisognerà cominciare a mettere punti all’attivo e limitare quelli al passivo. Sacchetti e gli azzurri hanno sparso parole piene di ottimismo, che si racchiudono sostanzialmente in un paio di concetti: dobbiamo fare quello che meglio sappiamo fare (e cioè la difesa) cercando di sorprenderli con le nostre armi migliori e la forza del gruppo (by Sacchetti); abbiamo spirito e morale alto, siamo carichi per questa esperienza (by Tonut).

Chiave tecnica, dunque: attenzione e pressione in difesa, scelte giuste in attacco, cercando comunque di tamponare la loro maggiore prestanza atletica, ma anche il mestiere di chi, come Patty Mills, trentatrè anni guardia di San Antonio, esponente della comunità aborigena, capitano degli aussies e portabandiera nella cerimonia d’apertura insieme a Cate Campbell, giunto alla sua quarta Olimpiade, vuole infine infrangere il tabù del podio finora negato. E poi chiave morale: la forza d’animo, il carattere, che gli azzurri hanno dimostrato sia a Belgrado sia qui a Tokyo nella partita d’esordio con la Germania per sovvertire pronostici contrari e impartire severe lezioni ad avversari sulla carta più quotati.

Domani il livello si alza. Alle 10.20 nell’arena di Saitama si presenta una delle più serie pretendenti al titolo olimpico o almeno ad una medaglia, ma si è già visto come, almeno in questa fase iniziale bisogna andar cauti con le previsioni: il primo ko degli Usa è emblematico, così come era difficile pensare che un solo uomo, Luka Doncic, potesse avere ragione dei vicecampioni del mondo, quell’Argentina che all’esordio ha avuto ancora nell’intramontabile Luis Scola (quinta Olimpiade) il suo baluardo più significativo. Noi ci affidiamo all’esperienza di Gallinari e Melli, al desiderio di riscatto di Polonara, alla conferma di Tonut e Fontecchio, alla regìa di Nico Mannion che, superata l’emozione dell’esordio (non dimentichiamo che ha solo vent’anni), vorrà sicuramente ingaggiare con il vecchio Mills un duello che potrebbe anche essere decisivo, più in generale alla solidità e alla compattezza di un gruppo che finora non ha deluso.

Il programma di domani, aperto da Nigeria-Germania, prima di Italia-Australia propone un Usa-Iran interessante non tanto sotto il profilo tecnico, quanto per quello “politico”: pensate che effetto propagandistico avrebbe una vittoria degli iraniani, peraltro niente affatto disprezzabili, e quale tremenda responsabilità, non solo sportiva, ha Gregg Popovich…

Domani si conclude anche il torneo 3×3, con le azzurre fuori dalle fasi finali. Hanno raggiunto i quarti, perdendo con le forti cinesi, chiudono al sesto posto, l’obiettivo minimo per rendere accettabile il viaggio olimpico, ma forse anche il massimo che poteva raggiungere questa squadra alla quale è mancato il contributo di Sara Madera, protagoniste della qualificazione, per mancanza di un sufficiente punteggio nel ranking mondiale. La lezione è che, se si vuole credere nel futuro di questa disciplina anche in Italia, è necessario impegnare di più le nostre ragazze e aumentarne il numero nell’attività internazionale in modo di acquisire esperienza e punti.

Uno sguardo infine a quello che succede negli altri sport, con il medagliere che sale a quota undici grazie ai bronzi di giornata della judoka Maria Centracchio e alle azzurre della squadra di spada. Fuori dalle gare per le medaglie invece la squadra di sciabola e Aldo Montano, per la quinta volta ai Giochi, che avrebbe sicuramente meritato di chiudere una stupenda carriera con un’ultima importante soddisfazione. Sono comunque Giochi difficili per l’Italia Team. Sfiorato più volte sia l’oro sia il podio, anche con le squadre il cammino è ad ostacoli: il volley maschile stenta, mentre vola quello femminile, il Settebello pareggia in rimonta con la Grecia. La notizia più bella di questa giornata è però Federica Pellegrini, la Signora del nostro nuoto che per la quinta volta consecutiva accede alla finale dei 200 sl. Non vincerà una medaglia, ma la sua impresa resterà comunque nella storia: nessuno c’è mai riuscito prima di lei.

Nella storia c’era già una ginnasta, Oksana Cusovitina: russa, uzbeka, tedesca, nuovamente uzbeka. A 46 anni ha deciso che questa è la sua ultima Olimpiade, in uno sport tradizionalmente e morfologicamente per teenagers. L’ho seguita da Barcellona – la sua prima Olimpiade, ma già quattro anni prima, appena tredicenne, era campionessa sovietica – a Pechino, sedici anni dopo e, avendone 33, era già considerata un fenomeno di longevità, ma l’età non le impedì di strappare un argento al volteggio. Raccontò la sua storia, della scelta della Germania perché solo lì le avevano consentito le cure necessarie per la leucemia del figlio Alishev. Ha continuato a gareggiare, tagliando il traguardo delle otto Olimpiadi, il record di Josefa Idem. Lo sport è questo.