Carsen Edwards protagonista assoluto in maglia Virtus Bologna, è stato intervistato da Sky Sport.
Queste le sue parole:
Che tipo di persona è Carsen Edwards. “Penso di essere una persona gentile, alla mano. Se mi incontrate, potere sempre venire a parlarmi. A parte questo, penso di essere abbastanza tranquillo, non c’è molto altro da dire su di me. Non sono molto interessante”.
Non ti piacciono le interviste è evidente. “Ah si! Non mi piacciono”.
La famiglia. “Sono cresciuto in una famiglia molto unita e ho un fratello maggiore, quindi in un certo senso facevo tutto quello che faceva lui, dallo sport ai posti dove andava. Ed è così che è iniziato il mio percorso nel basket. Onestamente credo che il semplice fatto di giocare con lui e di stargli sempre vicino mi abbia aiutato molto. Essendo più grande di me, facevo sempre tutto con i ragazzi più grandi e questo mi ha aiutato a diventare più forte e a crescere più in fretta”.
Gli inizi nel mondo dello sport e nel basket. “Mia madre in realtà ha preso quella decisione per me. Pensava che nel basket ci fosse un’opportunità migliore per il mio futuro, soprattutto in vista del college. Però si, ho iniziato con il football. Da dove vengo io, in Texas, praticamente tutti giocano a football americano. Tutte le mie esperienze sportive, almeno fino al liceo, sono state soprattutto contro mio fratello maggiore. Quindi giocavo sempre contro i ragazzi più grandi, più forti e veloci di me. Per questo sento che non ho apprezzato davvero lo sport fino alle superiori”.
Il Draft NBA e la scelta 33 dei Philadelphia nel 2019. “È stato un momento davvero speciale, anche per la mia famiglia. Ci metti così tanto tempo e impegno per raggiungere un obbiettivo o un sogno. E poterlo vivere circondato dalle persone con cui vuoi essere è una sensazione incredibile.
Sapevo che probabilmente sarei stato scelto, era quello che mi era stato detto, però l’attesa di sentire chiamare il mio nome è sembrata infinita. Ma ne è valsa decisamente la pena”.
Gli anni in NBA tra i Boston Celtics e i Detroit Pistons. “La mia esperienza in NBA è stata positiva, me la sono goduta. Mi è piaciuto molto, soprattutto perché ero circondato da tante persone che ammiravo e da cui potevo imparare. La parte più difficile, probabilmente è stata cercare di guadagnarmi un posto e aspettare l’occasione giusta per scendere in campo. Non sapevo quando sarebbe arrivata e quell’attesa è stata dura.
Al di là di questo, stare accanto a certi giocatori e poter imparare da loro è stato davvero importante. Inoltre ero nel posto in cui avevo sempre voluto essere e questo è stato bello”.
L’idolo da bambino. “Probabilmente il giocatore che ho sempre ammirato è Tracy McGrady perché vengo da Houston. All’epoca giocava ai Rockets, specialmente quando ero più giovane l’ho sempre ammirato. Era un po’ il volto della squadra in quel periodo”.
La Summer League come vetrina. “Per quanto riguarda la NBA Summer League, dico sempre scherzando che se non gioco preferisco non esserci. C’è davvero tantissima gente. Ci sono giocatori che giocano, altri che non giocano, dirigenti NBA, persone del front office e ovviamente anche tanti spettatori. Succedono così tante cose che mantenere la concentrazione non è semplice. Credo che la cosa migliore sia essere intelligenti in tutto quello che fai, perché ci sono tantissime persone che ti osservano senza che tu nemmeno lo sappia. E poi è fondamentale capire bene la tua opportunità: quando arriva, devi farti trovare pronto e dare il meglio di te”.
Il coach più importante “Direi coach Painter, è stato il mio allenatore a Purdue, al college. Credo che ognuno comunque mi abbia dato qualcosa, ma penso di aver imparato lezioni davvero grandi mentre ero al college. Penso che sia stato semplicemente paziente con me. Ho avuto molti alti e bassi, stando lontano da casa e vivere cose che non erano semplici per me. Lui c’è sempre stato, non si è mai arreso, è rimasto paziente e ha semplicemente creduto in me”.
Il trasferimento in Europa. “È stato difficile per me. È stata una decisione su cui ho dovuto riflettere e pregare. Sapevo che sarebbe stata una sfida, ma era comunque bello perché era un’opportunità per giocare a uno dei livelli più alti al mondo.
Penso che all’inizio non mi abbia aiutato solo una persona, ma un gruppo di persone. Soprattutto i miei genitori. Anche per loro si trattava di una novità. Hanno cercato di starmi vicino il più possibile, soprattutto perché ero molto legato a loro. È stato davvero difficile lasciarli, ma allo stesso tempo devo molto anche ai miei compagni americani o quelli abituati al modo in cui vivo e alle mie abitudini”.
L’essere leader. “Penso che sia una delle cose in cui faccio più fatica. Preferisco semplicemente fare ciò che devo fare e guidare con l’esempio. Quindi, non lo so, al momento mi concentro solo sull’essere il migliore possibile e le cose andranno come devono andare”.