Non ho mai visto giocare Oscar Schmidt, semplicemente per una questione anagrafica, eppure le sue gesta mi hanno emozionato. Oggigiorno, nell’era dei social, è semplice reperire immagini di gioco che ne giustifichino l’esposizione mediatica di queste ore, immediatamente dopo la triste notizia della sua dipartita, all’età di 68 anni. Chiunque nel mondo ha voluto ricordare il miglior realizzatore che sia mai passato su di un parquet. Cecchino infallibile, è stato lo Steph Curry prima di Steph Curry.
Non ho mai visto giocare Oscar Schmidt eppure mi ha emozionato, da casertano, nei racconti di chi l’ha conosciuto. Perché l’ex recordman mondiale per punti aveva delle magnifiche qualità umane, prim’ancora che cestistiche. Caserta è stata e resterà per sempre la sua seconda casa. Lì dove ha fatto innamorare un popolo intero. Per dare una misura della cosa, non è utopico paragonare quello che ha fatto Maradona, a Napoli, nel calcio; con quello che ha fatto Oscar, a Caserta, nella pallacanestro.
Erano gli anni ’80, praticamente un’era glaciale fa per come si è evoluto il mondo nella comunicazione e con le nuove tecnologie. Ma anche quando il brasiliano ha lasciato la città, dove in realtà aveva deciso di restare a vivere dopo gli otto anni trascorsi tra le fila della Juvecaserta prima che cambiassero i piani del club, quel legame non si è mai spezzato. E infatti c’è ritornato tre volte. Nel 2003, al PalaMaggiò, ha organizzato la sua partita d’addio al basket giocato. Quella è stata l’unica occasione nella quale ho visto Oscar giocare.
C’è ritornato nel 2016, quando già avevo intrapreso la carriera da giornalista, per ricevere la cittadinanza onoraria della città. Un momento straordinario, con Oscar chiamato in campo durante la presentazione delle squadre in un Juvecaserta-Pesaro, con in dosso la sua mitica canotta bianconera numero 18, già ritirata dal club. C’è ritornato per l’ultima volta tre anni fa, nel 2023, per girare le riprese della docuserie ‘Scugnizzi per sempre’. E proprio in quella occasione, assistendo ad un Caserta-Roseto di serie B, ha potuto rimettere piede sul parquet del vecchio palazzetto di viale Medaglie d’Oro, oggi PalaPiccolo, che ha rappresentato per lui il benvenuto a Caserta nel 1982.
Quello che mi ha sempre incuriosito, è che chiunque in città associa la figura di Oscar alla vittoria dello storico scudetto del 1991. Eppure, a quel successo la ‘Mao santa’ non ha partecipato perché già ceduto a Pavia. Quella cessione mandò nello sconforto più totale il popolo casertano, legatissimo al giocatore. Un distacco che il tricolore in parte alleviò. E quella cessione non sarebbe mai avvenuta se fosse stato ancora in vita il Cav. Giovanni Maggiò, al quale Oscar era legatissimo e per il quale rifiutò l’offerta del Real Madrid dove avrebbe potuto giocare con Drazen Petrovic.
Oscar all’ombra della Reggia ha vinto una Coppa Italia, giocato due finali scudetto, una finale di Coppa Korac e una finale di Coppa delle Coppe ad Atene, contro proprio il Real di Petrovic, con metà città che raggiunse la capitale ellenica per sostenere la Juvecaserta. Una partita leggendaria, con Oscar e Petrovic che combinarono 106 punti in due, e che vide gli spagnoli vincere con un dubbio fallo finale non fischiato ai danni di Nando Gentile.
Tutto appartiene alla storia, ma il ricordo e l’amore di Caserta per Oscar è più saldo che mai. In giornata tifosi, appassionati, giocatori dell’attuale squadra, si sono ritrovati davanti alla Reggia per omaggiare O’ Rey do triple, e ci si aspetta il lutto cittadino per un persona come lui, che oltre ad aver avuto la cittadinanza ha contribuito con i fatti a far conoscere e portare in giro, per l’Italia e l’Europa, il nome di Caserta. Il suo più grande rammarico? «Non capisco perché vincevo tutto in Brasile e a Caserta no», così come ci ha raccontato in quella che forse è stata la sua ultima intervista italiana.
Giovanni Bocciero