Che cosa sarebbe stata la stagione del Partizan senza l’infortunio di Carlik Jones? Questa è la grande domanda che, oramai da qualche tempo, tifosi e simpatizzanti della compagine bianconera di Belgrado si pongono dinnanzi a una squadra che, dal ritorno della guardia sud sudanese dall’infortunio, ha cambiato aspetto, carattere e ambizioni.
Non più temerario e svogliato, bensì affamato di successi, anche quando non contano nulla in termini di classifica, il Partizan ha saputo reinventarsi, o per meglio dire ritrovare l’identità smarrita nel mezzo del cammin della stagione in corso. Malgrado sia fuori dal discorso playoff in Eurolega, Belgrado, in Europa, continua infatti a vincere.
Il successo nel derby di Belgrado sulla Stella Rossa (82:89) è arrivato nel segno di Carlik Jones, che ha grigliato la Stella Rossa durante e prima della partita, anticipando con provocazioni a mezzo stampa una prestazione da 26 punti e 4 rimbalzi, coronata con un canestro da due punti e due liberi decisivi negli ultimi ventitré secondi dello scontro.
Un record europeo
La vittoria, oltre che per il valore intrinseco alla rivalità cittadina, e per aver complicato la corsa playoff dei rivali biancorossi, ha anche significato il sesto successo consecutivo in Eurolega. Trattasi, per il Partizan, di un record societario, che oltre a quella di Carlik Jones porta la firma di coach Joan Peñarroya.
Subentrato nientemeno che a Željko Obradović, nel mese di dicembre, con la fama di allenatore che ama giocare a ritmi alti, con difese aggressive considerate come un mero strumento per incrementare il numero di possessi, il coach catalano ha saputo adattarsi alla tradizione locale.
Cercando di controllare un poco più il gioco, senza sacrificare la pressione sul portatore di palla e sulle linee di passaggio, necessaria per invertire possessi e alzare i ritmi, Peñarroya ha innanzitutto fatto affidamento a una difesa di posizione, che ha avuto attuazione soprattutto sotto le plance.
Rispetto per la tradizione
La protezione del proprio canestro, di cui Peñarroya si era già avvalso al San Pablo Burgos, vincendo due FIBA Basketball Champions League, ha permesso al coach catalano di valorizzare anche i lunghi a sua disposizione, dando nel contempo pieno lustro ai propri esterni, sui quali lo stratega nativo di Terrassa suole tradizionalmente fare ampio affidamento.
Oltre a Carlik Jones, cruciale, nella gestione del collettivo bianconero è stato Nick Calathes, play di stampo tradizionale che ha saputo recepire le direttive di Peñarroya, adattandole a un roster al quale, a inizio stagione, era stato chiesto di giocare lento, ragionato e controllato.
Isaac Bonga, inoltre, ha mantenuto la propria vocazione difensiva, mentre Aleksej Pokuševski, Sterling Brown e Arijan Lakić, soprattutto dal perimetro, hanno ritrovato spazio e smalto, al pari di Bruno Fernando e Tonye Jekiri nel pitturato.
Obiettivi a lungo termine
Qual è, dunque, il senso di una stagione nella quale il Partizan continua a vincere in Eurolega anche quando non serve, oltre a mantenere il primo posto in una Lega adriatica nella quale pressante è la concorrenza del Dubai?
Sicuramente, l’aver riscattato l’onore in Eurolega è un obiettivo, modesto, che al tempo delle dimissioni di Željko Obradović sembrava impossibile da raggiungere. Da contendere vi è altresì la Lega adriatica, nella quale Belgrado è campione in carica.
Tuttavia, ciò che più conta per i bianconeri è lavorare su gerarchie e chimica di squadra, affinché, al netto dei nuovi innesti che giocoforza arriveranno nel mercato estivo, la prossima stagione possa essere preparata con notevole anticipo.
Matteo Cazzulani
Nella foto: il coach del Partizan, Joan Peñarroya. Credits: Euroleague