di Maurizio Roveri
Quando l’Olimpia Milano con mani rapide, e ancora buona intensità, ha riportato in scena la sua miglior difesa… la V nera è rimasta stordita, frastornata, soffocata. E poi strangolata.
E’ bastato un attimo, un attimo soltanto, alla Virtus per buttarsi via. E scomparire. Improvvisamente. Totalmente. Nell’ultimo quarto di “gara4”. Ed è sconcertante che il crollo sia avvenuto proprio sul più bello. Quando, a diciannove secondi dall’inizio del periodo conclusivo, il gruppo bianconero era stato lesto a mettere il muso avanti cavalcando ancora (e fin troppo in questa partita) il suo valoroso guerriero georgiano Toko Shengelia. Chiaro, sul 57-55 per Bologna c’erano ancora nove minuti e quarantun secondi da giocare. Lunghi, estenuanti, faticosi. Il problema è che… la Virtus Segafredo si è fermata lì. Sul guizzo di Shengelia. Su quel piccolo vantaggio, che peraltro Shavon Shields (MVP di questa sfida) ha in fretta annullato.
Dopo, la squadra di coach Scariolo è rimasta senza voce. Senza energia. Confusa (confusa e infelice) nella boscaglia delle palle perse. Sono state ben 9, le “perse”, nello spazio di 8’21”: Teodosic (2), Pajola (2), Shengelia (2), Jaiteh, Belinelli, Cordinier. A far da malinconico contorno a due stoppate subite e ad un fallo tecnico alla panchina. Accusando un parziale devastante.
Che cosa c’è dietro a quei soli 7 punticini prodotti dalla V nera nell’ultimo quarto?
Fatica. Sofferenza. Tormento. Stanchezza. Un senso di frustrazione ad un certo punto ha assalito gli uomini della V nera bolognese, non avendo più le risorse per attaccare con efficacia quella difesa di Milano che – minuto dopo minuto – diventava enorme come una grande montagna davanti agli occhi di Shengelia e Teodosic, Jaiteh e Sampson, Hackett e Belinelli, Pajola e Weems e Cordinier.
Coach Scariolo ha utilizzato una rotazione a nove, ma sono arrivati tutti stremati alla fine. In panchina c’erano – e là sono rimasti per quaranta minuti – “forze fresche” come Nico Mannion e Amar Alibegovic. Mentre a “Tex” Tessitori è stata concessa una piccola apparizione di due minuti e trentasette secondi, in tempo per produrre un canestro, una stoppata e prendere un rimbalzo.
Questa, lo sottolineo, vuol essere semplicemente una constatazione.
La realtà è che la Virtus a 62 perde. Inevitabilmente perde contro questa A/X Armani Exchange, in una partita-chiave, dentro il Mediolanum Forum di Milano.
La brutta sconfitta di ieri sera, con l’immagine imbarazzante del “vuoto” dell’ultimo quarto, è spiegata in maniera incisiva e spietata dalla differenza tra palle perse (18) e palle recuperate (3).
Scariolo ha dato lo starting five a Marco Belinelli. Però il capitano virtussino non è riuscito ad accendersi. Milano, con la sua organizzazione difensiva, gli ha reso estremamente difficile l’uscita rapida dai blocchi. Shields e compagni non gli hanno concesso neppure un canestro da 3 punti. In una partita nella quale la Segafredo ha tirato dalla lunga distanza con un desolante 3 su 13.
Milano ha preso nove rimbalzi di meno. Tuttavia, ha vinto. E nettamente. Perché la sua pressione difensiva alla lunga ti strangola (14 palle recuperate). E in attacco la squadra di coach Ettore Messina ha maggior varietà dei soluzioni, in particolare esprime una pallacanestro più ordinata, più precisa, più concreta. Soltanto 5 palle perse, a indicare un efficace equilibrio. Il contrasto con le 18 “perse” della Virtus Segafredo si manifesta in tutta la sua evidenza.
Adesso l’Olimpia, balzata sul 3-1, ha nelle proprie mani il destino della serie-scudetto. Il traguardo è più vicino. Non è fatta, ancora. Domani la battaglia torna alla Segafredo Arena. La Virtus è chiamata a reagire. Cercherà un coraggioso sussulto, per tenere in vita la sfida. Deve, però, recuperare le certezze che sono andate smarrite nei fatali dieci minuti di un ultimo quarto desolatamente da 7 punti.
In particolare la V nera di Scariolo deve trovare il sistema per riuscire ad arginare Shavon Shields: le sue accelerazioni, i suoi 1c1, il suo opportunismo continuano a graffiar e ferire la difesa bianconera.