Si sa, in questo periodo dell’anno, con l’inverno nel pieno e le temperature rigide che avvolgono Bologna, i malanni sono all’ordine del giorno. La Fortitudo, però, convive da tempo con un disturbo particolare: un “mal di trasferta” che non è episodico, ma che si trascina da mesi. Per essere precisi è iniziato il 16 novembre scorso, quando la Effe è caduta per 80 a 67 nel derby con Cento. Da quel momento in poi nessuna gara lontana dalle mura amiche ha più regalato soddisfazioni. Per ripescare l’ultimo successo bisogna infatti tornare a qualche giorno prima, quando al Taliercio la Flats Service superava per 81 a 56 la Mestre dell’ex Nicola Giordano.

Nel frattempo gli uomini di coach Attilio Caja hanno raccolto quattro vittorie tra le mura amiche, superando Forlì, Livorno, Ruvo di Puglia e Roseto. È vero, si potrebbe osservare come tre di queste formazioni stazionino nelle zone basse della classifica, ma i successi restano tali e vanno comunque messi a referto. Ciò che continua a far discutere, però, è la qualità della pallacanestro espressa: una Fortitudo che vince, sì, ma senza mai dare la sensazione di aver trovato continuità e solidità nel proprio gioco

GLI INFORTUNI
L’asterisco va sempre messo sulle problematiche relative agli infortuni, che sono stati numerosi, ma allo stesso tempo rappezzati più volte con nuovi innesti. Il club ha tesserato infatti 14 giocatori senior nel corso della stagione, con il dato che scende a 13 se si considerano solo i contemporanei sotto contratto, visto che Harris è rimasto sotto le due torri per un periodo di tempo limitato.

Considerato quindi il problema degli infortuni, che però ha colpito anche altre squadre, basti pensare che Verona ha fatto a meno di Justin Johnson per due mesi e più volte Smith, l’americano di “ripiego”, si è trovato a giocare da solo per le problematiche fisiche di McGee. Così come Rimini è da fine ottobre senza Gerald Robinson e solo dopo l’infortunio di Mark Ogden ha pescato dal mercato Alipiev. Rimanendo in ambito delle big, anche Pesaro ha avuto per diverse gare ai box Kay Felder e quando l’ha ritrovato non ha potuto contare su delle condizioni fisiche ottimali. E si potrebbe andare avanti ancora con Francis di Brindisi, Harrison di Bergamo e via dicendo. Dunque il problema infortuni c’è, ma è una difficoltà condivisa con tante realtà del campionato. Piuttosto, appurata la criticità dell’infermeria, bisognerebbe dare uno sguardo alle questioni che non permettono alla squadra bolognese di brillare.

L’ABUSO DEL TIRO DA TRE
Guardando i numeri della Fortitudo un dato colpisce più di tutti, e racconta molto dell’identità tecnica scelta: la Effe è l’unica squadra del campionato a prendere più tiri da tre punti che da due. In media sono 31.4 conclusioni dall’arco contro 29.6 tentativi da due, un rapporto che non trova riscontro in nessun’altra realtà della categoria. In un campionato come la A2, storicamente costruito su fisicità, gioco interno e controllo dei ritmi, Bologna segue un trend particolare. Tutte le altre squadre, anche quelle più orientate al perimetro, mantengono una chiara prevalenza di conclusioni vicino a canestro. Alcune girando attorno ai 35–40 tiri da due a partita. La Fortitudo, invece, sceglie deliberatamente una strada diversa, affidando gran parte della propria produzione offensiva al tiro pesante.

Questa scelta, però, non è sostenuta da percentuali tali da rendere il sistema realmente virtuoso. Il rendimento da tre punti della Flats Service si colloca su valori nella media della Serie A2, senza quei picchi di efficienza che giustificherebbero un volume così elevato. Ne deriva un attacco che vive di equilibri fragili: quando il tiro entra, la squadra può aprire il campo e trovare ritmo; quando le percentuali calano, diventa complicato trovare soluzioni alternative, soprattutto contro difese fisiche e organizzate.

Il dato diventa ancora più significativo se si osserva l’andamento recente. Nelle ultime dieci gare, il divario tra tiri da tre e tiri da due non solo si è confermato, ma si è addirittura ampliato. La Fortitudo ha accentuato ulteriormente la propria dipendenza dal perimetro, aumentando il numero di conclusioni dall’arco. Il problema è che, parallelamente, le percentuali da tre si sono abbassate (26% nelle ultime 10 giornate contro il 36% delle prime 12), rendendo questa scelta ancora più rischiosa.

In sostanza, Bologna tira di più da fuori proprio nel momento in cui il tiro da tre rende meno. Una dinamica che espone la squadra a lunghi passaggi a vuoto offensivi e a partite in cui basta una serata storta al tiro per compromettere l’intero impianto offensivo. Questo rende Fantinelli e compagni facilmente riconoscibili ma anche prevedibili, soprattutto nei momenti di difficoltà. L’assenza di un vero equilibrio tra dentro e fuori riduce il margine di errore e amplifica il peso delle percentuali.

La Fortitudo, insomma, è prigioniera della propria identità. Un’identità chiara, moderna per certi versi, ma che in un campionato come la A2 richiede un livello di efficienza che oggi, soprattutto nell’ultimo periodo, non sembra esserci. Finché il tiro dall’arco resta il principale motore offensivo senza il supporto di un piano alternativo vicino a canestro, ogni partita diventa una scommessa, e ogni calo percentuale rischia di trasformarsi in un problema strutturale.

Alessandro di Bari

Foto Fortitudo Bologna