Varese, e ora? Quella degli ultimi giorni sembra la narrazione tragicomica della fine di una storia a cui non vuoi credere, che non puoi credere e che preferiresti non leggere. O non vedere. 

Lo strappo di Egbunu come regalo di Natale aveva acceso un polverone non indifferente tra le mura di Masnago. Il pivot sul quale si era fatto all-in questa estate, riuscendo a convincere a rimanere nonostante le ricche offerte estere, ha abbandonato il campo di battaglia. Dopo aver lasciato l’allenamento e aver rotto con lo spogliatoio, si è accasato in tempi record all’Hapoel Gerusalem. I motivi reali sono sconosciuti, si possono accampare delle ipotesi che lasciano il tempo che trovano e che non risultano mai essere lo specchio della situazione reale dello spogliatoio.

E già in quel frangente di tempo ci si era chiesto: Varese, e ora? Ora arriva la parte sostanzialmente più difficile e ce lo racconta la storia varesina. Negli ultimi anni la ricerca di un pivot che sostanzialmente avesse le stesse caratteristiche di Egbunu, era stato un flop totale. La sua atleticità, la sua forza fisica, il suo apporto in termini di punti e di agonismo, mancavano a Varese dai tempi di Dunston. Quasi 8 anni. I predecessori non hanno mai avuto niente a che vedere con John. Caja al tempo preferiva giocare con una roccia muscolosa come Cain per ovviare al problema del centro. Però la figura classica del pivot all’americana, dalle parti di Masnago era una figura mitologica, inarrivabile e si è sempre provato a trovare delle contromisure adatte.

Ad Egbunu, si sono aggiunti sul piede di partenza anche Trey Kell e Jalen Jones. Rispettivamente la guardia e l’ala titolare della formazione di coach Vertemati. È in atto un vero e proprio ammutinamento. La battaglia non è ancora nemmeno cominciata e i ragazzi di Vertemati hanno già abbandonato il campo. È uno scenario triste, desolante. 

Ed è uno scenario che nessun tifoso di Varese si sarebbe mai aspettato. Perché, seppur le cessioni di Kell e Jones permettessero a Varese di monetizzare, le alternative ad oggi non sono sicuramente all’altezza. Soprattutto per Jalen in caso, che dopo la rottura del tendine di Achille sfortunatissima nello scorso anno, si era preso da leader la scena in campo, andando spesso oltre i 15 punti e dominando dall’arco. 

Si potrebbe incappare in discorsi sbagliati di gratitudine e riconoscenza, attaccandosi a quei valori ormai che nello sport sono sempre più una chimera. Sia Egbunu che Jones sono due vere e proprie scoperte biancorosse: giocavano in campionati sconosciuti, anzi giocavano poco o niente e non appena hanno soppesato le difficoltà dell’ambiente varesino, hanno preferito sposare una causa più tranquilla e ricca (Jones di fatto è ancora un giocatore della Openjobmetis ma rumours lo vedono vicino a Bourg). Si potrebbe fare un discorso del genere, ma è azzardato. Le dinamiche dello spogliatoio non si conoscono. È certo che manchi un leader forte, che possa realmente tenere unito il gruppo. 

È certo che qualcosa si sia rotto, però nel contesto generale sembra di vivere una situazione parallela allo scorso anno. Ed è spiacevole disegnare un parallelismo che vede una Varese unita per la causa, trainata da Scola, Douglas e proprio Egbunu a confronto con una Varese disunita e arrendevole. Con Kell e Jones dati per partenti. Con Egbunu a Gerusalemme alla ricerca della consacrazione sotto ogni punto di vista. Con Scola amministratore delegato che si immaginava tutt’altro inizio della sua carriera fuori dal campo. 

Il buio oltre la retina. È questa l’immagine della giornata a Masnago. Se le cessioni dovessero essere confermate e i papabili sostituti anche, è forse meglio rendersi veramente conto della situazione e reimpostare il target di inizio campionato. Con Pesaro che vola, dopo essere stata data per spacciata, con alla guida Luca Banchi; con una Fortitudo che torna anche lei a vincere, con le altre che corrono e vanno lontano, a Varese c’è il buio oltre la retina. La salvezza sembra essere sempre più lontana. Ma guai ad arrendersi.

Chi ha abbandonato il campo di battaglia, evidentemente non ha la tempra del guerriero. E dalle parti di Masnago, la sofferenza è uno status. Chi sposa il progetto, deve sapere a cosa va incontro. Chi sposerà il progetto da domani, deve sapere che l’impresa da compiere è titanica. Ma lo diceva Churchill, l’uomo per antonomasia delle imprese titaniche: “Ciò che conta realmente è la voglia di andare avanti.” La voglia, come base fondamentale del risorgimentoIl buio oltre la retina, le luci a Masnago si spengono. Il buio da due anni a questa parte è diventato un ospite parassita della storia di Varese. Ma nella Città Giardino esiste una parola che non può essere pronunciata: retrocessione. E quindi, da adesso in avanti, chiunque vestirà la maglia deve cucirsela prima in testa e poi in petto la convinzione che l’unica cosa che conta è la voglia di andare avanti e di salvare una situazione senza precedenti.