“Gli allenatori di oggi fanno uno studio differente da quello del mio tempo.”
Coach Cesare Pancotto, dopo una carriera quarantennale in panchina da allenatore di basket in Italia e non solo, ha deciso di lasciare il basket. Nominato due volte miglior allenatore della Serie A e vincitore, su tre panchine diverse, della Serie A2. Tra i tanti temi affrontati, proprio il grande equilibrio dell’A2 è stato un punto centrale: “Campionato di alto livello, ci sono tante squadre in poco spazio nella parte alta della classifica.”
E non solo, anche il tema dei giovani è stato un argomento cruciale: “Ci sono tante squadre e pochi giocatori, alcuni in particolare stanno facendo bene, e il progetto di Banchi è interessante.”
Questi e molti altri temi, tra cui l’instant replay in A2, il basket in chiaro, e dei budget in A2 che stanno aumentando sempre di più.
–Sta considerando di poter tornare ad allenare, magari ci sono già state delle proposte in questo periodo che ha ricevuto?
“Ho smesso di allenare, ma comunque ho ricevuto tante offerte di lavoro. Ho deciso da un anno di fermarmi, perchè nella vita si fanno delle scelte, la mia è stata quella di mettermi da parte, il cammino che ho fatto nella mia carriera è stato lungo e importante, e quindi era
arrivato il momento di fermarsi.”
–Che differenza c’è tra l’allenatore di oggi e l’allenatore della sua generazione?
“Ogni generazione ha prodotto una educazione degli allenatori. I coach sono come gli atleti che fanno la staffetta, ricevono un testimone, corrono e lo lasciano. In questa corsa c’è sempre un cambio generazionale, come lo siamo stati anche noi. La differenza sta nello studio, che prima si faceva con curiosità, chiamando gli altri colleghi più importanti o seguendo da vicino, cercando di rubare qualche videocassetta. Prima c’era uno studio differente, ma anche diventare allenatore era diverso. Nella generazione che ho avuto l’onore di rappresentare, c’era l’idea di dimostrare di saper allenare in qualsiasi categoria, oggi, facendo l’aiuto allenatore, si può diventare coach molto presto. Sono dei cambiamenti che guardano al sociale, dove la comunicazione è fatta dai social, dall’immediatezza, prima bisognava costruirsela.”
–C’è un periodo in particolare che ricorda con più piacere alla guida di una squadra?
“Ho sempre accettato i momenti buoni e i meno buoni, perchè facendo questo lavoro sapevo avrebbero fatto parte della quotidianità. In entrambi i casi, ne sono uscito rafforzato nell’affrontare e risolvere i problemi. Non c’è stato un posto o una situazione in cui mi sono trovato male.”
–Un tema molto discusso ultimamente riguarda i giovani, che stanno decidendo di andare in NCAA per crescere, e chi invece anche in Europa, quale pensa sia la scelta migliore e cosa ne pensa di questa situazione?
“Per parlare di giovani, bisogna vedere dove questi giovani hanno iniziato, e come hanno lavorato con le loro società. Se parliamo di NCAA, allora si guarda più al fatto economico che a quello tecnico, oggi pensare all’NCAA significa pensare a migliaia di dollari all’anno. Un giovane deve migliorare tecnicamente, non finanziariamente. Nei college bisogna andare per crescere e migliorare. La parte negativa è questa, perchè noi dobbiamo costruire dei giocatori tecnici, che non ha a che fare con il guadagno in denaro. Allo stesso tempo, però, bisogna rivedere come riuscire a mantenere questi giovani nel basket italiano. Il discorso, così, si allarga, a partire dalla Federazione, poi con le società, che devono credere nei settori giovanili, e poi pensare a impianti e istruttori per allenarli al meglio, in modo da dare delle motivazioni per restare al giovane. Altrimenti si rischia che il guadagno in NCAA può portare via tanti giocatori.”
–In Italia si tende sempre ad avere poco coraggio nel lanciare i giovani, anche se in A1 quest’anno sta cambiando questa tendenza, che ne pensa?
“Ho sempre creduto sia nei giocatori italiani, sia nei giovani, personalmente. Ho avuto l’onore di allenarne tanti, che poi sono diventati giocatori importanti. In questo caso ci deve essere la consapevolezza che in Italia i campionati sono piramidali, quindi quando si arriva al vertice, si vuole restare. Non sempre restare al vertice, e parlo di Serie A, si sposa con l’idea di avere delle squadre piene di giovani, perchè hanno bisogno di sbagliare e di crescere, è un loro diritto. C’è bisogno che le società credano nei giovani, per portare avanti un progetto indipendentemente da tutto. I giovani sono e devono rappresentare il futuro.”
–L’A2 sta mantenendo questa caratteristica di essere un campionato di formazione per i giovani, anche se quest’anno per fare roster più competitivi si è optato anche per giocatori più esperti e piu “vecchi”.
“Ci sono tante squadre e ci sono pochi giocatori. I settori giovanili non producono più lo stesso numero e con la stessa qualità di giocatori giovani che si aveva nel passato. Così, diventa necessario prendere giocatori più esperti. Si deve apprezzare, invece, le società che abbinano un gruppo di giocatori giovani, che vengono aiutati a far crescere da altri esperti.”
–Luca Banchi, il nuovo CT della Nazionale, ha ampliato il suo sguardo anche ai giovani in A2, c’è qualcuno che ha notato particolarmente?
“Banchi ha iniziato con un progetto, quindi ha lanciato un segnale, ovvero non solo di convocare i giovani ma di allargare i settori giovanili, per produrre giocatori per la Nazionale. In questa direzione c’è anche un progetto della Federazione. In A2 si stanno mettendo in mostra alcuni giocatori, Ferrari a Cividale non fa quasi più notizia. Molto interessante la stagione di Loro, a Bergamo; Maretto a Pesaro; Bertini a Cremona. Bisogna avere la pazienza e la lungimiranza di farli crescere, perchè comunque tanti giocatori italiani che possono salire in A1 e poi con la Nazionale ci sono.”
–L’impennata dei budget in A2 è positiva o può provare un contro effetto sulla salute economica dei club?
“Nella storia del basket quando ci sono stati dei proprietari che hanno alzato il livello economico delle società, ci sono stati altri che gli andavano dietro, e questo non ha portato dei risultati positivi, perchè si guardava a quanti soldi bisognava investire, e non alla struttura e all’organizzazione. Credo che i budget servano per migliorare gli impianti, perchè così i tifosi possono godere meglio delle partite. Poi c’è la possibilità di far progredire i giocatori giovani in delle squadre con ambizioni importanti. E’ importante che l’aumento di questi budget sia associato ad una buona organizzazione del progetto delle squadre.”
–C’è molto equilibrio in A2, perchè alcune big sembrano essere in ritardo, alternando vittorie a sconfitte?
“E’ un campionato di alto livello. Ci sono tante squadre in pochissimo spazio, ed è un contributo alla qualità del campionato. Questo è anche sinonimo delle capacità dei coach, di cui ben 12 hanno fatto l’A1. Ci sono delle squadre che sono partite bene con una buona costruzione della squadra, e altre che invece hanno avuto più difficoltà da questo punto di vista. Nel basket, come nella vita, devi essere sempre consequenziale, bisogna evolversi, senza restare fossilizzati a quello che era il nome della società. Chi ha la capacità di cambiare, avrà maggiore possibilità di successo.”
–Ci sono tanti allenatori di grande esperienza in A2, con nomi importanti, mentre in Serie A si tende ad avere una linea diversa.
“Questa differenza nasce dalla ciclicità dello sport, ora si guarda a dei coach diversi da prima. Il cambiamento c’è sempre, e la novità deve essere supportata dalla qualità dell’allenatore e da come la società interpreta questi cambiamenti. Il basket è internazionale. Ben vengano gli allenatori stranieri perchè portano un contributo nuovo, da una diversa cultura, nel fare basket.”
–Sta vedendo qualche novità nel gioco, molti dicono che si gioca solo con il pick and roll e il tiro da tre.
“I cambiamenti nel basket li fanno i giocatori. L’atletismo e la fisicità dei giocatori moderni ha supportato questo tipo di novità. Anche i social media portano una nuova immediatezza, e lo si fa anche nel basket. Ci sono tre aspetti fondamentali: il pick and roll è una velocizzazione del gioco perchè c’è un vantaggio immediato, il tiro da tre è una distanza che in tempi moderni i giocatori lcoprono con facilità, e ci aggiungerei i cambi sistematici, perchè la fisicità dei giocatori moderni permette di poter cambiare in difesa. Questi tre aspetti sono figli del cambiamento generazionale dei giocatori.”
–Quali sono le sorprese e le delusioni di questa stagione di A2 finora?
“Credo che Cividale stia facendo un percorso molto interessante, figlio di quello che ha prodotto negli ultimi anni, direi che forse è la squadra più in vista. Pesaro sta mantenendo in modo costante il primo posto, giocando anche una buona pallacanestro. Vedo in luce prossima Mestre, che dopo aver battuto Verona ha vinto anche contro Livorno. Queste tre mi hanno sorpreso di più. Anche Torino e Scafati sono in netta ripresa. Non direi che ci sono deluse, ma piuttosto squadre in difficoltà, perchè la delusione nasce dall’illusione. Infatti io da coach ho sempre ragionato sul campo, non dai pronostici fatti in estate. Ci sono squadre in difficoltà, ma hanno tutte le carte in regola per potersi risollevare, e cambiare ritmo.”
–Quale squadra nella seconda parte di stagione potrebbe prendere la fuga decisiva per vincere la regular season?
“Fuga è una parola grande. In questo momento c’è grande equilibrio, ci sono 11 squadre praticamente legate tra loro. Ci saranno dei fattori che entreranno in gioco, come gli infortuni, l’inserimento di altri giocatori. Verona sembra poter essere la squadra da rincorrere, perchè ha struttura, ha organizzazione, un bravo allenatore. Ci sono però tante formazioni agguerrite che stanno arrivando anche dal basso, in netta ripresa. Per poter prendere un buon distacco bisognerà fare un percorso netto, altrimenti questo equilibrio sarà il denominatore di tutta la regular season.”
–C’è un momento particolare in cui si vince la regular season?
“Ci sono stati sempre dei momenti particolari, se ne accorgono i giocatori, ma anche l’allenatore. Quando si riesce a vincere una partita che, dal punto di vista emotivo, era molto importante. Questo rinforza l’autostima e la fiducia dei giocatori per il prosieguo delle partite.”
–Un altro tema importante in A2 è l’inserimento dell’instant replay, pensa sia arrivato il momento?
“In A1 l’instant replay è uno strumento che viene utilizzato, e che si sta cercando di migliorare con l’aggiunta di altre telecamere, per aiutare nel miglior modo possibile gli arbitri. L’A2 avrebbe bisogno di impianti e di parti economiche per poter avere un instant replay che abbia senso. Ben venga la sua aggiunta, ma che sia ben strutturato.”
–L’A2 resta in tv con l’impegno di RaiSport rinnovato, serve ampliare la platea di appassionati per aumentare la visibilità del prodotto, il che è fondamentale per tutto il movimento, che ne pensa?
“E’ importante che ci sia RaiSport. Il fruitore di Rai Sport è un adulto, che conosce il basket, e vuole vedere la partita d’A2, ha interesse nella propria squadra o territorio. E’ anche importante, però, che i fruitori più giovani abbiano la possibilità di vedere il basket da qualche altra parte, senza fossilizzarci sulla rete nazionale, che resta un caposaldo. C’è bisogno anche di poter trasmettere con altri elementi, perchè gli appassionati devono aumentare, e i giovani devono avere la possibilità di vedere il basket sui diversi dispositivi.”
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Foto di Ciamillo Castoria
