Pausa dal campionato ed intervista con uno dei migliori coach che offre il basket italiano, il friulano Massimiliano “Max” Menetti: il tecnico ora a Treviso ha scritto pagine importanti di storia a Reggio Emilia, squadra e città che l’hanno lanciato e consacrato nel gotha del basket italiano. Con il tecnico della De’Longhi Treviso, che ringraziamo per la disponibilità, abbiamo ripercorso i suoi principali momenti di carriera, dall’inizio ad oggi.

Buongiorno coach, grazie della disponibilità. Come si è avvicinato alla pallacanestro, perché ha intrapreso la carriera di coach e chi è il suo riferimento?

“Mi sono avvicinato casualmente alla pallacanestro, soprattutto perché ero già alto rispetto ai miei coetanei. La carriera da allenatore è cominciata molto presto, già mentre giocavo da giovane facevo anche l’allenatore, poi è iniziata quando ho smesso completamente di giocare a 17 anni. Ho avuto tanti punti di riferimento, sicuramente ho fatto tanti anni da assistente a Frates con cui abbiamo lavorato 4 anni nelle giovanili, poi Grisanti e Consolini, ma quello che più ha segnato la mia carriera probabilmente è Dado Lombardi”

La sua carriera prende il via da Reggio Emilia, che ricordi ha del primo biennio con la Reggiana?

“Ricordi bellissimi, a 24 anni è stato il mio primo anno da professionista, il primo anno giocammo già una semifinale scudetto incredibile. Tra l’altro qui a Treviso se la ricordano perché eliminammo la Benetton nei quarti di finale. Per me era tutto nuovo, poi con un istrione come Lombardi e con dei giocatori di grande esperienza, da Montecchi a Ragazzi, lo stesso povero Mike Mitchell e poi un giovanissimo Gianluca Basile, sono sicuramente bellissimi ricordi. L’anno dopo facemmo per la prima volta la coppa, fu un secondo anno di fila ai playoff… anni molto belli.”

4 anni alla Juvenilia Reggio Emilia, che differenze si trovano tra basket femminile e maschile e quanto è complicato adattarsi? Che ricordi ha del quadriennio?

“Naturalmente è un mondo diverso rispetto alle risorse disponibili e ad un mondo che è un misto tra dilettantismo e professionismo, parlo di quegli anni di A2… il quarto anno vincemmo il campionato di A2 e venimmo promossi in Serie A. Sicuramente sono stati anni importanti perché la gestione di un gruppo femminile richiede molta sensibilità ed è stata un’esperienza sicuramente importante per farmi crescere come persona e come allenatore. Ho ricordi molto belli, ero giovanissimo, venivo fuori dall’esperienza di Reggio con delle basi che venivano da ex della Pallacanestro Reggiana, dal niente riuscimmo a portare la squadra in Serie A, sicuramente fu bellissimo.”

12 anni a Reggio Emilia, da vice e da coach, salvo un anno a Montegranaro. Un percorso straordinario con una promozione, un’ Eurochallenge, una Supercoppa e 2 finali scudetto, oltre a tante partite storiche giocate e vinte. Che anni sono stati a Reggio, che analogie e differenze trova nei vari successi e quali sono state le chiavi del percorso reggiano?

“Innanzitutto il senso di appartenenza della squadra di cui – fin dai 7 anni – facevo il tifo, ho fatto tutta la trafila da giocatore ed allenatore del mini-basket ad allenatore della Serie A. Sicuramente senso di appartenenza e di responsabilità molto importante, poi anche aver vissuto anche anni difficili, soprattutto nella prima parte con la prima esperienza da capo allenatore nel 2006-2007, però poi dalla magia di quella salvezza e dal baratro della Serie B nel 2011 siamo riusciti a costruire qualcosa che è stato magico e difficilmente ripetibile, queste sono le sensazioni principali con una grande crescita personale, del club, dell’ambiente… dalla quasi Serie B siamo arrivati al gotha del basket italiano ed Europeo, perché in tutto questo l’ultimo anno concludemmo con una semifinale di Eurocup. Furono anni veramente incredibili. Sicuramente una delle analogie è la continuità, cosa che esiste poco nello sport e nella pallacanestro. Uno dei trofei importanti fu quello del 2014 con Roma che rinunciò all’Eurolega: fu un momento in cui con la crisi molte squadre rinunciavano alle coppe, noi chiedemmo una wild card per l’Eurochallenge, vuol dire credere nel percorso europeo, ci credeva la società, tutti, c’era un grande allineamento tra lo staff, il club, la proprietà e tutto l’ambiente. All’inizio la chiamavano la coppetta, dicevano che era una coppa che avrebbe tolto forze al campionato: la verità è che noi abbiamo fatto una finale di Eurochallenge con 5mila reggiani in trasferta a Bologna. L’altro fu la Supercoppa, venivamo da una Gara 7 scudetto persa e fummo in grado di ribaltare subito e vincere il primo trofeo italiano della storia: testimonianza della forza del gruppo, non è cosa da tutti quanti.”

Ha qualche rammarico/rimpianto degli anni reggiani? Quale partita le ha dato la gioia più grande a livello tecnico e tattico, se ne esiste una?

“Credo che la percentuale tra gioie e rimpianti sia 95-5 se devo essere sincero, sono stati anni bellissimi. Rimpianti sicuramente quando siamo andati ad un millimetro dallo scudetto ma anche altre situazioni. Per me la più grande soddisfazione arriva dal fondo… ricordo due partite, una in Eurocup a Kazan: fu una partita incredibilmente che ci aprì le porte dei playoff. L’altra partita è gara 3 con lo Zenit che ci portò in semifinale della stessa Eurocup, quello è il punto più alto della Reggiana, eravamo tra le venti d’Europa per capirci. Quell’anno battemmo Kazan 2 volte, San Pietroburgo la eliminammo per andare in semifinale ed uscimmo con Kuban che poi fece una bellissima finale con il Darussafaka e giocò anche l’Eurolega. Quell’anno battemmo Bayern, Villeurbanne, Kazan e Zenit, fu una grandissima soddisfazione.”

Da Reggio a Treviso, una piazza storica presa dalla Lega Due e portata in A nel 2019 dopo una grande sfida con la Fortitudo, non prima di aver vinto la Coppa Italia. Che anno è stato il 2019? Era nei programmi una promozione quasi immediata?

“Quell’anno la Fortitudo vinse la stagione regolare e noi salimmo poi dai playoff, furono le 2 squadre che meritatamente salirono in Serie A. C’erano ottime basi, fu inizialmente un anno difficile soprattutto all’inizio perché dovevo capire ed adattarmi ad un nuovo livello, ma ci fu grande empatia, la capacità di capire quale mentalità e fame ci voleva per raggiungere la Serie A, abbiamo avuto la capacità di portare Logan in A2, cosa non da tutti, poi la fame di raggiungere questo grande risultato, sia di un gruppo di lavoro che di un ambiente che di un club che lo voleva ad ogni costo. Credevo fosse il posto giusto per ripetere quanto fatto con la Reggiana, la strada la conoscevo rispetto a tante cose, siamo ad un buon punto perché siamo alle Top16 di Champions League e sono passati 3 anni, non 300.”

La Serie A, un campionato completamente diverso ed il ritorno del derby veneto con Venezia, squadra con cui ha avuto grandi sfide a Reggio Emilia. Una prima stagione difficile, l’acuto del derby vinto e tanti alti e bassi: che impatto è stato con il massimo campionato?

“Impatto particolare poi interrotto dalla pandemia, quindi un anno particolare. Siamo partiti bene poi abbiamo avuto un periodo di crisi a dicembre dovuto a degli infortuni ma ne stavamo uscendo bene con due vittorie con Pistoia e Fortitudo Bologna, poi ci fu l’interruzione. Le stagioni vengono valutate alla fine, quindi… come dicevi te abbiamo fatto delle buone partite, ottime soddisfazioni, eravamo in sicurezza sulla salvezza. Tutto il gruppo degli italiani era all’esordio con la Serie A, non era semplice.”

La seconda stagione vede una buona Supercoppa, un percorso di alti e bassi in campionato prima delle 6 vittorie consecutive che hanno dato spazio ai playoff. Che stagione è stata e quando è arrivata la svolta che vi ha accompagnati alla post season?

“Nel campionato italiano avere alti e bassi vuol dire fare 50% di vittorie e raggiungere i playoff, furono molti più gli alti anche in considerazione dei problemi causati dalla pandemia ed in funzione della squadra che abbiamo voluto fare. Fu nettamente un anno trionfale per quanto mi riguarda per atteggiamento, per quanto si è costruito, per le 6 vittorie e per i playoff disputati, siamo l’unica squadra che è riuscita a mettere in difficoltà la Virtus, Milano compresa, ma siamo stati anche un po’ sfortunati perché era una serie nel quale avremmo anche potuto mettere molto più in difficoltà Bologna se ci giravano a favore un paio di episodi. Sicuramente è stata una delle stagioni più belle della mia carriera e credo una delle migliori di Treviso nella storia di TVB. Credo che la vittoria di Brescia dove eravamo sopra di 30 ed abbiamo avuto la capacità di non perderla perché ci avrebbe tagliato le gambe e poi la vittoria di Cremona con il tap in di Akele, quelle vittorie hanno cambiato la stagione.”

2021/2022 partito fortissimo, momento difficile tra infortuni e covid, come ne uscirà Treviso da queste difficoltà e quali sono le ambizioni fino a fine stagione? Una cosa che abbiamo notato è la capacità di tirare fuori prestazioni di orgoglio e resilienza quando si trovava con l’acqua alla gola. Crede che l’essere in una terra resiliente ed orgogliosa come quella trevigiana/veneta possa incidere? O sono solo questioni tecniche/mentali?

“L’analisi è quella che hai fatto te, c’è anche un peso per il doppio impegno rispetto a tutti quanti, dal club a noi, quindi un po’ lo abbiamo pagato ma siamo riusciti nell’ultimo periodo a portare a casa con le motivazioni la pellaccia, perché le ultime settimane sono state molto difficili, quasi impossibili. Ora siamo in una posizione che ci permette di fare tutto, principalmente dipende da noi, abbiamo bisogno di salute di continuità di lavoro… i ragazzi poi devono fare lo stesso sforzo fatto nei primi 3 mesi, quindi abbiamo possibilità di chiudere bene una stagione che ora ci vede a cavallo dei playoff ed autori di un’ottima coppa dove siamo ancora in corsa. Di sicuro ci vuole un pizzico di fortuna anche rispetto alla salute che è mancata. Secondo me dipende da tutto, quando si fanno imprese come quella di Pesaro non dipende dal giocatore o dall’allenatore, tutto il club voleva liberare un po’ di frustrazione, andare oltre l’ostacolo, è tutto quel che hai detto te. Bisogna avere una certa mentalità nelle difficoltà che non va nella creazione, nella ricerca ed allo snocciolamento degli alibi ma bisogna fare imprese. La forza che abbiamo avuto nel fare buone partite in questi momenti deve essere un valore su cui deve basarsi questo finale di stagione.”

Torniamo alle sfide con Venezia, coach, squadra che le ha dato gioie e dispiaceri. Ora è un derby per lei, come vive la stracittadina veneta e come la prepara a livello psicologico con la squadra? Come cambia la percezione dell’evento e quanto è importante saper dare la giusta energia senza esagerare ai suoi giocatori? Nel recente passato ha speso ottime parole per la Reyer: cosa ammira di Venezia e del team veneziano?

“Devo dirti la verità, anche quando con Reggio Emilia siamo arrivati alla Gara 7 delle semifinali scudetto sono state partite importanti, tiratissime, ma c’è sempre stato grande rispetto e grande correttezza, sia come club che come giocatori ed anche nel rapporto che ho io con Walter (De Raffaele). Da un lato sono state sfide accesissime ma anche di rispetto e correttezza, cose che credo esistano anche a Treviso, perché è vero che è un derby ed è una partita molto sentita, ma c’è molto rispetto tra i club e tra gli staff, cosa che credo sia molto importante. I derby dipendono anche dalla stagione, dal momento in cui sei, non c’è un modo per preparare determinate partite, ci sono squadre che hanno bisogno di sentire determinate cose ed altri gruppi che non hanno bisogno di particolari motivazioni. Dipende dalla stagione, dal momento in cui affronti il derby, non c’è una ricetta per preparare un derby. Bisogna essere bravi a capire il momento in cui lo giochi, il momento della tua squadra ed il momento degli avversari. La Reyer dal momento della Serie A ha vissuto anni di grande entusiasmo ed adesso è il momento di una squadra che ha vinto tutto, Treviso Basket nel 2012 non c’era ed ora si trova a giocare bellissimi derby con una Reyer che ha vinto scudetti e coppa Italia e tutto il resto, è anche per questo che c’è grande attesa ed il giusto campanilismo che si vive nei derby, comunque sempre molto belli, poi – lo dico di parte – la cornice del Palaverde è qualcosa di speciale, 5400 non sono 3500. L’unico rimorso è il non aver avuto il pubblico al completo in questi anni. Intanto non devo essere io ad ammirarli ed ammirare la bacheca di Venezia, ma come dico io ed il saggio Mourinho “rispetto a quelli che hanno zero tituli e parlano…”, ecco la bacheca loro mi pare bella piena, è la squadra che ha dominato negli ultimi 10 anni come trofei, anche loro hanno avuto continuità, danno la percezione di grande unità ed anche loro hanno superato le difficoltà: ogni anno sembra sempre la Reyer sul momento della crisi e poi hanno fatto grandi stagioni… sicuramente serietà e continuità e la bacheca sono cose che danno a vedere per la società, poi anche il rapporto di grande rispetto con De Raffaele, al di là del fatto che nel 2000 abbiamo fatto i corsi nazionali insieme, poi in campo ognuno fa la sua strada… non è che andiamo a cena ogni sera, anzi, credo che io e Walter abbiamo fatto poche cene, ma c’è rispetto per un grande professionista che ha vinto tanto.”

Un paio di curiosità. Ha qualche rito scaramantico che la accompagna? Andrea Cinciarini sta vivendo una seconda giovinezza, che rapporto ha con il Cincia? E’ sorpreso dalla sua stagione? Che rapporto ha con Treviso e la piazza in generale?

“Il mio rapporto con Cincia è uno dei più forti che ha avuto continuità anche nel momento in cui non è stato mio giocatore. Credo sia un rapporto di gratitudine reciproca, quello che lui ha fatto per me e per la mia squadra e quello che ho fatto io per lui perché lo avevo dai tempi di Montegranaro e poi lo ho portato con me a Reggio Emilia, sono stati 3 anni pazzeschi di completa consacrazione prima dei suoi anni bellissimi di Milano. Per me non c’è nessuna sorpresa, bravissima Reggio Emilia a capire che un giocatore di quella mentalità era ancora un giocatore vivo, credo sia stata questa la chiave, la bravura del club di aver capito che Cinciarini nel momento in cui sta bene fisicamente come sta ed è motivato è assolutamente un giocatore di altissimo livello, poi dopo c’è la sua fame, la sua voglia, a Milano si è messo a servizio della società e del club, ora è tornato ad essere protagonista e con la voglia di esserlo; in più è un grande professionista con un fisico che forse addirittura con gli anni è migliorato. Tutti dicono che io sia scaramantico ma sono tutte balle, nello sport ognuno ha le proprie abitudini che diventano ritualità ed anche io ho le mie. Queste cose nella gestione dei gruppi diventano importanti perché non è scaramanzia ma questione di partecipazione, condivisione nei momenti importanti della stagione. Da chi firma il contratto con la stessa penna, dal giocatore che si mette le scarpe o la maglietta, dallo studente universitario che fa lo stesso viaggio prima degli esami… ognuno ha le sue ritualità che ti aiutano anche ad avere ulteriore positività. Per quel che riguarda il mio rapporto con Treviso è fatto di gratitudine, ho avuto più percezione della bellezza degli anni di Reggio Emilia e di quei successi attraverso il tipo di stima che mi è stata data dal primo giorno che sono arrivato qui. Sono sempre stato trattato con grande rispetto, grande attenzione sia da parte dell’ambiente che del club che dello staff, quindi è un rapporto auguro a qualsiasi persona, di essere accolta da un club, da una città così, come sono stato accolto io con la mia famiglia.”

Domanda scomoda. Quali sono i suoi progetti futuri indipendentemente da Treviso? Nel corso degli anni si è spesso parlato di giocatori o allenatori che non avrebbero mai potuto giocare o allenare in un’acerrima rivale: lei che ne pensa? Se un giorno chiamasse Venezia ci penserebbe?

“I progetti futuri sono legati a Treviso, ho un altro anno di contratto… intanto però come progetto personale ho quello di chiudere al meglio questa stagione per poi godermi 2 mesi a casa con la mia famiglia perché sono stati mesi difficili. Non mi sono mai piaciuti quelli che per aizzare le folle hanno detto “io mai qua o mai là”, sapendo che siamo tutti dei professionisti… quelli che poi si sono ritrovati su Youtube con video delle conferenze stampa mentre dicevano “no ma io non andrò mai lì” e 5 anni dopo sono ad allenare in quella squadra. Siamo dei professionisti, lasciando perdere Venezia è un discorso generale, ora sono concentrato su Treviso ed ho un contratto qui, poi – essendo professionisti – andiamo a lavorare dove ci chiamano. Non mi piacciono quelli che per farsi belli dicono “non andrò mai lì” per essere populisti o beccarsi like e 3 anni dopo sono su quella panchina lì.”

Ringraziamo coach Max Menetti Treviso Basket per la grande disponibilità.

Daniele Morbio