Davide contro Golia, la provincia contro la capitale, gli outsider contro i predestinati. Ma anche una lezione affinché l’umiltà sia sempre considerata la chiave per il successo, sia nello sport che nella società. Questi sono stati i motivi fondanti che hanno reso speciale la vittoria del titolo nazionale di Jugoslavia da parte dello Zadar, avvenuta esattamente quarant’anni fa. È stato infatti il 26 aprile del 1986 che una pattuglia di atleti determinati a sovvertire una storia già scritta ha detto no a un copione che voleva la Cibona di Dražen Petrović vincitrice annunciata del campionato nazionale più qualitativo d’Europa.
Petar Popović, Stojko Vranković, Darko Pahlić, Ivica Obad, Ivan Sunara, Veljko Petranović e Ante Matulović, allenati da Vlade Đurović, hanno realizzato l’impresa più significativa della storia della pallacanestro della Jugoslavia proprio in casa dell’acerrimo rivale, in quella Zagabria dove la Cibona aveva predisposto la seconda festa stagionale, dopo quella di recente consumata per la vittoria della Coppa dei campioni d’Europa contro lo Žalgiris di Sabonis.
Più che le triple che nella seconda metà del tempo regolamentare e nei due tempi supplementari della bella di finale hanno permesso a Petar Popović di laureare lo Zadar campione al termine di una battaglia senza esclusione di colpi, che ha richiesto ben due extra-time per essere decisa (85:85 e 95:95 sono i parziali di tempo regolamentare e primo supplementare, prima del 110:111 conclusivo), a portare Zara al trionfo è stata la testa.
L’umiltà dello Zadar
Da un lato, la compagine dalmata ha fatto di tutto per vincere il sesto scudetto della storia del club della basket city d’Europa per eccellenza, il primo senza Krešimir Ćosić e Pino Giergia. Chiusa la stagione regolare al secondo posto, con quindici vittorie e sette sconfitte, lo Zadar ha acquisito confidenza nel corso dei playoff superando Bosna e Jugoplastika senza mai perdere.
Dall’altro, la Cibona, che si è presentata ai playoff da capolista, con ventun successi in ventidue partite nella stagione regolare, ha sottovalutato i segnali d’allarme forniti dalle sconfitte subite con Partizan e Stella Rossa, che hanno costretto Zagabria a superare quarti e semifinale alla bella.
La superbia della Cibona
Convinta di poter chiudere la contesa davanti al proprio pubblico, la Cibona si è inoltre presentata a Zara alla seconda gara della finale priva di Dražen Petrović, permettendo allo Zadar di portare la contesa a gara tre, ed eventualmente vincerla perfezionando un dispetto nei confronti degli storici rivali. Come ben spiega Krešo Butić sulla pagina Facebook del Museo della pallacanestro zaratina, l’atteggiamento dei campioni d’Europa in gara 2 è stato determinante nel dare ai dalmati quella marcia più per vincere anche la bella.
“Sulla seconda partita si potrebbe scrivere molto: l’assenza di Drazen ufficialmente per ‘infortunio’, l’atmosfera elettrizzante, il costante intervento dei dirigenti e di capitan Petranović per calmare i tifosi. Vlade Đurović ottenne tutto ciò di cui aveva bisogno: convinse i suoi giocatori di essere campioni e che sarebbero andati a Zagabria per il titolo. Inoltre, il coach qualcosa di ancora più importante: l’ovazione e il sostegno dei tifosi che gli erano mancati durante la stagione” spiega il cultore della storia cestistica dello Zadar.
Matteo Cazzulani
Nella foto: Stojko Vranković dello Zadar durante la finale (in maglia bianca numero 11). Credits: Muzej zadarske košarke