di Maurizio Roveri
Ha ritrovato l’attacco, Milano. Lo aveva tenuto nascosto nelle prime due gare di questa serie per lo scudetto quando s’era fermata a 66 (pur vincendo, grazie ad una granitica prova difensiva)  e a 68 nella sconfitta di gara2. Ma nella terza sfida, davanti agli occhi di quell’oceanica macchia rossa che ha colorato il Mediolanum Forum, l’Olimpia A/X Armani Exchange ha messo in scena la prestazione offensiva più sontuosa ed efficace. Una prestazione da 94 punti, in quella che è stata – fino ad ora – la partita più bella sul piano dell’espressione tecnica delle Finals italiane.
Una vittoria limpida, che riporta Milano avanti nella serie: 2-1. Coach Messina ha rivisto la sua “vera” Olimpia: dura in difesa mettendo tanta pressione su Jaiteh, Shengelia, Weems e Pajola; logica, rapida, precisa, fluida nelle manovre. E nelle soluzioni.
La Virtus, orgogliosa per ventotto minuti seppure con una personalità non sufficientemente forte, ha ricucito il primo doloroso strappo sull’avvio turbinoso di Milano e ha messo anche il muso avanti in alcuni momenti del secondo periodo. Ha avuto la forza di tener testa ad una Armani in dimensione-Eurolega fin sulle ultime curve del terzo quarto. Poi, si è persa. Ed è sceso il buio. Alla distanza il gruppo bianconero ha perduto ispirazione, lucidità, controllo e incisività. Accentuando gli affanni difensivi nel contrastare una Olimpia Milano che ha espresso tutto, o quasi tutto, il suo potenziale offensivo. I 12 punti di passivo accusati dai virtussini ci stanno tutti. La voce statistica che “fotografa” con l’indice di valutazione il rendimento delle squadre, è ancor più eloquente sulla superiorità dimostrata nella sfida di ieri dal team di coach Ettore Messina: 106-91.
Perché ha vinto così bene Milano? Principalmente perché ha trovato ritmo in attacco. Aggiungendo pertanto alla proverbiale solidità difensiva una eccellente circolazione di palla. L’Armani Exchange è riuscita ad aprire il campo, circondando la Virtus, mettendola sotto pressione, lanciando attacchi da più fronti.
Milano ha colpito sui rientri difensivi un po’ pigri dei virtussini dopo palle perso o errori di tiro. Tempismo, opportunismo e tantissima attenzione in una Olimpia che ha eseguito con precisione e rapidità gli schemi. I blocchi, i tagli, triangolazioni e “giochi a due”, muovendo con sicurezza la palla da un lato all’altro del campo. Per produrre efficaci soluzioni dentro l’area e ottenere buoni tiri da fuori.
Milano ha diversificato gli attacchi, ampliando le soluzioni rispetto alle precedenti due gare. E ha trovato più interpreti.
Proponendo stavolta una mobilità e un dinamismo superiori alle sue precedenti versioni, la squadra di Ettore Messina ha reso meno efficace i cambi difensivi della Segafredo e punendo quando i difensori virtussini erano in ritardo.
Coach Messina ha avuto l’’abilità di cavalcare, tecnicamente e tatticamente, i giocatori che si sono fatti trovare più reattivi e più “caldi” nelle varie fasi dell’incontro. Così, nel ruggente avvio l’Olimpia ha avuto molta produttività da un Shavon Shields immancabile per la Virtus nel primo tempo, poi ha scelto di coinvolgere un enorme Nicolò Melli giustamente nominato MVP di questa gara3 (22 punti, 22 di valutazione, senza dimenticare la robusta difesa che è il marchio di fabbrica del campione reggiano). Successivamente, a dare ancor più concretezza e pericolosità all’attacco milanese è esplosa l’intraprendenza di Jerian Grant in versione extralusso. E sulle iniziative di Grant la pelle della Virtus, già “graffiata”, ha cominciato a sanguinare.
Una strategia di Milano, che trovo interessante, è l’aver difeso su Marco Belinelli non concedendogli niente di semplice, sì, ma soprattutto avendo l’accortezza di non inciampare nelle trappole dei falli. Che il “Beli” è molto abile a guadagnarsi. In questo modo l’Olimpia ha evitato di mandare il veterano campione della V nera in lunetta. Si sa che nei tiri liberi è pressoché infallibile. Ebbene, ieri Belinelli è stato mandato sulla linea dei “liberi” soltanto una volta…
Inoltre, il piano tattico della Armani Exchange prevedeva di togliere dal vivo delle lotte ai rimbalzi Mam Jaiteh e Toko Shengelia. Missione compiuta da parte della squadra di Ettore Messina: 3 soli rebounds per il centrone francese decisamente “svanito” e altrettanti per il guerriero georgiano, che stavolta ha avuto vita dura contro un grandissimo Melli.
Perché la Virtus Segafredo ha sofferto? Delle tre gare andate in scena, questa si porta dietro un 94-82 che rappresenta la partita con la differenza-punti più ampia. Milano è passata dai 66 e 68 punti delle due gare disputate alla “Segafredo Arena” ai 94 di ieri. Anche la Virtus ha confezionato più punti (da 62 e 75 è salita a 82). Però… se ne concedi 94 in trasferta, in una battaglia della serie-scudetto e contro una squadra tra le più forti di Eurolega, inevitabilmente perdi. Non hai scampo.
Mi è sembrato che la Virtus Segafredo non abbia variato il proprio gioco, la propria pallacanestro. Sempre la stessa narrazione. Diventando un tantinello prevedibile, contro una difesa che ti pressa e ti toglie il fiato. Bologna ha subìto la partita. Anzi, rinunciando ad utilizzare sia Mannion sia Tessitori (rimasti a scaldare la panchina per quaranta minuti) coach Sergio Scariolo ha avuto meno soluzioni offensive. Di sicuro una “panchina” meno profonda rispetto all’Olimpia che ha ottenuto cose utili, ad esempio, da Biligha e da Baldasso.
Il momento miglior della V nera si è verificato nel corso del secondo quarto, quando con un incoraggiante parziale di 11-5 nello spazio di quattro minuti e mezzo aveva messo anche il muso avanti. Inoltre, in quel momento, un avversario del valore di Melli inciampava sul terzo fallo (quando c’erano ancora venticinque minuti di partita….
Ecco, sul più bello la Segafredo ha perso l’attimo. Che è fuggito via. D’accordo, c’è stato un errore arbitrale: fischiato a Shengelia un fallo che non c’era, e ciò ha provocato anche un fallo tecnico. Ma poi, Jaiteh non è riuscito contrastare un tiro di Shields e in una successiva azione la Virtus si è fatta sorprendere concedendo 3 rimbalzi d’attacco consecutivi alla Armani!  E c’è stata anche una palla persa da Weems. Poi un paio di tiri forzati (e sbagliati) dalla V nera, mentre Bentil infilava per Milano una tripla. Insomma, la squadra bianconera avrebbe dovuto avere più costanza, più lucidità e un miglior controllo.
In sintesi: una Virtus che ha lottato ma che, a parte un meraviglioso Daniel Hackett, ha avuto pochi sussulti. Intimidita nell’ultimo quarto.
Weems, il Kyle Weems che ha spremuto nei mesi scorsi le sue migliori energie per aiutare la V nera a trionfare in Eurocup e guadagnarsi il diritto di partecipare all’Eurolega della prossima stagione, è attualmente sgonfio. In affanno. Non ha avuto la forza di prendersi neppure un tiro libero. Va detto. Serve a far capire (assieme ad altre situazioni) certi disagi, fisici e mentali, della Virtus in questa serie di finale. Che ora pretende una reazione coraggiosa degli uomini della V nera in gara4, domani.
Quel coraggio che ieri ha dimostrato Daniel Hackett, l’unico che con le sue scorribande e la sua continuità abbia veramente creato problemi alla difesa di Milano.
Il partitone di “Dani Boy” (18 punti, 11 falli subìti, 9 su 10 nei liberi, 6 rimbalzi, 2 palle recuperate, 5 assist e 34 di valutazione) avrebbe meritato una sorte migliore.
E se il timone di comando fosse stato affidato a lui all’inizio, chissà se Milano sarebbe riuscita a produrre 17 punti in 4 minuti…
Ma Hackett non era nello starting five.