La serata della Virtus Bologna contro il Partizan ha lasciato in eredità molto più di una semplice sconfitta. Ha consegnato a Dusko Ivanovic una vera e propria emergenza tecnica: quella nel ruolo più delicato del basket, la cabina di regia. Un’emergenza improvvisa, quasi paradossale, che nel giro di pochi giorni ha tolto alla Virtus tutti e tre i playmaker del roster.
Prima Alessandro Pajola, poi Daniel Hackett. E nel corso del primo tempo della sfida della Virtus Arena contro il Partizan anche Luca Vildoza ha dovuto alzare bandiera bianca per un problema muscolare alla coscia sinistra. Una sequenza che ha lasciato la squadra improvvisamente senza un vero regista.
Una sfortuna clamorosa, concentrata tutta nello stesso ruolo. E inevitabilmente qualcuno ha iniziato a scherzarci su parlando della “maledizione di Brandon Taylor”, visto che questa catena di infortuni è arrivata proprio dopo la sua partenza in direzione Panionios. Battute a parte, il problema per la Virtus è tremendamente concreto.
Il basket, in fondo, è uno sport semplice da leggere. Ci sono tanti sistemi, tante varianti, tante interpretazioni. Ma c’è un ruolo che resta imprescindibile: il playmaker. Senza una guida in regia diventa tutto più complicato. Organizzare il gioco, gestire i ritmi, leggere le difese, scegliere quando accelerare e quando fermarsi. Tutto passa da lì.
E i circa trenta minuti giocati dalla Virtus senza playmaker contro il Partizan lo hanno raccontato in modo piuttosto chiaro.
Per un tratto la squadra di Ivanovic ha retto grazie al talento e all’improvvisazione di due giocatori costretti a reinventarsi fuori ruolo: Carsen Edwards e Matt Morgan. Il primo ha provato a prendersi responsabilità creative, il secondo a dare ordine alla manovra. Ma con il passare dei minuti il peso della situazione è diventato evidente.
Edwards non è un playmaker. Morgan, men che meno. Lo si era già capito la scorsa stagione e la partita contro il Partizan lo ha confermato.
Quando il minutaggio è salito e la stanchezza ha iniziato a farsi sentire, anche la lucidità è venuta meno. Emblematiche, in questo senso, le due palle perse consecutive di Morgan nel finale: due passaggi orizzontali tanto banali quanto pericolosi, quelli che si insegnano ai bambini a non fare. Due errori che si sono trasformati in recuperi e punti facili per il Partizan, indirizzando definitivamente la partita.
Ora però la Virtus deve guardare avanti. E il calendario non concede tregua.
Domenica alla Virtus Arena arriva l’Olimpia Milano per quello che, a tutti gli effetti, è un Derby d’Italia con un peso enorme nella corsa al primo posto della regular season di LBA. Una sfida che potrebbe dire molto, se non tutto, sulla gerarchia finale del campionato.
La situazione in cabina di regia però resta estremamente delicata.
Pajola sarà sicuramente out. Per Hackett si farà di tutto per provare a recuperarlo, ma il veterano bianconero arriva da giorni di stop e a 38 anni rientrare subito a pieno regime non è mai semplice. Senza dimenticare che negli ultimi mesi Ivanovic gli aveva ritagliato un ruolo diverso, spesso più vicino alla guardia o addirittura all’ala piccola che non alla conduzione pura del gioco.
In questo quadro complicato, una piccola nota positiva si è vista proprio ieri alla Virtus Arena: Alessandro Pajola è apparso per la prima volta senza stampelle. Il suo rientro non è imminente, serviranno ancora alcuni giorni, ma il segnale resta incoraggiante.
Sul fronte EuroLeague, invece, la sconfitta contro il Partizan rischia di aver chiuso definitivamente la corsa ai play-in. Uno scenario che potrebbe aprire nuovi spazi anche per qualche esperimento.
Nel quarto periodo Ivanovic ha già iniziato a guardare in quella direzione, schierando un quintetto non solo giovane ma addirittura “verdissimo”: Saliou Niang (2004), Francesco Ferrari in crescita (2005), Momo Diouf ormai una certezza (2001) e Matteo Baiocchi, addirittura classe 2007.
Un segnale interessante, forse anche una traccia per il futuro.
Ma il presente dice che la Virtus ha disperatamente bisogno di playmaker. Il club non è intervenuto sul mercato nelle ultime settimane e il nome di JD Notae continua a circolare con insistenza. Il problema è che anche lui è attualmente ai box, rendendo la situazione ancora più incerta.
Per questo, nell’immediato, tutto passa dai recuperi. Quello di Hackett, che potrebbe provare a stringere i denti già domenica contro Milano. E soprattutto quello di Pajola, per cui però non esiste ancora una data precisa.
Nel frattempo in casa Virtus si incrociano le dita anche per Luca Vildoza: la speranza è che lo stop nel primo tempo contro il Partizan sia arrivato in tempo per evitare conseguenze peggiori.
Perché in questo momento, più di ogni altra cosa, alla Virtus servono registi. Anche solo uno. Anche solo per rimettere ordine in una squadra che, improvvisamente, si è ritrovata senza bussola.
In un momento del genere, segnato da una sfortuna quasi surreale nel ruolo di playmaker, è inevitabile che alla Virtus venga chiesto qualcosa in più a tutti gli altri. Quando manca la cabina di regia, devono aumentare responsabilità, attenzione e presenza in campo da parte di tutto il roster.
Tra le note positive della serata contro il Partizan restano gli ulteriori segnali di crescita di Francesco Ferrari, sempre più dentro alle rotazioni e sempre più a suo agio anche a questo livello. Un percorso che sta proseguendo partita dopo partita.
Lo stesso però non si può dire di Alen Smailagic, apparso per tutti i quaranta minuti piuttosto sconnesso dal gioco e spesso in balia dei lunghi della squadra di Joan Peñarroya. In una fase in cui la Virtus ha bisogno di solidità e presenza sotto canestro, la sua prestazione non ha dato le risposte che Ivanovic si aspettava.
E non è l’unico. In questo momento sembrano attraversare un periodo complicato anche Derrick Alston Jr, a tratti fuori ritmo nelle ultime uscite, e soprattutto Karim Jallow, che fatica a trovare continuità e impatto dentro le partite.
Questo però non cancella ciò che la Virtus ha mostrato anche nella sfida con il Partizan: lo spirito di squadra, la disponibilità al sacrificio e una qualità di gioco che, nonostante l’emergenza, non sono mai venuti meno. La squadra di Dusko Ivanovic ha continuato a lottare, adattandosi a una situazione tecnica complicatissima e restando dentro alla partita fino ai momenti decisivi.
Proprio per questo, mentre si attendono i rientri di Pajola, Hackett e si valuta l’entità dello stop di Vildoza, la Virtus ha bisogno di una risposta collettiva. Perché se è vero che senza playmaker tutto diventa più complicato, è altrettanto vero che nei momenti di emergenza sono gli altri a dover alzare il livello.
Eugenio Petrillo
Nell’immagine Carsen Edwards e Luca Vildoza, foto Ciamilo-Castoria