FOTO: Matteo Laganà (Ufficio Stampa Orlandina Basket)
di Camilla Vescovi
Eccoci con l’appuntamento #OVERTIME: oggi conosciamo meglio Matteo Laganà, il cestista ventenne di Reggio Calabria. Nonostante la sua giovane età ha già l’esperienza di un veterano: ha vinto la medaglia di bronzo al torneo internazionale di categoria Under18 a Mannheim, ha militato in SerieA in maglia biancorossa con l’Olimpia Milano, per poi stabilirsi a Capo D’Orlando in Serie A2 e rivestire il ruolo di capitano.
Finora viaggia a 12.7 punti di media, ma scopriamo insieme quali sono stati i tasselli fondamentali per arrivare dov’è ora:
Com’è nata la passione per la pallacanestro?
“La passione per la pallacanestro è nata nel momento in cui sono ho messo piede in palestra sin dalla prima volta; sono cresciuto nella palestra di casa, a Reggio Calabria, guardando giocare anche i miei fratelli maggiori, il che mi ha permesso di poter avere esempi da seguire. Inoltre ho avuto la possibilità di giocare nella LuMaKa, società di famiglia, nella quale ho mosso i miei primi passi“.
Quando si è reso conto che il basket sarebbe potuta diventare parte integrante della sua quotidianità?
“Quando ho iniziato ad avere le prime convocazioni in nazionale giovanile, le prime esperienze all’estero e l’interesse di parecchie squadre. Da lì ho capito che questa passione sarebbe potuta diventare anche altro… ad oggi oltre che ad essere un lavoro a 360 gradi, spero possa anche essere futuro: mi piacerebbe riuscire a mantenere la pallacanestro all’interno della mia vita, anche quando non sarò più un giocatore”.
A 16 anni ha lasciato casa e famiglia per andare a giocare all’Olimpia Milano; cosa le ha lasciato quest’esperienza sia dal punto di vista personale che cestistico?
“La parentesi Olimpia Milano mi ha fatto sicuramente crescere, ho avuto modo di vivere in un mondo di professionisti dove per fortuna non mi è mancato l’aspetto umano, infatti il settore giovanile era gestito da Nando Gentile e Filippo Leoni che mi hanno trasmesso le loro competenze, Nando in particolare quelle di giocatore e di questo non posso che esserne grato. Quell’anno sono stato in panchina anche con la prima squadra e ho vissuto il mio primo derby di famiglia contro mio fratello Marco, che al tempo giocava a Cantù e di certo non posso dimenticarmi di aver presenziato con l’Olimpia in Eurolega contro il Panatinaikos, è stata una delle esperienze cestistiche più belle, una di quelle che difficilmente riuscirò a dimenticare”.
A 20 anni essere già capitano di una squadra con una piazza importante e ricordata nel mondo della pallacanestro non è un riconoscimento da poco, cosa significa questo ruolo per lei?
“Andiamo per ordine, Capo d’Orlando per me è tanto. Non trovo le parole per descrivere due persone amabili, rispettose e desiderose di vedermi crescere cestisticamente come Patron Sindoni e suo figlio. Lo Staff dirigenziale con Ciccio Venza, anzi approfitto per fargli le congratulazioni per la carica che riveste in Lega, è impeccabile; per non parlare poi del poliedrico staff tecnico con il “mio” coach Sodini che quotidianamente, ormai da qualche anno, mi suggerisce consigli non solo tecnici ma anche umani e culturali per cercare di definire al meglio la mia figura di playmaker dentro il campo e quella di capitano fuori dal campo. Lo stesso vale per Sussi, Angori, Brignone, Fazio e Biagio di Giorgio, il mio fisioterapista di fiducia. Ma torniamo a noi: essere capitano di una squadra così composta, di una città dove i cuori battono tutti per l’Orlandina è per me un grandissimo onore. Quando cammini per le strade di Capo hai la fortuna di poter incontrare Gianluca Basile e Gigi Lamonica che hanno scelto di vivere qui la loro vita extra cestistica, questo fa aumentare in me il senso di responsabilità e voglia di lasciare, un giorno, un ricordo pari ai grandi giocatori che si sono alternati in questa città e tra questi, modestamente, metto anche mio papà Lucio“.
Quali sono gli obbiettivi che ogni giorno si prefissa per iniziare la sua giornata ?
“Avere uno stile di vita che porti a rispettare la mia posizione che, soprattutto in un periodo così drammatico, è favorevole e per certi versi anche privilegiata. Cerco di essere, seppur nel mio piccolo, un buon modello per gli atleti più giovani di me nella società e comunque per dare delle risposte concrete a tutte quelle persone che credono in me e mi sostengono nel percorso di crescita quotidianamente”.
Chi è Matteo Laganà fuori dal campo?
“Clark Kent, per non essere da meno a mio fratello Marco che è Bruce Wayne. Scherzi a parte, in realtà sono un ragazzo semplice ma anche uno scarso studente di Scienze Motorie che mette la testa sui libri nei ritagli di tempo che restano dagli allenamenti (lo faccio anche per evitare di essere massacrato dai miei genitori). Amo la mia famiglia ma soprattutto amo la cucina di mia mamma; spero che questa pandemia possa essere placata il più possibile e in un arco di tempo ristretto dato che ogni tanto torno a casa, e vorrei continuare a farlo in sicurezza anche e soprattutto per i miei familiari”.