«Siamo in una situazione particolare legata agli infortuni, ma io personalmente ho un punto di vista un po’ diverso rispetto al normale: non ci sono problemi, ci sono solo soluzioni. E noi dobbiamo trovare queste soluzioni».
La frase pronunciata da Dusko Ivanovic ai microfoni di LBA TV nel prepartita della sfida contro Milano è molto più di una semplice dichiarazione. È una filosofia. È quasi un manifesto. Ed è anche la chiave di lettura perfetta per comprendere la vittoria della Virtus Bologna per 104-94 nel derby d’Italia di domenica sera.
Perché la Virtus vista alla Virtus Arena è esattamente la squadra che Ivanovic descrive: una squadra che non perde tempo a piangersi addosso, che non cerca alibi, ma che lavora per trovare soluzioni immediate ai problemi che incontra.
E i problemi, questa volta, non erano pochi.
L’Olidata si presentava alla partita senza la sua cabina di regia naturale, con Alessandro Pajola, Daniel Hackett e Luca Vildoza fuori causa. Una situazione che per molte squadre sarebbe stata semplicemente ingestibile. Per la Virtus invece è diventata una sfida tattica e mentale da affrontare collettivamente.
Le risposte sono arrivate dal campo.
Carsen Edwards e Matt Morgan hanno diviso i compiti da portatori di palla, talvolta anche insieme sul parquet ma più spesso alternandosi nella gestione dell’attacco. Edwards, in particolare, ha dato alla partita la sua impronta offensiva con 28 punti, confermandosi non solo come terminale ma anche come creatore di gioco quando la situazione lo richiede.
Poi c’è la storia forse più interessante della serata: Derrick Alston Jr.
Se Edwards è stato il faro offensivo, Alston è stato la dimostrazione più evidente dell’evoluzione di questa Virtus. L’ex Manresa è un giocatore difficilmente incasellabile nei ruoli tradizionali. Con i suoi 206 centimetri può occupare fisicamente gli spazi dei lunghi, ma il suo gioco è quello di un esterno. È esile, rapido, perimetrale, capace di muoversi lontano dal ferro con naturalezza.
In sostanza, una guardia intrappolata nel corpo di un’ala grande.
E proprio questa sua natura ibrida lo rende un’arma preziosa in una squadra che deve continuamente reinventarsi. A inizio stagione il suo contributo offensivo arrivava soprattutto sugli scarichi. Oggi invece lo si vede sempre più spesso mettere palla per terra, attaccare il ferro e creare dal palleggio.
Contro Milano lo ha fatto con una naturalezza impressionante, firmando il suo high stagionale da 27 punti. Con quelle braccia lunghissime, la rapidità nei primi passi e la capacità di concludere sopra i difensori, diventa semplicemente un rebus per chi prova a marcarlo.
Ma la vittoria della Virtus non è solo la storia di due grandi prestazioni individuali.
È la storia di un collettivo che continua a trovare risorse dove sembravano non esserci. Tutti hanno portato qualcosa: energia, difesa, letture, sacrificio. Ogni giocatore ha messo le proprie caratteristiche al servizio della squadra.
E non è la prima volta che accade.
In questa stagione la Virtus ha già dimostrato più volte di avere una qualità rara: trasformare le difficoltà in opportunità. A gennaio, in piena emergenza lunghi, proprio contro Milano, Zalgiris e poi nella trasferta di Dubai, i giocatori disponibili avevano trovato energie e soluzioni inattese. A Montecarlo, senza diversi esterni e con rotazioni ridotte anche sotto le plance (out Edwards, Pajola e Smailagic), era arrivata un’altra vittoria che pochi avrebbero pronosticato.
È un filo che lega tutta la stagione bianconera.
Questa Virtus sembra funzionare secondo una logica quasi paradossale: più viene ferita, più diventa resistente. Più perde pezzi, più trova nuove forme per restare competitiva.
Ed è proprio qui che si ritrova la frase di Ivanovic.
Non esistono problemi, solo soluzioni da trovare.
Contro Milano la Virtus ne ha trovate parecchie. E se questo è lo spirito con cui affronterà la parte finale della stagione, allora il messaggio lanciato domenica sera è piuttosto chiaro: questa squadra, anche quando sembra in difficoltà, è tutt’altro che vulnerabile. Anzi. In qualche modo, proprio in quei momenti sembra diventare la versione migliore di sé.
Eugenio Petrillo
Nell’immagine Morgan e Alston, foto Ciamillo-Castoria